Dove sta Padenghe? E' in fondo al lago di Garda, lato ovest.
E in novembre organizzano una bella mezza con un percorso molto interessante che si snoda nelle campagne lì attorno.
Ci partecipo convinto da un amico, anche se le due settimane che l'hanno preceduta non sono state esattamente di buon auspicio... un po' per via di un taglio ad un dito della mano fatto nel tentativo di tagliare l'ultima fetta di pane, un po' per uno scatto nel momento sbagliato ad una partita di calcetto che mi ha contratto un tricipite femorale... Fatto sta che tra antitetanica, antibiotici e antinfiammatori ero un po' troppo "anti" :) e gli allenamenti si sono rarefatti e rallentati molto più del solito.
Alla partenza, siamo io e due altri miei amici in versione lazzaretto, io con potenziale fastidio alla coscia, un altro con l'inguine fastidioso, e quello messo peggio con bandelletta dolorante e trauma da calcione a calcetto sul polpaccio. Infatti decide di prenderla molto sportivamente, a passeggiata. Noi due invece puntiamo a tirare un pochino ma senza esagerare, sperando di stare sotto l'ora e mezza. Pum! I primi km sono rapidi perché' dopo una prima salita c'è una continua discesa, e il ritmo che teniamo è sui 4:05 min/km circa. Nonostante l'allenamento scarso mi sento abbastanza bene e al km 6 saluto l'amico e provo a tirare un pochino: so che l'altimetria mi metterà in difficoltà nella seconda metà e cerco di guadagnare secondi. D'altronde, in discesa i secondi sono gratis! La discesa è lieve e costante e spesso riesco a stare sotto i 4min/km.
Nella seconda parte della gara comincia un saliscendi che va a totalizzare 200m di dislivello (tutti li ho sentiti! Tutti!) con alcuni strappi importanti. Però dopo la salita c'è anche la discesa, oddio non sempre ma qui si, e giù di secondi gratis! Attorno al 15esimo km il tricipite femorale si fa sentire, ma come per magia dopo un paio di km se ne torna zitto zitto al suo posto.
Corri corri, il percorso è proprio carino, campagne cavalli pecore casette prati. E arriva la parte finale, un ultimissimo strappetto e comincia una discesa a tratti che dura per tutti gli ultimi 3km. Lascio andare le gambe, e c’è pure qualche matto che mi supera (chi mi conosce sa che in discesa sono decisamente imprudente e non so trattenermi) al punto che il ritmo medio in quel punto si assesta sui 3:45min/km. Sugli ultimi 500m sono accompagnato da una sfilza di urli "Vai Monicaaaa!", il che mi fa pensare di aver dietro una certa Monica che è anche probabilmente del posto! Fortunatamente arrivo al traguardo prima di convincermi di chiamarmi Monica, mi giro e le faccio i complimenti chiamandola per nome. Come l'avessi sempre conosciuta. Poi scoprirò che è arrivata 10ma, e brava! Per me niente PB, ma comunque un tempo di cui essere soddisfatto: 1h27'23'' realtime, che considerando il dislivello mi lascia proprio contento.
Aspetto i miei amici e poi via al pasta party col vino rosso degli alpini. Ole'!
domenica 30 novembre 2014
lunedì 17 novembre 2014
Garda Trentino Half Marathon: la "giornata giusta"
A volte le gambe girano quasi da sole, ti senti bene e non vedi il motivo per cui dovresti andare piano.
Ecco, il 9 novembre 2014, così!
Le previsioni non sono un granché', ma mentre vado a ritirare il pacco gara le nuvole sembrano assottigliarsi. L’umidità è fuori di testa, tipo 95% ed infatti dopo aver sbrigato le formalità, il riscaldamento è un bagno di sudore: non fa per niente freddo, per essere novembre. Sono sicuramente più di 15 gradi ed un po' mi dispiace, speravo in quella temperatura che ti fa andare in perfetto equilibrio termico al limite della sudorazione. La prossima! Oggi va così.
