domenica 22 ottobre 2017

Stivo On The Fogs 2017

La Oxeego Stivo On The Rock è la prima gara che ripeto due volte.
Credo che abbia a che fare con le sfide: con il fatto che sono fatto strano e che più una cosa si dimostra difficile, più mi attira.
Poi certo, la realtà me lo ripete tutte le volte, in maniera sempre diversa e creativa, che la corda si può tirare solo fino a un certo punto!
Non voglio dare la colpa al pilates…
Ma.
Credo che sia colpa del pilates.
Volevo fare pilates per migliorare la stabilità del busto e bla bla bla ecc ecc ecc. Oh, ho chiesto, trovato un posto, fatto una lezione di prova. Anzi due. Non sono scaramantico, no no. Ma quando dici di fare pilates e poi l’unico giorno di maltempo di un incredibile ottobre estivo coincide con il giorno della gara, beh. Dai la colpa al fatto di aver fatto arrabbiare gli dei, con la tua stoltezza.
“Come hai potuto sacrificare il tempo della corsa per il pilatesssss?! Che tu sia maledettooohh!!”
Sveglia alle 6: tiro su le tapparelle, metto fuori il naso, piove governo ladro. Lo zainetto, che ho preparato la sera prima, già lo prevede: spolverino, niente acqua tanto piove, guanti. Una barretta comprata ieri, un carbogel scaduto 4 mesi fa (e allora? fa schifo uguale). Colazione meno abbondante del solito, che la cena del giorno prima ancora stazionava nello stomaco.
Briefing poco prima delle 8: alla partenza Christian (ah, tra l’altro, organizzazione impeccabile! Chapeau!) ci mette davanti all’ennesimo dubbio della giornata (i primi riguardavano l’uso o meno delle mutande di lana)… a seconda del tempo che farà, quando i primi transiteranno al passo Bordala verrà deciso se tagliare la gara a 26km oppure se proseguire sui “geroni”.
Battaglia interiore.
La 26km è da boci. Eh però se piove e tira vento sullo Stivo son caxxi. Ma vuoi mettere fare i geroni? Ma vuoi mettere non fare i geroni! Io mi sono allenato per 36km. Non è vero una sega, la più lunga che hai fatto erano appunto 26km. Taci cosa ne sai tu. Lo sai che non ne tieni 36, meglio se tagliate per la corta. E allora parto come se fosse una 26km, e poi vediamo. Bravo mona. Taci ho detto.
Bam!
Soliti primi metri esagerati. La prima salita fa già selezione, al punto che alle trincee non si intasa nulla, almeno dove sono io. Su e giù, zigo zago, saltino e scaletta, tunnel e gradini, hop hop, insomma dopo alcuni km sono già sfinito e comincio a pensare che abbia ragione il mio altro io. Lo penso solo, perché in realtà sto tirando quasi come fossero solo 26. La mancanza di ossigeno al cervello si fa sentire con la immensa voglia di fare la dura salita del Biaena: e per qualche strano motivo, quando arriva la faccio anche volentieri. Molto umido, pioggia nebulizzata, che in realtà non ho mai sofferto. Sono ovviamente in maniche corte. Sul Biaena trovo a sorpresa Pipu che mi scatta foto di rito e poi giù.
Discesa rallentata dal bagnato, con radici scivolose, ma mi diverto uguale. Sicuramente meno brillantezza dell’anno scorso, decisamente meno allenato.
Verso Bordala abbiamo la news: si faranno i geroni! Te l’avevo detto, bravo mona: tira come se fossero 26, adesso sono 36, eh, come la mettiamo? La mettiamo che i geroni li facciamo con prudenza, ciccio.
Anche perché.
Chi conosce i geroni lo sa.
Il gerone si sgretola da sopra, e si ammucchia sotto. Il profilo segue un coseno iperbolico cosh(x), e se qualcuno ti dice “dai che spiana” non gli devi credere. Perché il gerone come minimo impenna come un puledro indomabile, e nell’esatto istante in cui sembra che ti stia disarcionando, finisce. Arrivo dopo un’oretta in cima, con lo spolverino (error, infatti ho caldo), accenno a riprendere a correre ma le gambe mi insultano con epiteti che non posso ripetere e quindi fino al ristoro ci arrivo trotterellando. Sento qualcuno che mi dice che sono intorno al 40esimo posto, beh benone.
Discesaaaa! Sempre un po’ di freno a mano tirato per il bagnato, ma i tornanti si susseguono veloci, sorpasso qualcuno, mi fermo pure a far plin plin senza che mi raggiunga nessuno. Sono già lì che mi dico vedi vedi che ce l’avevi la benza.
No. Nooooo.
Non appena la strada spiana, al km 23 circa per tornare in Bordala, sento una strana sensazione al muscolo pectineo. Che ho imparato di avere in quel momento, mio malgrado. Wikipedia l’ho consultata poi.
Impossibile spingere. Gamba destra fuori uso: stanchezza più pectineo rabbioso uguale rottame zoppicante. La maledizione del pilates. Riesco solo a sciogliermi in discesa, e faccio una decina di km in completa fisarmonica, mi superano in 10, forse di più, non lotto più, il tempo è oramai andato: devo finirla, con calma ma finirla. E mentre sull’ennesimo strappetto di salita predico sbuffando ma quando finirà mai sta salita, sento “ah ecco no som sol mi che no vago pu’ avanti”. Caniggia! Peccato che nonostante l’affermazione mi abbia raggiunto, superato, distaccato e asfaltato in pochi minuti. Vaiii tieni alto il nome dei potrellas!
Combatto col pectineo per gli ultimi km, convincendolo ad impegnarsi un cicinin di più, tanto poi potrà vendicarsi durante la settimana. La discesa dal santuario è così ripida che annulla in un attimo un dislivello ingannevole e fuorviante, e sono al gonfiabile dell’arrivo.
Tempo 5h49m, praticamente un’ora più dell’anno scorso.
Colpa del pilates. Quello che non ho fatto.
Colpa dell’allenamento. Quello che non ho fatto.
Abbiamo un conto in sospeso, Stivo.
La Oxeego Stivo On The Rock sarà la prima gara che ripeterò tre volte.

