È passato poco più di un anno da quando ho fatto il mio primo trail: un 50k, a pensarci bene ora, preparata male ed affrontata peggio, con implosione di energie già al trentesimo e sofferenza pura fino alla fine. "Mai più cosí lunga!" avevo detto...
Invece, come ogni buon criminale, non mi sono ravveduto e già a febbraio mi sono iscritto al Dolomiti Brenta Trail 45k (quella "corta", sí, è riduttivo), con un obbiettivo chiaro: questa è LA gara del 2016, da fare bene. Chi mi conosce sa quanto so essere metodico :)
Beh, lo sono stato: a manetta su tutti gli aspetti. Allenamento, alimentazione, equipaggiamento, tutto. Oh no, aspetta, non tutto... Ho tralasciato una cosa: la testa, la concentrazione, la motivazione, senza non arrivi in fondo a 45km con 2850m di dislivello. Ma quello non è mai stato un problema. Perchè dovrebbe esserlo?
Semplicemente perchè la vita è cosí, bastarda a sufficienza per andare a trovare il tuo punto debole, la piaga, infilarci il dito e girare e rigirare. Tanto bella quanto bastarda. Vero?
È sabato mattina, presto: ho tutto il materiale già pronto da un giorno, devo solo fare la supercolazione e partire entro le 6. La testa è invece da giorni che non c'è, si mettono assieme mille cose, a partire da un anno superstressante, alcuni obbiettivi mancati, l'impressione di non tenere il mio timone, pensieri vari, stomaci strizzati e rimbombo negli orecchi. Un disastro.
La voglia di correre c'è, e l'atmosfera a Molveno contribuisce a renderla più intensa: la gente che si raggruppa, la consegna pettorali, quell'aria fresca che a settembre ci sta. Incontro i miei amici GFS, ci scambiamo due impressioni su come sarà, comincio a fremere per partire (stai calmo che è lunga, perlamiseria), ma il rimbombo negli orecchi è sempre lí.
E mi viene in mente il mantra di una mia cara amica che ho recentemente fatto anche mio: salire in alto per vedere meglio le cose. È una illuminazione: il mio obbiettivo di oggi sarà salire in alto, e non prima, non dopo, solo lí in alto, "guardare" le cose come stanno. Trasformo il problema in un mezzo per (provare a) trovare la soluzione.
Il tempo vola, già è ora di partire. Countdown di rito, e quasi 300 trailrunner iniziano la propria gara. Primo pezzo di asfalto, sono in coda al primo gruppetto di una trentina di persone, chiaro segno che sto esagerando, ma sono cosí ansioso di arrivare in alto che mi convinco che andrò piano un'altra volta. Da Andalo comincia il sentiero che sale, alterno corsa a camminata a seconda della pendenza e sorprendentemente non vengo superato continuamente come al solito... che siano tutti i vertical che stanno facendo effetto?? Faccio anche un buon terzo del percorso allo stesso ritmo della fortissima Martina Valmassoi... che poi metterà il turbo e vincerà la gara femminile appioppandomi più di mezzora di distacco!
Nei dintorni del rif. Graffer parte un saliscendi; tecnicamente sono denominati "mangia e bevi" ma per me si potrebbero benissimo chiamare "gioie e dolori"! Tralaltro il su-e-giù non contribuisce al mio arrivare in alto e il rimbombo negli orecchi si fa sentire. Mantenere la concentrazione è difficile ma fondamentale: i passaggi sono impegnativi. Si passa spesso su grosse rocce, il sentiero scompare e si capisce dove andare solo dai segni rossobianchi o dalle balise arancioni. Bisogna saltare, arrampicarsi, metterci le mani e stare attenti a non scivolare o inciamparsi. Molti escursionisti, impacciati con scarponi e zaino, ci guardano sbigottiti saltellare da un sasso all'altro con le nostre scarpette tecniche.
Passano i 20km e le gambe non sono più freschissime: alcuni movimenti estremi accendono dei crampetti qui e li. Al Tuckett scambio due battute con gli addetti al ristoro: devo proprio dirlo, tutti tutti tutti i volontari lungo il percorso sono sorridenti, gentili, ci incitano, rendendo una gara difficilissima un po' più facile. Grazie!
Da li si scende un po', il sentiero da pietraia diventa più verde, in mezzo a vegetazione bassa. Non sto andando in alto, ok, ma mi godo la discesa. Sciolgo le briglie, rischio di spaccarmi letteralmente la faccia ben due volte (alzare sempre bene i piedi, caxxo!) e forse, recupero un po' di energie.
Dal Brentei in poi inizia un sentiero in costa, panoramico e a strapiombo sulla valletta ex-ghiacciaio che porta alla forcella... infatti condivido il mio timore della salita su per i ghiaioni con altri runner, e uno mi dice "meglio correre finchè si può, che poi bisognerà arrancare". Sarà da malati, ma questo rimane il mio motto fino ai ghiaioni: cerco di correre tutto il tratto panoramico, anche se spesso sale deciso in su, e avvicinandomi al km 30, io e la stanchezza siamo la stessa cosa.