Questa mezza la faccio col capo, David, e alcuni amici scherzano sul fatto che lo devo lasciar vincere, ma so che non servirà, è già forte di suo! Siamo nella griglia intermedia, pettorale azzurro, da 1h25 a 1h45: fantastichiamo sul quando riusciremo a guadagnarci il pettorale rosso, quello sotto 1h25. Al momento dista ancora un paio di minuti... che nonostante possano parere pochi, beh valgono una gran fatica in più. Stiamo bene oggi, ma non così tanto.
Pronti a partire, fa quasi caldo anche in tenuta estiva, appare pure il sole... 3, 2, 1, via! Primi metri confusi, ritmo altalenante, un po' di isole di traffico che appaiono quando la massa in corsa si apre come se passasse Mosè, e un sacco di runner che sono ampiamente più lenti del nostro ritmo prefissato, un 4:05-4:06 min/km almeno nella prima parte. Certo, partire a quel ritmo dopo 15 minuti fermi ad aspettare mette a dura prova il fiato e la psiche. Poi, rotto il fiato la psiche segue i fatti, appurando che effettivamente le gambe non girano male. Attorno al quinto km possiamo dire di aver preso il ritmo giusto.
Attorno al decimo km ci scambiamo un paio di impressioni sul ritmo, che ci pare buono ma "non mi sento proprio freschissimo" :) e direi che ci sta, ci sta tutta. Però ho la preparazione della maratona che è cosa di due settimane prima e non ho grosse paure sulla tenuta, piuttosto sto attento al fiato per evitare di entrare troppo in regime anaerobico, almeno non troppo presto! Questa mezza ho deciso di affrontarla con un solo "pitstop", cioè un solo gel energetico al km 15. Sorseggio agli altri ristori e poco dopo il km 14 prendo il gel: l'operazione mi ritarda un po' e perdo il contatto con il capo di 5-6 metri. Bevo al ristoro per buttare giù il gel e mi avvio per la parte di gara in cui mi gioco il tempo. Riesco a rosicchiare qui e lì qualche secondo, a seconda delle leggere pendenze a volte il tempo tocca i 4 min/km. Sento che potrei correre così per chilometri ancora, ma che non potrei andare più veloce... the marathon legacy!
Taglio il traguardo col record personale di un minuto sotto, con David avanti di circa 30 secondi (l'avevo detto io!) e con la sensazione di recuperare rapidamente. Per guadagnarsi il pettorale rosso adesso non sembra che manchi poi così tanto, sembra alla portata: solo 1'11", quanto ci vuole? :)
martedì 4 novembre 2014
Venice Marathon 2014
Una gara dura un giorno.
Ed è ancora più valido per una maratona. Mi piace tantissimo tutta la preparazione, che va dal ritiro del pettorale agli istanti prima della gara, e la gara stessa, e poi il dopo-gara con gli amici.
Alla maratona di Venezia, i pettorali si ritirano il sabato e si corre la domenica: non potrebbe essere altrimenti, con 6000 iscritti. Questo significa che un serve un po’ di logistica in più: fortunatamente i genitori del mio amico runner Leonardo ci ospitano ad un’ora scarsa di macchina dai punti cruciali. Quindi, sabato andiamo a ritirare il pettorale e il pacco gara, e ne approfittiamo per fare un giro all’esposizione che è piuttosto grande. Non troviamo i magnetini per attaccare il numero, il venditore che li aveva ci dice che sono già finiti (eh sono una chicca!!): allora decidiamo che è il momento per una birra :) . Roba leggera, domani si corre. Torniamo alla base e ceniamo. A mezzogiorno, avevamo già mangiato un paio di grosse fette di crostata per fare l’integrazione glicidica… per far scorte insomma. Quindi la cena è abbastanza normale, non fosse che cerchiamo di evitare troppi grassi e proteine che adesso proprio non ci servono. Anche se sarebbe buona cosa dormire molto e bene, sappiamo che l’emozione ci impedirebbe comunque di addormentarci troppo presto, e poi c’è pure il cambio dell’ora per cui aspettiamo le 11 passate, puntiamo le sveglie e buonanotte.