Credo che abbia a che fare con le sfide.

sabato 24 giugno 2017

Cortina Trail 2017: fatica al cubo

Questa volta vorrei parlare di una sensazione particolare. L’ho sentita molte volte, alla fine di un viaggio, o di una vacanza. Come la percezione di uscire da una piacevolissima dimensione ed essere sbattuti di nuovo nella realtà. E ti chiedi perché debba essere così diversa, la realtà.
Antefatto.
Da qualche mese, come direbbe un caro amico, “non sono più il ghepardo di una volta”… Se ne è uscito qualche fastidietto fisico legato alla corsa che insomma, ha rotto un po’. E poi, dopo la bella esperienza della Schio Ultra Jungle ho avuto un cambio importante sul lavoro che mi ha rosicchiato molto tempo libero. Infine infine, è arrivato il caldo, che io sopporto a fatica, a completamento di questa triade dell’abominio (cit). Risultato: un kilometraggio di allenamenti penoso, a ritmi lentissimi, e la consapevolezza di essere sempre più fuori forma. Vedi, effetti della triade dell’abominio.
E ora il fatto.
Metti cinque fedeli amici sportivi, una iscrizione di massa al Cortina Trail (48k 2600d+), un appartamento in Cadore per il weekend, una giornata di sole galattica. Shakerare bene il tutto, non può che uscire un ottimo cocktail!
Partenza da bulli il sabato pomeriggio con il RangeRover di Davide carichissimo, con arrivo a massima altezza per spaventare i vecchietti di paese, che ci salutano con riverenza. Per scendere dal RangeRover metto il paracadute. Recuperiamo i numeri, pacchi gara, e poi andiamo filati a casa a cenare con carboidrati di qualità, tanti, come raccomanda Caniggia. Diamo un’occhiata allo streaming live della partenza della LUT (Lavaredo Ultra Trail, sono 120km), alle 23:00, con un misto di “che invidia, che atmosfera” (Davide) e “ma io sul divano ora sto bene” (Julia) e “ma te pensi che, domani sera, mezzi di questi sono ancora in giro?” (Caniggia). Pre-prepariamo gli zaini, e poi a letto dopo aver puntato, con un po’ di ritrosia, Walter soprattutto, la sveglia alle 5.
Cinque, driin. Colazione, giro in bagno, mescola sali e acqua, caffè, giro in bagno, prepara le barrette, giro in bagno, mangia pane e marmellata, sbobba, raccogli tutto quello che serve. Di nuovo, saliamo sul RangeRover e bulli come sempre ci dirigiamo a Cortina, in zona partenza. Sgancia la borsa, selfie d’ordinanza, accendi il GPS. Circa 1600 iscritti, dicono.
Ecco: siamo pronti.
Il turbine di cose da fare svanisce.
Come polvere che si deposita dopo un tornado, restiamo, uno di fronte all’altro, io e il percorso. So di non essere pronto, ma lui non lo sa, forse lo riesco a ingannare. Accenno una battuta: “oggi il mio scopo è arrivare prima che si scarichi il GPS”.
Partenza dalle retrovie, va bene: oggi bisogna partire piano. Fa già molto caldo, sul primo pezzo piatto non scendo sotto i 5 al km, e poi in salita cammino. Mi superano in tanti, ma tengo a bada lo spirito agonistico: peccato perché in condizioni migliori, la prima salita sarebbe stata da correre tutta. Invece, faccio foto al paesaggio (fantastico). Dopo il primo scollinamento, principalmente in bosco, ricominciamo a salire gradualmente in una valletta circondata da montagne spettacolari, con le Tofane a sinistra. Parzialmente nell’ombra di questi giganti di pietra, passando da una parte all’altra del ruscelletto al quale la colonna di trailrunners ruba anche un poco d’acqua, continuiamo a salire fin a malga Travenanzes e non sento neanche troppa fatica. Ancora in su, fino alla forcella, masticando mezza barretta, e poi comincia la discesa: lascio 2 minuti di tempo alle gambe per sciogliersi con una corsetta modesta, e mi lancio giù. Al km 23 e qualcosa, incontro il primo ristoro: trovo un tifo incredibile, e dei tavoli fornitissimi con volontari gentili e sorridenti. Ed in più, il tempo è buono: sono a metà con circa 1500d+ già fatti, e il crono segna 3h07.
