lunedì 14 novembre 2016

Stivo On The Rock - ovvero, The Geroni Challenge


Mi ero ripromesso di fare poche gare importanti. Importanti per me, s’intende.
Ma quando il “nostro” Christian ha ufficializzato la sua Stivo On The Rock, beh, ho deciso che non potevo mancare. Lo Stivo tra l’altro era proprio l’ultima cima a portata di gamba – da casa – che mi mancava.
Mi sono iscritto subito e, a parte una scorribanda sul Biaena lì vicino, ho evitato lo Stivo proprio per avere una prima visione “running” il giorno della gara. Va detto: Christian ce l’aveva promesso, “ve fago patir”. Sono pronto.
Giorno prima della gara: tra chiacchierate con amici trailrunners e il briefing pre-gara, mi sale una voglia incredibile di correrla. Sono eccitato quasi come un bambino la vigilia di Natale, chiaro segno patologico di una malattia oramai inarrestabile. In particolare la sfida dei “geroni” dello Stivo: complice il racconto di un esperto trail runner che dopo averli provati, ha ammesso di averli trovati più impegnativi del vertical di Fully (Svizzera), considerato il più duro al mondo. O l’ultimissima news che proprio il giorno prima della gara han recuperato, con l’elicottero, due escursionisti bloccati a metà geroni… dal panico! Ogni tanto cerco di ricordare a me stesso che in salita ripida sono una pippa fotonica ma riesco sempre a prendermi per il culo. Anche sta volta ci sono cascato in pieno.
Quindi, gasato a bomba, domenica 13 novembre ore 8:00 sono a Mori (TN), con 0.5 gradi fuori, rintanato in un bar a bere il caffè pre-gara. Configurazione ultraleggera (da selvaggio punkabbestia, direbbe Michele), che i miei compagni di avventura disapprovano: pantaloncini corti, manica corta, copribraccia giusto per la partenza. Tanto mi scaldo... in altre parole, chi si ferma è perduto. Perduto e surgelato. Come sempre. Meglio muoversi: i circa 250 partecipanti si assiepano in zona partenza. Per l’occasione Christian ha messo assieme un parterre incredibile: lì davanti ci sono gli alieni, nel senso che vengono da un altro pianeta, o sono geneticamente ingegnerizzati per macinare km a warp speed. E in ogni caso, i terrestri ci sono tutti: c’è un super gruppone di GenteFuoriStrada (includente lo strano duo LibaMaule, gli stilosi Barbudos, e gli agguerritissimi Potrellas, di cui faccio orgogliosamente parte!), pure il president, e il tifo che si dislocherà lungo il tracciato.
Partenza: a manetta sotto i 4’ al km, un paio di km nel centro di Mori per raggiungere le trincee. Già non sento più il freddo! Le trincee sono bellissime, è una corsa varia, senza ritmo, salto giù, salgo scalette, zig-e-zag, rallenta e riparti, scalinate su e giù. Sbuchiamo nel paesino di Manzano, primo ristoro: non ho l’acqua, e quindi la strategia è un bicchiere e una manciata di uvette per ogni ristoro… basterà?!? Trenta secondi, via! Dentro per i boschi, pendenza moderatamente impegnativa ma corribile, e poi la salita al Biaena: è la seconda volta che la faccio. Dei bei tornantini ripidi, con vista mozzafiato sulla valle. Sto incredibilmente bene, che raggiunta la cima e superata la prima parte di discesa ghiacciata, mi butto come al solito e arrivo a passo Bordala con un’andatura da galletto.
Da Bordala riparte la salita e l’aggancio ai geroni, con la pendenza che gradualmente si impenna. Il galletto si trasforma rapidamente in polletto, un polletto lesso con un serissimo principio di crampo multiplo agli arti inferiori. E il polletto è anche un pochino preoccupato perché è solo il 15esimo km e ne mancano 20… La pendenza segue una parabola impressionante, che mi fa passare dai seguenti stati d’animo:
  • Ma se sono così, sono facili
  • Mmh per fortuna saliamo a zigzag che si fa ripido
  • Oh guarda adesso si sale dritti dritti… ahi, crampo
  • Bello c’è la corda, altrimenti chi sale più? Ahi, crampo crampo
  • Porc! Qui è come le scale in Olanda… crampo ziopooo, crampooo
  • Ok uso anche le due zampe davan… crampooo!
  • Moriremo tutti. Di crampi.