5:30 – suona la sveglia! Oooookey, metto già la tenuta da corsa sotto la tuta da ginnastica e vado a lavarmi la faccia per svegliarmi un po’. Passo la crema idratante sui piedi: può sembrare una finezza eccessiva, ma arrivare in fondo a 42km senza una sola vescica, non ha prezzo! Scendo per la colazione, ci facciamo il caffè, succo, ed una serie inarrestabile di fette biscottate con la marmellata. Temo di essere arrivato a 10… vabbè. Le userò tutte! Tra una chiacchiera e l’altra arrivano le 6:30 che sulla nostra tabella coincide ad avviarsi per Stra, ci vuole un’oretta in macchina. Infatti arriviamo non troppo distanti dalla zona partenza alle 7:30, e dopo aver preparato le sacche andiamo in una pasticceria lì vicino a prendere un caffè. I minuti passano e l’emozione cresce, abbiamo un bisogno fisico di avvicinarci alla partenza e quindi andiamo. La gente aumenta a dismisura, c’è già qualcuno che si riscalda – ma non è troppo presto? – e ci avviamo verso la consegna delle sacche. Indossiamo le scarpe e lasciamo gli ultimi indumenti nelle sacche, che abbandoniamo sui camion che ce le porteranno all’arrivo. Come unici surplus una monetina per un altro caffè e il sacco della spazzatura a mo’ di spolverino usa e getta, per tenere “fuori” l’aria fredda nei minuti fermi che precedono la partenza. Fermi perché’ non passano, fermi perché’ non ci si muove! Hai preso gli zuccheri? Si, guarda qui, dico, facendo notare come la microtaschina dei pantaloncini zeppa di bustine mi fa sembrare un superdotato! Partiamo con un leggero riscaldamento in direzione del bar, sosta caffè e sosta tecnica, e poi ancora riscaldamento verso la zona partenza. E’ oramai ora di andare nei settori di partenza, sono nella terza “gabbia” mentre Leonardo è nella seconda: questo hanno fatto i 3 minuti di differenza nel nostro best dell’anno scorso! Ci diamo appuntamento dietro al pacemaker delle 3h10, da qualche parte attorno ai primi km. Nel lungo biscione di gente della partenza si aspetta, si chiacchiera con il vicino, ci si accorge che è uscito il sole e il sacchetto non serve più, si comincia a far prendere il GPS, ci si muove un po’ sul posto… e piano piano, arriva l’ora della partenza.
Sono le 9:00, e partono le handbike. Pochi minuti e comincia il conto alla rovescia, e finalmente poco dopo le 9:05 il lungo serpentone di quasi 6000 runners si avvia pesante, partendo come si avvierebbe un grosso tir carico. Fino a quando non passo sotto l’arco della partenza zampetto tranquillamente, ma attraversata quella porta inizia la gara ed entro in modalità strettamente agonistica :) … non resisto. Primo obiettivo, raggiungere Leonardo. Mi sposto sul bordo sinistro, che fortunatamente mi offre uno stretto corridoio, sufficiente per superare. Guardo il Garmin, e un po’ preoccupato vedo un 4:15. Spero che il pacemaker delle 3h10 non sia troppo distante altrimenti rischio di scoppiare! Fortunatamente poco dopo 1km, vedo dei palloncini blu e anche il mio compagno di corse. Cerchiamo di assestarci su un 4:30 ma così facendo notiamo che rischiamo di perdere il pacemaker: sarà il nostro GPS che va a farfalle o il pacemaker che sta esagerando un po’? Fatto sta che i primi km scorrono fluidi sempre qualche secondo sotto il tempo prefissato, guadagnando margine ma allo stesso tempo facendoci temere sulla nostra tenuta più avanti. La prima parte del percorso è lungo la riviera del brenta, con una serie di ville settecentesche di indubbio fascino. Intanto, passa il primo ristoro dei 5km, e il secondo ai 10km, e il terzo ai 15km… Lungo il percorso sono anche presenti dei gruppi musicali di vario genere e un sacco di gente. I bambini tendono le manine per dare il cinque e io non resisto, li devo dare tutti! Noto pure che fare questa cosa, con l’incitamento del pubblico, con gente che non ti conosce ma legge il nome sul pettorale e ti incoraggia “Dai Matteo, forza!!”, mi da’ una carica incredibile e mi sembra quasi di non sentire la stanchezza. Se non fosse che… poco dopo il ventesimo km, ho bisogno di fare pipì. Niente da fare, il tentativo di trattenermi mi sta affaticando inutilmente, porcaccia la miseriaccia: approfitto di un bordo strada a Marghera, la parte un po’ più bruttina del percorso, per una sosta tecnica. Leonardo si aggiunge ma è più rapido. Conto i secondi, … 20… 25… uff… a 35 secondi decido che è abbastanza e riparto, e vedo che Leonardo ha già guadagnato 20-30m. Accelero gradualmente, riprendo Leonardo e assieme andiamo a riprendere il gruppo dietro ai palloncini blu, dicendoci “Mi sa che questa la paghiamo poi…”, un po’ ridendo ma anche un po’ seri.
