domenica 30 aprile 2017
Schio Ultra Jungle 2017, Summano Cobras rulezzzz!
Questo blog si chiama “NotOnlyRuns” e parla solo di corsa. Eh no, belli! L’interpretazione giusta è che la corsa non è solo corsa. Un esempio? La Schio Ultra Jungle: una corsa che è persone e passione.
Questa volta però inizio dal giorno prima: anzi, da una settimana prima. Sono consapevole che una partenza gara alle 7:00 a Schio significherebbe una levataccia, e quindi cerco un posto dove dormire. Vado al risparmio assoluto: AirBnb con ricerca fissata sul prezzo migliore, 12€ una notte solo posto letto. Fatta.
Ritrovo il giorno prima, bel gruppetto di agguerriti GenteFuoriStrada minacciosamente piazzati allo stadio, e via su per i tornanti della Vallarsa. Arriviamo alla consegna dei pettorali che è tardo pomeriggio, selfie d’ordinanza, e ci diamo appuntamento a Fabbrica Alta a Schio che ci aspettano le birrette. Porto Delacruz e MrGrey al loro albergo e io vado al mio centralizzzzzimo alloggio.
Terrore.
Condominio fatiscente, porte che non si chiudono, tapparelle rotte.
E il bagno… il bagno… non voglio nemmeno pensarci.
Sorriso di plastica, ringrazio il mio ospite, mollo solamente la borsina da bagno come segnaposto sul letto, prendo le chiavi e fuggo.
Dai che se sopravvivo la racconto.
La serata, tra Fabbrica Alta e Schio centro, due piatti di pasta al ragù, tra birrette e bacari, musica, tra Potrellas, Barbudos, Br1, Delacruz e MyGrey, chiacchiere, vino sardo e McThin, passa allegra e rapida, come rapida passa l’ombra della notte che dovrò passare nella mia temporanea dimora. Ci dormo (no, esattamente non dormo: mi ci surgelo) per 4 ore e mezza, mollo le chiavi e fuggo, per sempre stavolta.
Arrivo in zona partenza alle 5, siamo solo io e gli organizzatori, bene, mi bevo un caffè ed ascolto i loro commenti… il loro forte Rigodanza l’ha provata ieri, mettendoci 5 ore e un quarto circa ed arrivando… stanchino. Molto. Yeah. Mi rintano in macchina che fa freschetto, e faccio colazione: tre brick di succo alla pesca ed una scatola di cookies alla ciocco… calcolo qualcosa come 1262kcal in 15 minuti. Yeah. Recupero i due soci, arrivano gli altri. Poi è un vortice di preparativi.
Numero pettorale. Scarpe. Metto i guanti? Ma si. Ma no. Ma si. Tu stai in maniche corte? Col cavolo. Devo riempire la camelback! Prendi la frontale. Tolgo lo spolverino.
Pronti, stilosi come solo i GenteFuoriStrada sanno essere, incrociamo i Summaner, fighi da matti coi bermuda tropicali. Foto foto!! Sorrisi ovunque e calore umano, adrenalina e voglia di partire, e chi lo sente più il freddo? Io sono già in tenuta minimal, tutto attorno ci sono gli altri centocinquanta partecipanti alla Schio Ultra Jungle, sotto l’arco gonfiabile della partenza.
E via, senza pensare al fatto che mi aspettano come minimo sei ore sulle gambette. I primi km, dopo un po’ di asfalto, passano tra erba alta e acquitrini paludosi (eh, Jungle!!) alzandosi piano di quota senza salite impegnative. Esattamente al km 5, parte un fastidio al tendine, quello attaccato alla ‘nosetta’, che mi accompagnerà fino alla fine, quel maledetto. Circa al km 10 alzo lo sguardo e vedo un cartello “Attenzione! Percorso sbagliato, tornare indietro”. Porc… Mentre mi chiedo come avessero fatto a capire che avrei sbagliato, recupero il sentiero giusto. Al primo ristoro, km 12, a momenti neanche mi fermo visto che mi pare di aver appena finito la supercolazione. E lì inizia la salita per il monte Enna, niente di trascendentale fino a quando non appare un cartello “salita tosta”: guardo avanti e vedo un muro di fango. Yeah. Testa bassa, mani sulle ginocchia, pianta del piede piena per massimo grip, e su. Impegnativa, non lunghissima, quando finisce ho le gambe indolenzite; ma la discesa, tecnica e divertente, me la godo tutta a manetta. Dura poco: ricomincia la salita, leggermente meno dura ma decisamente lunga, quasi 6km che mi richiedono circa un’ora ed un quarto per un dislivello di 1000m. Devo ringraziare il mio temporaneo compagno di salita, Moreno, con cui mi sono distratto (dal male al tendine) a chiacchiere e che ha impostato un ritmo da metronomo. Dopo il km 25, in quota, in un continuo saliscendi che le gambe stanche percepiscono come salita, raggiungo e passo monte Caliano, monte Rione, Cima Alta, monte Novegno, infilando e sfilando i guanti perché fa freddo e fa caldo. Attraverso trincee e gallerie con la frontale, sentieri della guerra, ristori sorridenti e rifugisti che offrono il caffè (che ho ovviamente preso). Yeah.