Capisco però che qualcosa comincia a non andare. Ho lo stomaco chiuso e riesco a buttar giù solo un quarto di banana. Ok, riparto. Incomincia la salita verso il rifugio Averau, ed ho subito la conferma che sono in palla. Le gambe non girano più ed il mio ritmo in salita diventa sempre più lento. Quando il sentiero si fa stretto, faccio coda, e devo spesso farmi da parte per far passare gli altri; se ho stimato bene, sono stato superato da più di 100 atleti su quei 3km di salita! Il sentiero è tutto esposto ed il sole picchia fortissimo: cerco di bere spesso ma per almeno tre volte mi devo fermare per alcuni minuti e sedere all’ombra di un albero isolato per evitare che mi giri la testa. Non sono l’unico: in una specie di staffetta disperata, supero trailrunners chiedendo se è tutto ok, e vengo superato da trailrunners che mi chiedono se è tutto ok.
Finalmente raggiungo il rifugio Averau, dove resto fermo almeno 5 minuti all’ombra per recuperare. Da lì parte una discesa per una strada sterrata sulla quale gradualmente riesco a prendere velocità senza stancarmi troppo, ma è solamente un’illusione della forza di gravità. Non appena il terreno si fa piatto o leggermente in salita, sono sostanzialmente fermo: riesco solo a camminare, lentamente, sbuffando, alzando gli occhi al cielo, e cerco di non pensare a quanto manca. Con la scusa di far passare gli altri, mi fermo mille volte per cercare di prendere fiato. Purtroppo gli incitamenti della gente al passo Giau rinfrancano solo lo spirito, mentre il fisico continua a dirmi di non voler mangiare nulla oltre al quarto di banana. Tenendo conto che si tratta di uno sforzo da più di 4000kcal, non mangiare è sostanzialmente una condanna della quale sono perfettamente consapevole! Termino con uno sforzo abominevole anche le ultime due salite, e cerco di affrontare la discesa. Con sorpresa, dopo un po’ di titubanza mi accorgo di riuscire a gestirla bene, almeno finché dura. Infatti al km 44 la strada spiana e io decreto la fine assoluta del carburante: non capisco se la corsa che riesco a tenere sia più lenta della camminata. E voglio capirlo perché deve finire prima possibile. Al km 44.8, il GPS lancia alcuni bip inconsulti, e si spegne, dando un’altra mazzata al mio spirito ormai sotto i tacchi. Qui la traccia monca. Arrivo in paese con un’andatura direi barcollante dove un vecchietto mi propone un bicchiere di rosso: nonnetto, tra un poco ne passa uno che ti darà soddisfazione, te lo assicuro. Ma io muoio! Sempre più lento, anche nella moderata discesa, arrivo finalmente ad un cartello che indica l’ultimo km. Raschio il fondo del barile e ci metto quel pizzico di orgoglio che serve sempre, un po’ come il sale, e ricomincio a correre – corricchiare – mentre mi addentro nel centro di Cortina. Gli spettatori ed il loro tifo sono eccezionali: mi incitano, leggono il pettorale e mi chiamano per nome, applaudono, di sicuro leggono la sofferenza sul mio viso, ma mi spronano. Quando vedo l’arrivo mi si inumidiscono gli occhi. Passo sotto l’arco, è finita. Finita. In setteoreediciannove, di cui quattroedodici annaspando. Poco dopo, arrivano anche quei due pazzi scatenati che vedete qui sotto nella foto assieme a me.