Perché la maratona non perdona! Non c’è cardiofrequenzimetro che conti, se sbagli il ritmo puoi anche non arrivare – o arrivare, ma male! – e questo lo avevamo messo in conto. Sappiamo bene di essere moooolto prossimi al nostro limite, ma siccome il nostro motto suona circa “no pain, no gain”, beh, avanti! Fatto sta che ci riesce di riattaccarci ai palloncini, dove il gruppo è ancora abbastanza compatto. Mi aspetto di cominciare a vedere defezioni dal trentesimo. E porcavacca è proprio il mio compagno di corse che comincia ad entrare in crisi, faticando a tenere il 4’30”/km proprio in prossimità del km 30, dove entriamo nel parco S. Giuliano, prima di uscire definitivamente da Mestre. Lo incito un po’, sperando che si tratti di una difficoltà più psicologica che fisica, ma dopo un po’ non lo vedo più e decido che è meglio che mi riavvicini al gruppo dei palloncini perché’ mi aspetto vento sul ponte.
Infatti, raggiungo giusto in tempo il gruppo mentre imbocchiamo il Ponte della Libertà, che ci porterà a Venezia, in laguna. Il pacemaker ci suggerisce di stargli dietro per sentire meno il vento e io obbedisco: intanto mi accorgo di due cose… una è che il gruppo si è notevolmente sfoltito, saremo una quindicina con questo pacemaker più un’altra quindicina con quello poco avanti, e l’altra è che comincio a sentire i 33km sulle gambette. D’altronde, in allenamento non sono mai andato oltre i 35km e quindi sto entrando in “terra sconosciuta”! Lungo il ponte abbiamo continui rallentamenti ad elastico perché’ oramai quelli che non riescono a reggere il ritmo aumentano esponenzialmente. Ad ogni sorpasso si distrugge la struttura del gruppo, che si riforma poco dopo con uno sforzo aggiuntivo. A questo punto la concentrazione per tenere in ritmo è massima, mi accorgo chiaramente che se non penso a mettere un piede davanti all’altro alla velocità giusta, ecco, perdo metri. Stay focused. Anche il runner al mio fianco cede… sembra che improvvisamente qualcuno lo abbia zavorrato! Stay focused. Ad un certo punto un grido da dietro implora aiuto: “craaaaampi!!!”. Il pacemaker, dicendo ad una runner (tosta) di tenere il ritmo, rallenta a prestare soccorso. Solo allora realizzo che del nostro gruppetto siamo rimasti solo io, la runner tosta ed il pacemaker che, fenomeno, ci recupera. Stay focused. Mentre realizzo che il ponte sta finendo, il pacemaker da’ voce ai miei pensieri dicendo: “dai che è finito, sto ponte di merda!”: la cosa ovviamente va presa col beneficio del dubbio, vista la chiara mancanza di ossigeno ai nostri cervelli.