Al km 30 sbaglio di nuovo strada, stavolta mi faccio 400m in più e mi ricongiungo alla strada giusta mentre passa la prima donna, a cui dico “Sono quasi finito! E sbaglio anche strada!”. E poi finalmente comincia la vera, interminabile, discesa. A tratti impegnativa, a tratti veloce, stranamente non mi sforza il tendine ed anche la stanchezza non sembra essere un problema. “Mi sembra che di energie ne hai ancora!” mi dice, mentre prendo velocità assecondando la forza di gravità. E mi diverto ancora, e come mi diverto! In realtà so benissimo cosa mi aspetta non appena la strada ricomincerà a spianare. E infatti al 35esimo la spia rossa è accesa fissa, rallento drammaticamente su pendenze irrisorie. Ai ristori non so più cosa prendere, lo stomaco non vuole nulla, ma mi fermo lo stesso a scambiare due battute: “Ecco un Gentefuoristrada! Dov’e’ il Liba??” mi chiedono, eh cavolo, Liba dovevi venire! Ancora un po’ di discesa su forestale, e poi inizia un’agonia di bitume e scalini, ultimo scherzetto di quei burloni dei Summano Cobras. Yeah.
Ma oramai è andata! Che si tratti di scalini, di piano, di discesa, tengo la stessa identica andatura trotterellante: se mi fermo non riparto più. E infatti nell’istante in cui taglio il traguardo e leggo 6:15:29 (che vale una sorprendentissima decima posizione!), tutte le energie mi abbandonano: mi trascino al bordo di una piccola aiuola, slaccio lo zaino e resto a fissare il bicchiere di cocacola che ho distrattamente preso dal ristoro.
Lo fisso per quasi venti minuti, svuotato.
Fino a quando sento lo speaker che annuncia i nomi di Delacruz e MrGrey… arrivo!! Riprendo un attimo di lucidità e corro a festeggiare con loro. Doccia per recuperare dignità, cibo per recuperare energie, prato musica e un fantastico sole ci fanno godere al massimo il terzo tempo organizzato dai grandiosi Summano Cobras.
Summano Cobras, che sprizzano passione da tutti i pori.
Summano Cobras, che si preoccupano di chiederci com’era il percorso, se ci è piaciuto, se era balisato bene.
Summano Cobras, che mantengono le promesse e offrono la birra ai Barbudos che hanno fatto la deviazione selfie-birra annunciata su Facebook.
Summano Cobras, che scelgono con cura le lettere da mettere nelle caselle dei controlli sul pettorale.
Summano Cobras, dei quali invidiamo i giubbotti-felpe e le bellissime supporter.
Summano Cobras, che hanno scelto come slogan “Life is a Jungle, live it with a smile”. Yeah.
lunedì 17 aprile 2017
Dolomiti Beer Trail 2017 - il passo più lungo della gamba!
Quando ero
piccolo mi piacevano quelle giornate in cui andavamo a fare una cosa qualsiasi con
degli amici ed i miei decidevano che poi si poteva concludere mangiando una
pizza tutti assieme. Avevo l’impressione che la bella giornata non finisse mai.
Ma andiamo con
ordine.
Dolomiti Beer Trail: 45km 2400d+.
Dolomiti Beer Trail: 45km 2400d+.
Alle 4:00 suona la
sveglia: per la colazione dei campioni. Poi alle 5:15 passano a prendermi:
destinazione Pedavena per il Dolomiti Beer Trail… imprudentemente, mente i vari
GenteFuoriStrada faranno la corta da 24km, io ho optato per la lunga da 45km, un
po’ sull’onda dell’entusiasmo che ti frega quando le iscrizioni le fai mesi
prima. Molto prima di sapere quale sarà il tuo (scarso) stato di forma il
giorno della gara.
Come al solito,
preparativi all’ultimo, saluti agli amici, e arrivo in zona partenza giusto 3
minuti prima… d’altronde, vista la forma non eccezionale, fare del
riscaldamento anche no.
Il fatto di non essere in forma, ovviamente, lo scoprirò più
avanti. Adesso mi infilo nella bolgia, secondo me siamo più di 200.
La partenza è a bomba, al punto che stento a credere che
stiamo partendo per una gara di 45km, ma ti pare, a sto ritmo? Ciononostante,
effetto gregge e tutti a bomba. Solo i primi probabilmente sono partiti piano,
ma ci stanno già distaccando. Alieni!
Primo pezzo per le strade dei paesi e poi ci inoltriamo
su delle forestali e larghi sentieri. Tempo grigio: infatti non passa molto che
sento piccole goccioline. Era previsto, ma aspetto ancora a tirare fuori lo
spolverino. Le salite passano bene, il ritmo è buono, le corro quasi tutte perché
le pendenze non sono impossibili. O sto semplicemente esagerando? Man mano che
ci alziamo, entriamo in una nebbiolina umida, che a quanto pare circonda tutto
il monte Avena (cioè, ho scoperto che Pedavena vuol dire ai piedi del monte Avena!!). Raggiunta la cima, con la classica croce che non capisco mai se sia
un monito ai trailrunner, tiro un sospiro di sollievo: il grosso del dislivello
è fatto.