Tra un urlo “sassoooooo!” che prendo come scusa per fermarmi, e un tirone ad un muscolo tra il ginocchio e la parte interna della coscia (a che caz serve?), tra il trailrunner davanti che sbotta e poi dice “basta, io mi fermo qui”, e una pietra volante sullo stinco, la salita dura più di un’ora. Il polletto è ormai spolpato, tutto un crampo, e mi torna in mente la pippa fotonica che sono quando il ripido si fa ripido… beh, 50% di pendenza, insomma ripidoripidoripido. Mentre penso “moriremo tutti”, vedo che la cima è lì, e dopo aver motivato il signor BastaIoMiFermoQui a ripartire (e a bomba anche), cerco il guizzo – che non ho – salendo a quattro zampe: i geroni finiscono e percorro, con sollievo direi, una salitina all’osservatorio che porta sul punto più alto. Guardo il Garmin: 3h, uff, puntavo a passare a 2h45: le leggende sulle difficoltà dei geroni sono realtà! Tira un vento freschino e mi accorgo che in pantaloncini e maniche corte, tra i volontari bardati con giacche piumini guanti berretto sciarpe, sembro un po’ fuori luogo... chi si ferma è perduto! Ristoro al rifugio, anche qui trenta secondi e via. Per terra c’è neve, alcuni cm, e la discesa tiene benissimo sotto le mie suole nuove. E che devo dire, in discesa rinasco e torno galletto, riprendo pian piano tutti quelli (tanti) che mi avevano asfaltato sui geroni, uno pure mi grida “ma tu non avevi i crampi!?”… In effetti, sono al limite: un movimento leggermente più ampio, e rischio di accartocciarmi come un ragnetto. Finisce la neve, e serve più impegno. Giustappunto, visto che ancora manca il tentativo di infortunio, nei tornanti del single-track per scendere dalla cresta sbaglio assetto in curva, non lo recupero più e derivo verso il lato del sentiero, finendo appeso agli arbusti. Con estrema nonchalance mi tiro su, verifico di non essere stato visto – perfetto sono solo! – e riparto.
Riprendo la forestale e passo nuovamente da Bordala, decisamente meno galletto che all’andata, ma essendo che c’è il ristoro e un po’ di tifo, bisogna pur darsi un contegno! Cocacola e uvetta, riparto e noto che ci sono due runner che mi tallonano. Ta-da-daaaaa. Chi mi conosce sa che sono decisamente competitivo, e se in salita lascio passare chiunque, la discesa, eh no, la discesa è mia. In un tratto di saliscendi mi superano: i due, senza nessuna colpa, diventano degli acerrimi nemici da raggiungere e seminare. Oramai l’ossigeno al cervello è così scarso e i livelli di glucosio così bassi che riesco solo a fare ragionamenti primitivi, da pollo primordiale. Tipo: “Discesa! Spingiii!” oppure “Crampo! Rallentaaa!”. E riesco a riprenderli e a superarli con tratti di discesa sotto ai 4 min/km, stringo i denti su una salitella al Monte Faè, e giù di nuovo come se fossi indistruttibile, senza la benché minima coscienza. Ma sono ancora lìììì, dietro, a 50m!! Entriamo in paese e mi viene in mente un flash… Christian che dice: “e dopo la salitella che sale dietro al campo, c’è l’arrivo”. Salitella?? Oh merda! Eccola, la vedo. Calibro lo sforzo. Un secondo più veloce, e mi blocco per un crampo, un secondo più lento, e i miei acerrimi nemici mi supereranno! Mi sento come un alchimista che sposta piccoli pesetti sul bilancino per tenerlo in equilibrio, un passo dopo l’altro su per la salita, testa bassa, poi sollevo lo sguardo e vedo l’arco dell’arrivo… Fatta! 4 ore 51 minuti 43 secondi per 35km e 2500D+, con un 31esimo posto assoluto su 250. Vista la difficoltà del tracciato, per me sono dei gran numeri!
Tutto finito, e i nemici diventano amici con cui complimentarsi e stringersi la mano e battersi la spalla. Arrivano tutti, uno dopo l’altro, i Potrellas, i Barbudos, tutti i GenteFuoriStrada, tutti al ristoro, tutti a parlare della gara che verrà ricordata come “quella dei geroni del stif”, e poi c’è il terzo tempo e la birra e la musica e la compagnia: allora li sì, che diventiamo tutti campioni.