Entriamo quindi ufficialmente a Venezia costeggiando il Tronchetto. Purtroppo, finito il ponte parte una salituccia che al 37esimo km ti fa sentire di piombo, ma finisce pure quella e recupero un po’ in discesa. E’ alla fine della discesa che sento il pacemaker dire che abbiamo quasi 20’ per fare 4km, e con i pochi zuccheri rimasti riesco a calcolare di avere quindi quasi 2 minuti di margine sul tempo obiettivo. Non ho neanche finito di fare i conti che guardandomi attorno mi accorgo che il gruppo non esiste proprio più. Mi devo essere distratto ed ho perso alcuni metri, infatti il Garmin mi segna 4’45”/km. Provo ad accelerare ma trovo come un limite fisico alla forza che riesco ad imprimere al passo. Ci siamo, mi sono detto… fine delle scorte!! Riprovo, ma nulla da fare, il passo si assesta su un 5’/km, forse qualche secondo in più. Si parla tanto del “muro della maratona”, non ho esattamente idea di come sia e non credo di averlo veramente incontrato… ma era come se avessi il limitatore di velocità. Stay focused, stay focused. Adesso l’impegno è tutto concentrato nel tener teso l’elastico senza che si rompa, complicato dalla sequenza di quattordici ponti che obbliga a modificare continuamente la cadenza. Sono in modalità “ancora uno”: coraggio fai ancora un ponte, dai fai ancora un km, … e poi Piazza S. Marco, bagno di folla – letteralmente – con la gente che incita tutti. Non sei nessuno ma leggono il nome sul pettorale, e ti incoraggiano: fenomenali, avrei voluto ringraziarli tutti, ma chi si ferma è perduto! Accenno un sorrisino che pure mi pare difficile, mentre il Garmin mi dice che questa volta gli incitamenti non hanno prodotto effetti sul ritmo: sono sempre lì, con il limitatore! Ad un certo punto sento qualcuno che dice “coraggio, è l’ultimo ponte!” e avrei voluto baciarlo… un’altra volta. Infatti, dopo il ponte si vede l’arco dell’arrivo a Riva Sette Martiri, oramai il km 42 è superato e restano quelle poche manciate di metri che ti chiedi come mai siano così lunghe e… finito!
L’emozione di aver concluso è tale per cui mi dimentico di fermare il cronometro al polso, ma so già che il tempo è buono e sono estremamente soddisfatto. Con un passo da bradipo, quasi per compensare quello tenuto fino a prima, raggiungo la medaglia di finisher, la bottiglietta d’acqua, fermo finalmente il cronometro, c’è un fotografo, poi uno dell’organizzazione che mi chiede come è andata (ma lo chiede a tutti? Forse deve verificare che non si abbia bisogno di cure mediche?), e poi mi dicono massaggi in fondo spogliatoi a sinistra. Vado dritto ai massaggi, me li merito!
Tutto rallenta.
Se durante la gara è stato un crescendo di fatica, emozioni, cose, sensazioni, adesso non ho fretta. Mi faccio fare i massaggi, poi arriva Leonardo, con calma ci avviamo verso gli spogliatoi. Docce, poi cerchiamo un posto per mangiare qualcosa e non facciamo che parlare di come è andata, come ci siamo sentiti, quello che abbiamo visto. Prendiamo il vaporetto e poi il bus navetta verso Stra. Come staremo domani? Stavolta ci siamo allenati meglio dell’anno scorso. Ma lo sai che non sono neanche tanto distrutto? Certo che abbiamo fatto un buon tempo. Che ore sono? Le sei. Ci fermiamo alla pasticceria di stamattina?
Una gara dura un giorno... forse di più.
Buone corse!
Ed è ancora più valido per una maratona. Mi piace tantissimo tutta la preparazione, che va dal ritiro del pettorale agli istanti prima della gara, e la gara stessa, e poi il dopo-gara con gli amici.