Infine, la conclusione.
Dopo anni (credo siano cinque…) sostanzialmente ininterrotti di corse, dalle mezze alle maratone, dalle campestri ai vertical e ai trail, credo che sia arrivato il momento di fare una piccola pausa. Almeno fino a che la sopracitata “triade dell’abominio” perduri, impedendomi di trovare il giusto tempo e le giuste energie da dedicare a questo sport che amo.
Come dentro a delle scatole cinesi, la sensazione di essere sbattuti in una realtà che vorresti fosse diversa, torna.
Torna perché fermarsi anche solo un po’, sembra come chiudere un capitolo. E tornare a casa da lavoro la sera senza mettersi le scarpe da running, oggi domani e dopodomani, suona strano.
Torna perché comunque sia, è stato un bellissimo weekend tra amici in mezzo a dei paesaggi fantastici. E vorresti non dover tornare mai a casa.
Torna perché correndo fai parte di un insieme di persone che condividono una passione, è un po’ una famiglia. E se smetti, anche solo per un po’, ti senti un po’ fuori – non per colpa loro, s’intende.
Non so, forse ne posso approfittare per capire come trasformarla nuovamente, questa realtà.

Si ringraziano gli attori principali in ordine sparso:
Caniggia, l’approvvigionatore di cibo
Julia, l’esperta long-runner principiante
Davide, l’alchimista chiacchierone
Walter, il potrella per eccellenza

Hanno partecipato come guest stars in ruoli d’eccezione:
Liba, tracciatore folle da divano, El Maule, col parafulmini da mignolo, Christian e Jessica, quello forte, fin troppo forte e consorte, Simone e Silvia, lo stoico che non si ritira mai e consorte, Davide, l’ospite sul divano, e tanti altri, GenteFuoriStrada e non.

domenica 30 aprile 2017

Schio Ultra Jungle 2017, Summano Cobras rulezzzz!


