lunedì 17 aprile 2017

Dolomiti Beer Trail 2017 - il passo più lungo della gamba!

Quando ero piccolo mi piacevano quelle giornate in cui andavamo a fare una cosa qualsiasi con degli amici ed i miei decidevano che poi si poteva concludere mangiando una pizza tutti assieme. Avevo l’impressione che la bella giornata non finisse mai.
Ma andiamo con ordine.
Dolomiti Beer Trail: 45km 2400d+.
Alle 4:00 suona la sveglia: per la colazione dei campioni. Poi alle 5:15 passano a prendermi: destinazione Pedavena per il Dolomiti Beer Trail… imprudentemente, mente i vari GenteFuoriStrada faranno la corta da 24km, io ho optato per la lunga da 45km, un po’ sull’onda dell’entusiasmo che ti frega quando le iscrizioni le fai mesi prima. Molto prima di sapere quale sarà il tuo (scarso) stato di forma il giorno della gara.
Come al solito, preparativi all’ultimo, saluti agli amici, e arrivo in zona partenza giusto 3 minuti prima… d’altronde, vista la forma non eccezionale, fare del riscaldamento anche no.
Il fatto di non essere in forma, ovviamente, lo scoprirò più avanti. Adesso mi infilo nella bolgia, secondo me siamo più di 200.
La partenza è a bomba, al punto che stento a credere che stiamo partendo per una gara di 45km, ma ti pare, a sto ritmo? Ciononostante, effetto gregge e tutti a bomba. Solo i primi probabilmente sono partiti piano, ma ci stanno già distaccando. Alieni!
Primo pezzo per le strade dei paesi e poi ci inoltriamo su delle forestali e larghi sentieri. Tempo grigio: infatti non passa molto che sento piccole goccioline. Era previsto, ma aspetto ancora a tirare fuori lo spolverino. Le salite passano bene, il ritmo è buono, le corro quasi tutte perché le pendenze non sono impossibili. O sto semplicemente esagerando? Man mano che ci alziamo, entriamo in una nebbiolina umida, che a quanto pare circonda tutto il monte Avena (cioè, ho scoperto che Pedavena vuol dire ai piedi del monte Avena!!). Raggiunta la cima, con la classica croce che non capisco mai se sia un monito ai trailrunner, tiro un sospiro di sollievo: il grosso del dislivello è fatto.
La nebbiolina si fa fitta, con la visibilità di poche decine di metri: la strada che dobbiamo seguire è una debole traccia nell’erba dei prati e le balise giallo fluo sono l’unica certezza. A tratti, mi ritrovo da solo e superata la balisa mi viene da cercare subito con lo sguardo la successiva, che appare poco prima dell’ansia, in lontananza, nella nebbia. Finché c’è balisa, c’è speranza!
Le goccioline sparse di pioggia si fanno più insistenti e trasformano la discesa in un ring per lotta nel fango. In altre condizioni mi sarei divertito come un matto, ma qui sta diventando pericoloso. Alla fine del molliccio prato in discesa, mi accorgo che me ne sto portando dietro almeno metà, sotto le suole. Piove battente ora. Arrivo al ristoro al km 18 più alto di 2cm e bagnato come un pulcino e decido di mettere lo spolverino, approfittando del riparo. Ma è troppo tardi, acqua e freddo hanno fatto il loro sporco lavoro... Quando riparto, fitte allo stomaco mi attanagliano ad ogni passo e la discesa è un supplizio; devo procedere piano e limitarmi anche sui falsi piani per vedere se riesco a stare meglio. A più di 20km dalla fine, l’idea del ritiro si fa concreta; il pensiero di continuare così mi smonta psicologicamente. Al ristoro del 24esimo km prendo del the caldo, che fa il miracolo di attenuarmi il dolore ad un livello sopportabile. Ricomincio a concentrarmi su ritmo, fatica e mal di gambe piuttosto che sullo stomaco, ed è un cosa positiva! Strano vero? Riesco a fare una discesa come si dovrebbero fare le discese: a scavezzacollo.
Peccato che, anche se le fitte ora mi danno un po’ tregua, all’approssimarsi del km 30 cominciano ad abbandonarmi le gambe e le energie. Saliscendi e falsi piani potenzialmente facili, li faccio piano piano, preludio della spia rossa della riserva. Bip bip bip! Quando inizia l’ultima malefica salita, piazzata forse anche con un po’ di malvagità al 32esimo, devo camminare. Un po’ in dubbio se mettere alla prova lo stomaco o no, alla fine decido di giocarmi la mia superbarretta energetica al caffè: forse anche sperando nell’effetto placebo.  Realizzo che la benzina è veramente finita quando anche la discesa diventa un problema e comincio a piantarmi come un somaro al tramonto. E mancano ancora 10km! Esce il sole. Tolgo lo spolverino.
Con il poco ossigeno che ancora arriva ai neuroni metto in campo un complesso calcolo differenziale a quattro incognite: se vado a 7’ al km, quanto impiegherò ad arrivare all’arrivo? In altre parole, quanto durerà ancora questa sofferenza? Dopo un discreto tempo, riesco a fare 7x10=70’, e dopo un paio di minuti arrivo alla conversione 70’=1h10’. Scelgo di saltare la prova del nove e dare per buono il risultato, guardando il Garmin: 4 ore e 10 minuti. Più 1 ora e 10 minuti. Fa? 5 ore e 20 minuti.
Ma come? Devo aver sbagliato il calcolo. Rifaccio, no no è giusto. Con un obbiettivo tra le 6 ore e le 6 ore e mezza… realizzo immediatamente il perché mi stia sentendo così distrutto: ho ampiamente esagerato sulla prima parte. Ma c’è un ma: 5 ore e 20 mi piace e sento di potercela fare a tenere i 7min/km, forse per tutti i km che mancano.
A tratti provo ad accelerare ma mi è quasi impossibile, l’ultimo ristoro lo salto, tanto per inerzia arrivo lo stesso. E’ un sacco che sento la musica della zona arrivo, so che sto arrivando, non penso più a nulla. La meccanica della corsa il mio corpo la conosce, quello che importa è non interromperla e lui continuerà, finché non darò l’ordine contrario.
Testa completamente vuota, fino a che non arrivo in paese e comincio a riconoscere le strade, sento un volontario che dice “ancora 500m” e infine vedo l’arco dell’arrivo: 5 ore e 16 minuti! Fantastico, sopra ogni aspettativa, senza la preparazione giusta, senza i km nelle gambe.
Panino con salame, e birra (quello che si dice ristoro finale serio!).
Riposo. Doccia.
Dicevo, che da piccolo adoravo le giornate belle, quelle che non finiscono mai. Ecco, oggi, a distanza di anni, ho avuto la stessa sensazione: dopo ore di gara, mi sono seduto a tavola con gli amici, ed abbiamo tolto il nome al tempo e gli abbiamo tolto il diritto di limitarci. Ed abbiamo lasciato che la giornata scorresse come doveva scorrere, senza tempo, per stare bene assieme e per goderci i commenti sulla gara, la buona birra, la compagnia, e tutto quello che valeva la pena godersi.

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