Alla maratona di Venezia, i pettorali si ritirano il sabato e si corre la domenica: non potrebbe essere altrimenti, con 6000 iscritti. Questo significa che un serve un po’ di logistica in più: fortunatamente i genitori del mio amico runner Leonardo ci ospitano ad un’ora scarsa di macchina dai punti cruciali. Quindi, sabato andiamo a ritirare il pettorale e il pacco gara, e ne approfittiamo per fare un giro all’esposizione che è piuttosto grande. Non troviamo i magnetini per attaccare il numero, il venditore che li aveva ci dice che sono già finiti (eh sono una chicca!!): allora decidiamo che è il momento per una birra :) . Roba leggera, domani si corre. Torniamo alla base e ceniamo. A mezzogiorno, avevamo già mangiato un paio di grosse fette di crostata per fare l’integrazione glicidica… per far scorte insomma. Quindi la cena è abbastanza normale, non fosse che cerchiamo di evitare troppi grassi e proteine che adesso proprio non ci servono. Anche se sarebbe buona cosa dormire molto e bene, sappiamo che l’emozione ci impedirebbe comunque di addormentarci troppo presto, e poi c’è pure il cambio dell’ora per cui aspettiamo le 11 passate, puntiamo le sveglie e buonanotte.
5:30 – suona la sveglia! Oooookey, metto già la tenuta da corsa sotto la tuta da ginnastica e vado a lavarmi la faccia per svegliarmi un po’. Passo la crema idratante sui piedi: può sembrare una finezza eccessiva, ma arrivare in fondo a 42km senza una sola vescica, non ha prezzo! Scendo per la colazione, ci facciamo il caffè, succo, ed una serie inarrestabile di fette biscottate con la marmellata. Temo di essere arrivato a 10… vabbè. Le userò tutte! Tra una chiacchiera e l’altra arrivano le 6:30 che sulla nostra tabella coincide ad avviarsi per Stra, ci vuole un’oretta in macchina. Infatti arriviamo non troppo distanti dalla zona partenza alle 7:30, e dopo aver preparato le sacche andiamo in una pasticceria lì vicino a prendere un caffè. I minuti passano e l’emozione cresce, abbiamo un bisogno fisico di avvicinarci alla partenza e quindi andiamo. La gente aumenta a dismisura, c’è già qualcuno che si riscalda – ma non è troppo presto? – e ci avviamo verso la consegna delle sacche. Indossiamo le scarpe e lasciamo gli ultimi indumenti nelle sacche, che abbandoniamo sui camion che ce le porteranno all’arrivo. Come unici surplus una monetina per un altro caffè e il sacco della spazzatura a mo’ di spolverino usa e getta, per tenere “fuori” l’aria fredda nei minuti fermi che precedono la partenza. Fermi perché’ non passano, fermi perché’ non ci si muove! Hai preso gli zuccheri? Si, guarda qui, dico, facendo notare come la microtaschina dei pantaloncini zeppa di bustine mi fa sembrare un superdotato! Partiamo con un leggero riscaldamento in direzione del bar, sosta caffè e sosta tecnica, e poi ancora riscaldamento verso la zona partenza. E’ oramai ora di andare nei settori di partenza, sono nella terza “gabbia” mentre Leonardo è nella seconda: questo hanno fatto i 3 minuti di differenza nel nostro best dell’anno scorso! Ci diamo appuntamento dietro al pacemaker delle 3h10, da qualche parte attorno ai primi km. Nel lungo biscione di gente della partenza si aspetta, si chiacchiera con il vicino, ci si accorge che è uscito il sole e il sacchetto non serve più, si comincia a far prendere il GPS, ci si muove un po’ sul posto… e piano piano, arriva l’ora della partenza.
