Una gara dura un giorno.
Ed è ancora più valido per una maratona. Mi piace tantissimo tutta la preparazione, che va dal ritiro del pettorale agli istanti prima della gara, e la gara stessa, e poi il dopo-gara con gli amici.
Alla maratona di Venezia, i pettorali si ritirano il sabato e si corre la domenica: non potrebbe essere altrimenti, con 6000 iscritti. Questo significa che un serve un po’ di logistica in più: fortunatamente i genitori del mio amico runner Leonardo ci ospitano ad un’ora scarsa di macchina dai punti cruciali. Quindi, sabato andiamo a ritirare il pettorale e il pacco gara, e ne approfittiamo per fare un giro all’esposizione che è piuttosto grande. Non troviamo i magnetini per attaccare il numero, il venditore che li aveva ci dice che sono già finiti (eh sono una chicca!!): allora decidiamo che è il momento per una birra :) . Roba leggera, domani si corre. Torniamo alla base e ceniamo. A mezzogiorno, avevamo già mangiato un paio di grosse fette di crostata per fare l’integrazione glicidica… per far scorte insomma. Quindi la cena è abbastanza normale, non fosse che cerchiamo di evitare troppi grassi e proteine che adesso proprio non ci servono. Anche se sarebbe buona cosa dormire molto e bene, sappiamo che l’emozione ci impedirebbe comunque di addormentarci troppo presto, e poi c’è pure il cambio dell’ora per cui aspettiamo le 11 passate, puntiamo le sveglie e buonanotte.
5:30 – suona la sveglia! Oooookey, metto già la tenuta da corsa sotto la tuta da ginnastica e vado a lavarmi la faccia per svegliarmi un po’. Passo la crema idratante sui piedi: può sembrare una finezza eccessiva, ma arrivare in fondo a 42km senza una sola vescica, non ha prezzo! Scendo per la colazione, ci facciamo il caffè, succo, ed una serie inarrestabile di fette biscottate con la marmellata. Temo di essere arrivato a 10… vabbè. Le userò tutte! Tra una chiacchiera e l’altra arrivano le 6:30 che sulla nostra tabella coincide ad avviarsi per Stra, ci vuole un’oretta in macchina. Infatti arriviamo non troppo distanti dalla zona partenza alle 7:30, e dopo aver preparato le sacche andiamo in una pasticceria lì vicino a prendere un caffè. I minuti passano e l’emozione cresce, abbiamo un bisogno fisico di avvicinarci alla partenza e quindi andiamo. La gente aumenta a dismisura, c’è già qualcuno che si riscalda – ma non è troppo presto? – e ci avviamo verso la consegna delle sacche. Indossiamo le scarpe e lasciamo gli ultimi indumenti nelle sacche, che abbandoniamo sui camion che ce le porteranno all’arrivo. Come unici surplus una monetina per un altro caffè e il sacco della spazzatura a mo’ di spolverino usa e getta, per tenere “fuori” l’aria fredda nei minuti fermi che precedono la partenza. Fermi perché’ non passano, fermi perché’ non ci si muove! Hai preso gli zuccheri? Si, guarda qui, dico, facendo notare come la microtaschina dei pantaloncini zeppa di bustine mi fa sembrare un superdotato! Partiamo con un leggero riscaldamento in direzione del bar, sosta caffè e sosta tecnica, e poi ancora riscaldamento verso la zona partenza. E’ oramai ora di andare nei settori di partenza, sono nella terza “gabbia” mentre Leonardo è nella seconda: questo hanno fatto i 3 minuti di differenza nel nostro best dell’anno scorso! Ci diamo appuntamento dietro al pacemaker delle 3h10, da qualche parte attorno ai primi km. Nel lungo biscione di gente della partenza si aspetta, si chiacchiera con il vicino, ci si accorge che è uscito il sole e il sacchetto non serve più, si comincia a far prendere il GPS, ci si muove un po’ sul posto… e piano piano, arriva l’ora della partenza.
