(suggerimento: attaccate l'audio, la musichetta e' proprio carina)
L’adrenalina è un ormone e neurotrasmettitore che, prodotto dal surrene a sua volta stimolato dal sistema simpatico, genera una serie di capacità da superumani per un limitato periodo di tempo… come aumento della pressione, maggiore gittata cardiaca, produzione più efficace del glucosio da parte del fegato, un più veloce smaltimento dell’anidride carbonica, ecc ecc.Quindi forse è sbagliato che io parli di adrenalina quando mi butto giù per una discesa, perché in tutti questi effetti non ci trovo la momentanea incoscienza che mi pervade. La goduria nel rischiare. La più totale noncuranza degli effetti disastrosi che un passo falso potrebbero avere.
L’ha descritto molto bene Kilian nel suo libro “Correre o morire” (titoletto, eh?), o almeno io mi ci sono ritrovato – decisamente ad un passo più lento – nelle sensazioni. La discesa nel trail diventa una sfida di equilibrio, una gara di riflessi. Innanzitutto bisogna essere riposati, le gambe devono essere reattive. E poi giù, si affronta il sentiero come un percorso ad ostacoli, dove ogni passo è un imprevisto che ti lascia pochissimi millisecondi per reagire: posizionare il piede, decidere che tensione dare al muscolo. Scegliere se l’appoggio di tallone sia più adatto di quello di punta per quel sasso lì, oppure provare ad allungare il passo per impattare sul terreno più soffice. Lo sguardo non troppo basso, ad anticipare gli ostacoli, ad analizzare i prossimi metri. In fretta, in frettissima, perché già l’altro piede sta aspettando i comandi giusti, che tra frazioni di secondo sarà il suo turno. La durata media di un passo quando si va a ritmo deciso è circa un terzo di secondo, sui 300 millisecondi. Centottanta decisioni al minuto, centottanta appoggi, centottanta potenziali infortuni.
E poi ci sono gli imprevisti. Il piede di appoggia ma il sasso non è stabile, il terreno non tiene, le foglie nascondono una radice. Trattenendo il “porc…” – di cui fortunatamente si occupa un sistema automatico di imprecazioni – immediatamente bisogna alleggerire il peso sulla gamba, anticipare l’altro appoggio, solo 200, 100 millisecondi per riguadagnare parte dell’equilibrio e cercare una superficie sicura... perché tanti passi insicuri in fila, beh… meglio non farli. Oppure un improvviso tratto lastricato di rocce umide, coperte di muschio, sull’intera larghezza del sentiero. La velocità non può andare a zero immediatamente: a 4min/km, cioè 15km/h si percorrono 4.2 metri al secondo! E allora freeride su per i bordi del sentiero, quasi come ci fosse una tavola da skate sotto i piedi. Hop hop! Da destra a sinistra.
Si prende il ritmo, si guadagna confidenza, usando tutto il corpo, gambe busto braccia e pure la testa per controllare l’equilibrio, e non so quale ormone cominci a circolare, ma è bello, e divertente, ed emozionante, una droga, e anche ci fosse della fatica, non si sente. La discesa può durare quanto vuole. Non mi stufa. Ma quando arrivo in fondo, rallento, riposo, ragiono e mi dico: “sei un coglione… ma anche oggi, è andata bene”.
Si dice che le gare si vincono in salita, ma si perdono in discesa.
Io, in discesa, perdo la testa.
Questo il video... e questa la traccia.
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