E poi arrivano. Inevitabili. Ci sono alcune enormi rocce da scavalcare, resti di frane che hanno rotolato fin lí, e poi loro, i ghiaioni. Ghiaia alla pendenza limite per cui si autosostiene: in soldoni, il mio passo altera l'equilibrio precario, ed è come salire su una scala mobile che gira al contrario. Ma si va in alto. Tanto, e su ci sono le risposte. La cosa difficile ora è proprio trovare la forza per un passo che va cosí in verticale, e ad ogni appoggio non penso altro che a concludere quel movimento. E quindi un altro. E un altro. E un altro ancora. So che, per quanto ci possa volere, se continuo cosí arriverò su. Attorno, le cime sono avvolte da una nebbiolina e sui versanti si vedono dei piccoli nevai. La temperatura deve essere bassa ma non la sento.
E finalmente, improvvisamente, si apre la vista e arrivo in cima alla forcella, appollaiati sulle rocce ci sono i sorridenti volontari che incitandomi mi dicono che il ristoro è a pochi minuti. Ma io mi guardo attorno, cerco le risposte, guardo da dove sono salito e... sí, sono lí proprio come il venticello che ti sorprende sempre quando arrivi in cima. Sono lí, ma le avevo appena assemblate, lungo tutto il percorso. E solo lí ho messo assieme l'ultimo pezzo. E il rimbombo scompare.
Riparto, gambe lesse e crampi pronti, ma spirito buono. Le salite difficili sono finite. La concentrazione c'è, il GPS segna già più di 30km, rif. Pedrotti in vista. Ultimo ristoro, riparto faccio 50m anzi no torno indietrooooo che ho dimenticato l'acqua! Troppa voglia di affrontare la discesa. Discesa supertecnica, salti da rocce, sentiero stretto, tornanti secchi. Poi evolve e sembra di scendere nel letto di un piccolo ruscelletto secco, si dirama e si incrocia continuamente con se stesso, cerco sempre le balise arancioni per evitare di infilare un bivio sbagliato: qui sono totalmente solo, nessuno davanti, nessuno dietro. Scivolo e inciampo alcune volte, mi insulto appropriatamente, gattonando per recuperare l'equilibrio, poi piego la caviglia oltremisura e partono improperi vari ma alla fine ne esco indenne. La discesa sembra infinita, e fa sempre più caldo, ho sempre più sete e il mio stomaco sempre meno voglia di ricevere acqua. Breve stop al Croz dell'Altissimo, via ancora. Incrocio altri trailrunner, credo di averne passati alcuni. Il mio grazie ai turisti che mi fanno spazio per passare sullo stretto sentiero è flebile. Sono quasi finito e mancano solo 5km all'arrivo. Alcune pendenze di minima salita mi mettono in difficoltà, partono crampi ovunque e devo controllare ogni falcata con troppa precisione, è sfiancante. Si scende ancora un poco nel bosco tra le radici che ti afferrano i piedi, e quello davanti a me grida "ma siamo ancora altissimi!", e vedo sulla sinistra il lago di Molveno, effettivamente proprio dall'alto. Come per compensare, la discesa si fa ripidissima e sbuca sulla strada: il percorso taglia violentemente i tornanti, tra prati e scalette, e precipitiamo perdendo rapidamente quota. La discesa non mi fa sentire la fatica e supero il mio momentaneo compagno di viaggio, fino a quando, arrivato improvvisamente al livello del lago, la pendenza si azzera.
Mancano circa 2km o forse meno, sono piatti, lungo il lago, ma tutto il corpo mi frena appesantito e al tempo stesso svuotato. Tutta cosí è stata, alti e bassi, mangia e bevi, gioie e dolori, salite e discese. Ormai ci sono, tengo il ritmo migliore che riesco con quello che ho, tra i 5' e i 6' al km. Veloce e lento, correre e camminare, fermarsi e ripartire, tutta cosí è stata. La gente sul litorale applaude, mi dice cose bellissime, sorrido che voce non ne ho più, alzo il pollice, applaudo a loro, non ho fiato. Parli e ascolti, dai e ricevi, anche cosí è stata.
Vedo l'arco dell'arrivo, sento la speaker, penso a quanto dura sia stata, ma non c'è più stanchezza, non sento il mio corpo, vedo solo che oramai è fatta: taglio il traguardo.
Fermo il Garmin (qui la traccia). Che tempo ho fatto? Leggo 6h39'. Sono contento. Mi guardo attorno, c'è poca gente, ma come? Vado a controllare gli arrivi. Sono 25esimo. Sono contentissimo. Come stai? Come è andata? Bene, e tu? Da dove vieni? I'm from Belgium. E' stata durissima, vero? Bello il paesaggio eh. Hai visto che salita ai ghiaioni? Sono distrutto. Sono felice. Sono stanco. Sono arrivato.
Anche cosí, tutta, anche cosí è stata: piena di domande, e con alcune risposte.

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