Sono le 9:00, e partono le handbike. Pochi minuti e comincia il conto alla rovescia, e finalmente poco dopo le 9:05 il lungo serpentone di quasi 6000 runners si avvia pesante, partendo come si avvierebbe un grosso tir carico. Fino a quando non passo sotto l’arco della partenza zampetto tranquillamente, ma attraversata quella porta inizia la gara ed entro in modalità strettamente agonistica :) … non resisto. Primo obiettivo, raggiungere Leonardo. Mi sposto sul bordo sinistro, che fortunatamente mi offre uno stretto corridoio, sufficiente per superare. Guardo il Garmin, e un po’ preoccupato vedo un 4:15. Spero che il pacemaker delle 3h10 non sia troppo distante altrimenti rischio di scoppiare! Fortunatamente poco dopo 1km, vedo dei palloncini blu e anche il mio compagno di corse. Cerchiamo di assestarci su un 4:30 ma così facendo notiamo che rischiamo di perdere il pacemaker: sarà il nostro GPS che va a farfalle o il pacemaker che sta esagerando un po’? Fatto sta che i primi km scorrono fluidi sempre qualche secondo sotto il tempo prefissato, guadagnando margine ma allo stesso tempo facendoci temere sulla nostra tenuta più avanti. La prima parte del percorso è lungo la riviera del brenta, con una serie di ville settecentesche di indubbio fascino. Intanto, passa il primo ristoro dei 5km, e il secondo ai 10km, e il terzo ai 15km… Lungo il percorso sono anche presenti dei gruppi musicali di vario genere e un sacco di gente. I bambini tendono le manine per dare il cinque e io non resisto, li devo dare tutti! Noto pure che fare questa cosa, con l’incitamento del pubblico, con gente che non ti conosce ma legge il nome sul pettorale e ti incoraggia “Dai Matteo, forza!!”, mi da’ una carica incredibile e mi sembra quasi di non sentire la stanchezza. Se non fosse che… poco dopo il ventesimo km, ho bisogno di fare pipì. Niente da fare, il tentativo di trattenermi mi sta affaticando inutilmente, porcaccia la miseriaccia: approfitto di un bordo strada a Marghera, la parte un po’ più bruttina del percorso, per una sosta tecnica. Leonardo si aggiunge ma è più rapido. Conto i secondi, … 20… 25… uff… a 35 secondi decido che è abbastanza e riparto, e vedo che Leonardo ha già guadagnato 20-30m. Accelero gradualmente, riprendo Leonardo e assieme andiamo a riprendere il gruppo dietro ai palloncini blu, dicendoci “Mi sa che questa la paghiamo poi…”, un po’ ridendo ma anche un po’ seri.
Perché la maratona non perdona! Non c’è cardiofrequenzimetro che conti, se sbagli il ritmo puoi anche non arrivare – o arrivare, ma male! – e questo lo avevamo messo in conto. Sappiamo bene di essere moooolto prossimi al nostro limite, ma siccome il nostro motto suona circa “no pain, no gain”, beh, avanti! Fatto sta che ci riesce di riattaccarci ai palloncini, dove il gruppo è ancora abbastanza compatto. Mi aspetto di cominciare a vedere defezioni dal trentesimo. E porcavacca è proprio il mio compagno di corse che comincia ad entrare in crisi, faticando a tenere il 4’30”/km proprio in prossimità del km 30, dove entriamo nel parco S. Giuliano, prima di uscire definitivamente da Mestre. Lo incito un po’, sperando che si tratti di una difficoltà più psicologica che fisica, ma dopo un po’ non lo vedo più e decido che è meglio che mi riavvicini al gruppo dei palloncini perché’ mi aspetto vento sul ponte.
Infatti, raggiungo giusto in tempo il gruppo mentre imbocchiamo il Ponte della Libertà, che ci porterà a Venezia, in laguna. Il pacemaker ci suggerisce di stargli dietro per sentire meno il vento e io obbedisco: intanto mi accorgo di due cose… una è che il gruppo si è notevolmente sfoltito, saremo una quindicina con questo pacemaker più un’altra quindicina con quello poco avanti, e l’altra è che comincio a sentire i 33km sulle gambette. D’altronde, in allenamento non sono mai andato oltre i 35km e quindi sto entrando in “terra sconosciuta”! Lungo il ponte abbiamo continui rallentamenti ad elastico perché’ oramai quelli che non riescono a reggere il ritmo aumentano esponenzialmente. Ad ogni sorpasso si distrugge la struttura del gruppo, che si riforma poco dopo con uno sforzo aggiuntivo. A questo punto la concentrazione per tenere in ritmo è massima, mi accorgo chiaramente che se non penso a mettere un piede davanti all’altro alla velocità giusta, ecco, perdo metri. Stay focused. Anche il runner al mio fianco cede… sembra che improvvisamente qualcuno lo abbia zavorrato! Stay focused. Ad un certo punto un grido da dietro implora aiuto: “craaaaampi!!!”. Il pacemaker, dicendo ad una runner (tosta) di tenere il ritmo, rallenta a prestare soccorso. Solo allora realizzo che del nostro gruppetto siamo rimasti solo io, la runner tosta ed il pacemaker che, fenomeno, ci recupera. Stay focused. Mentre realizzo che il ponte sta finendo, il pacemaker da’ voce ai miei pensieri dicendo: “dai che è finito, sto ponte di merda!”: la cosa ovviamente va presa col beneficio del dubbio, vista la chiara mancanza di ossigeno ai nostri cervelli.