Sono le 9:00, e partono le handbike. Pochi minuti e comincia il conto alla rovescia, e finalmente poco dopo le 9:05 il lungo serpentone di quasi 6000 runners si avvia pesante, partendo come si avvierebbe un grosso tir carico. Fino a quando non passo sotto l’arco della partenza zampetto tranquillamente, ma attraversata quella porta inizia la gara ed entro in modalità strettamente agonistica :) … non resisto. Primo obiettivo, raggiungere Leonardo. Mi sposto sul bordo sinistro, che fortunatamente mi offre uno stretto corridoio, sufficiente per superare. Guardo il Garmin, e un po’ preoccupato vedo un 4:15. Spero che il pacemaker delle 3h10 non sia troppo distante altrimenti rischio di scoppiare! Fortunatamente poco dopo 1km, vedo dei palloncini blu e anche il mio compagno di corse. Cerchiamo di assestarci su un 4:30 ma così facendo notiamo che rischiamo di perdere il pacemaker: sarà il nostro GPS che va a farfalle o il pacemaker che sta esagerando un po’? Fatto sta che i primi km scorrono fluidi sempre qualche secondo sotto il tempo prefissato, guadagnando margine ma allo stesso tempo facendoci temere sulla nostra tenuta più avanti. La prima parte del percorso è lungo la riviera del brenta, con una serie di ville settecentesche di indubbio fascino. Intanto, passa il primo ristoro dei 5km, e il secondo ai 10km, e il terzo ai 15km… Lungo il percorso sono anche presenti dei gruppi musicali di vario genere e un sacco di gente. I bambini tendono le manine per dare il cinque e io non resisto, li devo dare tutti! Noto pure che fare questa cosa, con l’incitamento del pubblico, con gente che non ti conosce ma legge il nome sul pettorale e ti incoraggia “Dai Matteo, forza!!”, mi da’ una carica incredibile e mi sembra quasi di non sentire la stanchezza. Se non fosse che… poco dopo il ventesimo km, ho bisogno di fare pipì. Niente da fare, il tentativo di trattenermi mi sta affaticando inutilmente, porcaccia la miseriaccia: approfitto di un bordo strada a Marghera, la parte un po’ più bruttina del percorso, per una sosta tecnica. Leonardo si aggiunge ma è più rapido. Conto i secondi, … 20… 25… uff… a 35 secondi decido che è abbastanza e riparto, e vedo che Leonardo ha già guadagnato 20-30m. Accelero gradualmente, riprendo Leonardo e assieme andiamo a riprendere il gruppo dietro ai palloncini blu, dicendoci “Mi sa che questa la paghiamo poi…”, un po’ ridendo ma anche un po’ seri.
Perché la maratona non perdona! Non c’è cardiofrequenzimetro che conti, se sbagli il ritmo puoi anche non arrivare – o arrivare, ma male! – e questo lo avevamo messo in conto. Sappiamo bene di essere moooolto prossimi al nostro limite, ma siccome il nostro motto suona circa “no pain, no gain”, beh, avanti! Fatto sta che ci riesce di riattaccarci ai palloncini, dove il gruppo è ancora abbastanza compatto. Mi aspetto di cominciare a vedere defezioni dal trentesimo. E porcavacca è proprio il mio compagno di corse che comincia ad entrare in crisi, faticando a tenere il 4’30”/km proprio in prossimità del km 30, dove entriamo nel parco S. Giuliano, prima di uscire definitivamente da Mestre. Lo incito un po’, sperando che si tratti di una difficoltà più psicologica che fisica, ma dopo un po’ non lo vedo più e decido che è meglio che mi riavvicini al gruppo dei palloncini perché’ mi aspetto vento sul ponte.
Infatti, raggiungo giusto in tempo il gruppo mentre imbocchiamo il Ponte della Libertà, che ci porterà a Venezia, in laguna. Il pacemaker ci suggerisce di stargli dietro per sentire meno il vento e io obbedisco: intanto mi accorgo di due cose… una è che il gruppo si è notevolmente sfoltito, saremo una quindicina con questo pacemaker più un’altra quindicina con quello poco avanti, e l’altra è che comincio a sentire i 33km sulle gambette. D’altronde, in allenamento non sono mai andato oltre i 35km e quindi sto entrando in “terra sconosciuta”! Lungo il ponte abbiamo continui rallentamenti ad elastico perché’ oramai quelli che non riescono a reggere il ritmo aumentano esponenzialmente. Ad ogni sorpasso si distrugge la struttura del gruppo, che si riforma poco dopo con uno sforzo aggiuntivo. A questo punto la concentrazione per tenere in ritmo è massima, mi accorgo chiaramente che se non penso a mettere un piede davanti all’altro alla velocità giusta, ecco, perdo metri. Stay focused. Anche il runner al mio fianco cede… sembra che improvvisamente qualcuno lo abbia zavorrato! Stay focused. Ad un certo punto un grido da dietro implora aiuto: “craaaaampi!!!”. Il pacemaker, dicendo ad una runner (tosta) di tenere il ritmo, rallenta a prestare soccorso. Solo allora realizzo che del nostro gruppetto siamo rimasti solo io, la runner tosta ed il pacemaker che, fenomeno, ci recupera. Stay focused. Mentre realizzo che il ponte sta finendo, il pacemaker da’ voce ai miei pensieri dicendo: “dai che è finito, sto ponte di merda!”: la cosa ovviamente va presa col beneficio del dubbio, vista la chiara mancanza di ossigeno ai nostri cervelli.