La nebbiolina si fa fitta, con la visibilità di poche
decine di metri: la strada che dobbiamo seguire è una debole traccia nell’erba
dei prati e le balise giallo fluo sono l’unica certezza. A tratti, mi ritrovo
da solo e superata la balisa mi viene da cercare subito con lo sguardo la
successiva, che appare poco prima dell’ansia, in lontananza, nella nebbia.
Finché c’è balisa, c’è speranza!
Le goccioline sparse di pioggia si fanno più insistenti e
trasformano la discesa in un ring per lotta nel fango. In altre condizioni mi
sarei divertito come un matto, ma qui sta diventando pericoloso. Alla fine del molliccio
prato in discesa, mi accorgo che me ne sto portando dietro almeno metà, sotto
le suole. Piove battente ora. Arrivo al ristoro al km 18 più alto di 2cm e
bagnato come un pulcino e decido di mettere lo spolverino, approfittando del
riparo. Ma è troppo tardi, acqua e freddo hanno fatto il loro sporco lavoro...
Quando riparto, fitte allo stomaco mi attanagliano ad ogni passo e la discesa è
un supplizio; devo procedere piano e limitarmi anche sui falsi piani per vedere
se riesco a stare meglio. A più di 20km dalla fine, l’idea del ritiro si fa
concreta; il pensiero di continuare così mi smonta psicologicamente. Al ristoro
del 24esimo km prendo del the caldo, che fa il miracolo di attenuarmi il dolore
ad un livello sopportabile. Ricomincio a concentrarmi su ritmo, fatica e mal di
gambe piuttosto che sullo stomaco, ed è un cosa positiva! Strano vero? Riesco a fare una discesa come si dovrebbero fare le discese: a scavezzacollo.
Peccato che, anche se le fitte ora mi danno un po’
tregua, all’approssimarsi del km 30 cominciano ad abbandonarmi le gambe e le
energie. Saliscendi e falsi piani potenzialmente facili, li faccio piano piano,
preludio della spia rossa della riserva. Bip bip bip! Quando inizia l’ultima
malefica salita, piazzata forse anche con un po’ di malvagità al 32esimo, devo
camminare. Un po’ in dubbio se mettere alla prova lo stomaco o no, alla fine
decido di giocarmi la mia superbarretta energetica al caffè: forse anche
sperando nell’effetto placebo. Realizzo
che la benzina è veramente finita quando anche la discesa diventa un problema e
comincio a piantarmi come un somaro al tramonto. E mancano ancora 10km! Esce il
sole. Tolgo lo spolverino.
Con il poco ossigeno che ancora arriva ai neuroni metto
in campo un complesso calcolo differenziale a quattro incognite: se vado a 7’
al km, quanto impiegherò ad arrivare all’arrivo? In altre parole, quanto durerà
ancora questa sofferenza? Dopo un discreto tempo, riesco a fare 7x10=70’, e
dopo un paio di minuti arrivo alla conversione 70’=1h10’. Scelgo di saltare la
prova del nove e dare per buono il risultato, guardando il Garmin: 4 ore e 10
minuti. Più 1 ora e 10 minuti. Fa? 5 ore e 20 minuti.
Ma come? Devo aver sbagliato il calcolo. Rifaccio, no no è
giusto. Con un obbiettivo tra le 6 ore e le 6 ore e mezza… realizzo
immediatamente il perché mi stia sentendo così distrutto: ho ampiamente esagerato
sulla prima parte. Ma c’è un ma: 5 ore e 20 mi piace e sento di potercela fare
a tenere i 7min/km, forse per tutti i km che mancano.
A tratti provo ad accelerare ma mi è quasi impossibile, l’ultimo
ristoro lo salto, tanto per inerzia arrivo lo stesso. E’ un sacco che sento la
musica della zona arrivo, so che sto arrivando, non penso più a nulla. La
meccanica della corsa il mio corpo la conosce, quello che importa è non interromperla
e lui continuerà, finché non darò l’ordine contrario.
Testa completamente vuota, fino a che non arrivo in paese
e comincio a riconoscere le strade, sento un volontario che dice “ancora 500m”
e infine vedo l’arco dell’arrivo: 5 ore e 16 minuti! Fantastico, sopra ogni
aspettativa, senza la preparazione giusta, senza i km nelle gambe.
Panino con salame, e birra (quello che si dice ristoro
finale serio!).
Riposo. Doccia.
Dicevo, che da piccolo adoravo le giornate belle, quelle
che non finiscono mai. Ecco, oggi, a distanza di anni, ho avuto la stessa sensazione:
dopo ore di gara, mi sono seduto a tavola con gli amici, ed abbiamo tolto il
nome al tempo e gli abbiamo tolto il diritto di limitarci. Ed abbiamo lasciato
che la giornata scorresse come doveva scorrere, senza tempo, per stare bene
assieme e per goderci i commenti sulla gara, la buona birra, la compagnia, e tutto
quello che valeva la pena godersi.
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