Entriamo quindi ufficialmente a Venezia costeggiando il Tronchetto. Purtroppo, finito il ponte parte una salituccia che al 37esimo km ti fa sentire di piombo, ma finisce pure quella e recupero un po’ in discesa. E’ alla fine della discesa che sento il pacemaker dire che abbiamo quasi 20’ per fare 4km, e con i pochi zuccheri rimasti riesco a calcolare di avere quindi quasi 2 minuti di margine sul tempo obiettivo. Non ho neanche finito di fare i conti che guardandomi attorno mi accorgo che il gruppo non esiste proprio più. Mi devo essere distratto ed ho perso alcuni metri, infatti il Garmin mi segna 4’45”/km. Provo ad accelerare ma trovo come un limite fisico alla forza che riesco ad imprimere al passo. Ci siamo, mi sono detto… fine delle scorte!! Riprovo, ma nulla da fare, il passo si assesta su un 5’/km, forse qualche secondo in più. Si parla tanto del “muro della maratona”, non ho esattamente idea di come sia e non credo di averlo veramente incontrato… ma era come se avessi il limitatore di velocità. Stay focused, stay focused. Adesso l’impegno è tutto concentrato nel tener teso l’elastico senza che si rompa, complicato dalla sequenza di quattordici ponti che obbliga a modificare continuamente la cadenza. Sono in modalità “ancora uno”: coraggio fai ancora un ponte, dai fai ancora un km, … e poi Piazza S. Marco, bagno di folla – letteralmente – con la gente che incita tutti. Non sei nessuno ma leggono il nome sul pettorale, e ti incoraggiano: fenomenali, avrei voluto ringraziarli tutti, ma chi si ferma è perduto! Accenno un sorrisino che pure mi pare difficile, mentre il Garmin mi dice che questa volta gli incitamenti non hanno prodotto effetti sul ritmo: sono sempre lì, con il limitatore! Ad un certo punto sento qualcuno che dice “coraggio, è l’ultimo ponte!” e avrei voluto baciarlo… un’altra volta. Infatti, dopo il ponte si vede l’arco dell’arrivo a Riva Sette Martiri, oramai il km 42 è superato e restano quelle poche manciate di metri che ti chiedi come mai siano così lunghe e… finito!
L’emozione di aver concluso è tale per cui mi dimentico di fermare il cronometro al polso, ma so già che il tempo è buono e sono estremamente soddisfatto. Con un passo da bradipo, quasi per compensare quello tenuto fino a prima, raggiungo la medaglia di finisher, la bottiglietta d’acqua, fermo finalmente il cronometro, c’è un fotografo, poi uno dell’organizzazione che mi chiede come è andata (ma lo chiede a tutti? Forse deve verificare che non si abbia bisogno di cure mediche?), e poi mi dicono massaggi in fondo spogliatoi a sinistra. Vado dritto ai massaggi, me li merito!
Tutto rallenta.
Se durante la gara è stato un crescendo di fatica, emozioni, cose, sensazioni, adesso non ho fretta. Mi faccio fare i massaggi, poi arriva Leonardo, con calma ci avviamo verso gli spogliatoi. Docce, poi cerchiamo un posto per mangiare qualcosa e non facciamo che parlare di come è andata, come ci siamo sentiti, quello che abbiamo visto. Prendiamo il vaporetto e poi il bus navetta verso Stra. Come staremo domani? Stavolta ci siamo allenati meglio dell’anno scorso. Ma lo sai che non sono neanche tanto distrutto? Certo che abbiamo fatto un buon tempo. Che ore sono? Le sei. Ci fermiamo alla pasticceria di stamattina?
Una gara dura un giorno... forse di più.
Buone corse!
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