Entriamo quindi ufficialmente a Venezia costeggiando il Tronchetto. Purtroppo, finito il ponte parte una salituccia che al 37esimo km ti fa sentire di piombo, ma finisce pure quella e recupero un po’ in discesa. E’ alla fine della discesa che sento il pacemaker dire che abbiamo quasi 20’ per fare 4km, e con i pochi zuccheri rimasti riesco a calcolare di avere quindi quasi 2 minuti di margine sul tempo obiettivo. Non ho neanche finito di fare i conti che guardandomi attorno mi accorgo che il gruppo non esiste proprio più. Mi devo essere distratto ed ho perso alcuni metri, infatti il Garmin mi segna 4’45”/km. Provo ad accelerare ma trovo come un limite fisico alla forza che riesco ad imprimere al passo. Ci siamo, mi sono detto… fine delle scorte!! Riprovo, ma nulla da fare, il passo si assesta su un 5’/km, forse qualche secondo in più. Si parla tanto del “muro della maratona”, non ho esattamente idea di come sia e non credo di averlo veramente incontrato… ma era come se avessi il limitatore di velocità. Stay focused, stay focused. Adesso l’impegno è tutto concentrato nel tener teso l’elastico senza che si rompa, complicato dalla sequenza di quattordici ponti che obbliga a modificare continuamente la cadenza. Sono in modalità “ancora uno”: coraggio fai ancora un ponte, dai fai ancora un km, … e poi Piazza S. Marco, bagno di folla – letteralmente – con la gente che incita tutti. Non sei nessuno ma leggono il nome sul pettorale, e ti incoraggiano: fenomenali, avrei voluto ringraziarli tutti, ma chi si ferma è perduto! Accenno un sorrisino che pure mi pare difficile, mentre il Garmin mi dice che questa volta gli incitamenti non hanno prodotto effetti sul ritmo: sono sempre lì, con il limitatore! Ad un certo punto sento qualcuno che dice “coraggio, è l’ultimo ponte!” e avrei voluto baciarlo… un’altra volta. Infatti, dopo il ponte si vede l’arco dell’arrivo a Riva Sette Martiri, oramai il km 42 è superato e restano quelle poche manciate di metri che ti chiedi come mai siano così lunghe e… finito!
L’emozione di aver concluso è tale per cui mi dimentico di fermare il cronometro al polso, ma so già che il tempo è buono e sono estremamente soddisfatto. Con un passo da bradipo, quasi per compensare quello tenuto fino a prima, raggiungo la medaglia di finisher, la bottiglietta d’acqua, fermo finalmente il cronometro, c’è un fotografo, poi uno dell’organizzazione che mi chiede come è andata (ma lo chiede a tutti? Forse deve verificare che non si abbia bisogno di cure mediche?), e poi mi dicono massaggi in fondo spogliatoi a sinistra. Vado dritto ai massaggi, me li merito!
Tutto rallenta.
Se durante la gara è stato un crescendo di fatica, emozioni, cose, sensazioni, adesso non ho fretta. Mi faccio fare i massaggi, poi arriva Leonardo, con calma ci avviamo verso gli spogliatoi. Docce, poi cerchiamo un posto per mangiare qualcosa e non facciamo che parlare di come è andata, come ci siamo sentiti, quello che abbiamo visto. Prendiamo il vaporetto e poi il bus navetta verso Stra. Come staremo domani? Stavolta ci siamo allenati meglio dell’anno scorso. Ma lo sai che non sono neanche tanto distrutto? Certo che abbiamo fatto un buon tempo. Che ore sono? Le sei. Ci fermiamo alla pasticceria di stamattina?
Una gara dura un giorno... forse di più.
Buone corse!
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