Questo blog si chiama “NotOnlyRuns” e parla solo di corsa. Eh no, belli! L’interpretazione giusta è che la corsa non è solo corsa. Un esempio? La Schio Ultra Jungle: una corsa che è persone e passione.
Questa volta però inizio dal giorno prima: anzi, da una settimana prima. Sono consapevole che una partenza gara alle 7:00 a Schio significherebbe una levataccia, e quindi cerco un posto dove dormire. Vado al risparmio assoluto: AirBnb con ricerca fissata sul prezzo migliore, 12€ una notte solo posto letto. Fatta.
Ritrovo il giorno prima, bel gruppetto di agguerriti GenteFuoriStrada minacciosamente piazzati allo stadio, e via su per i tornanti della Vallarsa. Arriviamo alla consegna dei pettorali che è tardo pomeriggio, selfie d’ordinanza, e ci diamo appuntamento a Fabbrica Alta a Schio che ci aspettano le birrette. Porto Delacruz e MrGrey al loro albergo e io vado al mio centralizzzzzimo alloggio.
Terrore.
Condominio fatiscente, porte che non si chiudono, tapparelle rotte.
E il bagno… il bagno… non voglio nemmeno pensarci.
Sorriso di plastica, ringrazio il mio ospite, mollo solamente la borsina da bagno come segnaposto sul letto, prendo le chiavi e fuggo.
Dai che se sopravvivo la racconto.
La serata, tra Fabbrica Alta e Schio centro, due piatti di pasta al ragù, tra birrette e bacari, musica, tra Potrellas, Barbudos, Br1, Delacruz e MyGrey, chiacchiere, vino sardo e McThin, passa allegra e rapida, come rapida passa l’ombra della notte che dovrò passare nella mia temporanea dimora. Ci dormo (no, esattamente non dormo: mi ci surgelo) per 4 ore e mezza, mollo le chiavi e fuggo, per sempre stavolta.
Arrivo in zona partenza alle 5, siamo solo io e gli organizzatori, bene, mi bevo un caffè ed ascolto i loro commenti… il loro forte Rigodanza l’ha provata ieri, mettendoci 5 ore e un quarto circa ed arrivando… stanchino. Molto. Yeah. Mi rintano in macchina che fa freschetto, e faccio colazione: tre brick di succo alla pesca ed una scatola di cookies alla ciocco… calcolo qualcosa come 1262kcal in 15 minuti. Yeah. Recupero i due soci, arrivano gli altri. Poi è un vortice di preparativi.
Numero pettorale. Scarpe. Metto i guanti? Ma si. Ma no. Ma si. Tu stai in maniche corte? Col cavolo. Devo riempire la camelback! Prendi la frontale. Tolgo lo spolverino.
Pronti, stilosi come solo i GenteFuoriStrada sanno essere, incrociamo i Summaner, fighi da matti coi bermuda tropicali. Foto foto!! Sorrisi ovunque e calore umano, adrenalina e voglia di partire, e chi lo sente più il freddo? Io sono già in tenuta minimal, tutto attorno ci sono gli altri centocinquanta partecipanti alla Schio Ultra Jungle, sotto l’arco gonfiabile della partenza.
E via, senza pensare al fatto che mi aspettano come minimo sei ore sulle gambette. I primi km, dopo un po’ di asfalto, passano tra erba alta e acquitrini paludosi (eh, Jungle!!) alzandosi piano di quota senza salite impegnative. Esattamente al km 5, parte un fastidio al tendine, quello attaccato alla ‘nosetta’, che mi accompagnerà fino alla fine, quel maledetto. Circa al km 10 alzo lo sguardo e vedo un cartello “Attenzione! Percorso sbagliato, tornare indietro”. Porc… Mentre mi chiedo come avessero fatto a capire che avrei sbagliato, recupero il sentiero giusto. Al primo ristoro, km 12, a momenti neanche mi fermo visto che mi pare di aver appena finito la supercolazione. E lì inizia la salita per il monte Enna, niente di trascendentale fino a quando non appare un cartello “salita tosta”: guardo avanti e vedo un muro di fango. Yeah. Testa bassa, mani sulle ginocchia, pianta del piede piena per massimo grip, e su. Impegnativa, non lunghissima, quando finisce ho le gambe indolenzite; ma la discesa, tecnica e divertente, me la godo tutta a manetta. Dura poco: ricomincia la salita, leggermente meno dura ma decisamente lunga, quasi 6km che mi richiedono circa un’ora ed un quarto per un dislivello di 1000m. Devo ringraziare il mio temporaneo compagno di salita, Moreno, con cui mi sono distratto (dal male al tendine) a chiacchiere e che ha impostato un ritmo da metronomo. Dopo il km 25, in quota, in un continuo saliscendi che le gambe stanche percepiscono come salita, raggiungo e passo monte Caliano, monte Rione, Cima Alta, monte Novegno, infilando e sfilando i guanti perché fa freddo e fa caldo. Attraverso trincee e gallerie con la frontale, sentieri della guerra, ristori sorridenti e rifugisti che offrono il caffè (che ho ovviamente preso). Yeah.
Al km 30 sbaglio di nuovo strada, stavolta mi faccio 400m in più e mi ricongiungo alla strada giusta mentre passa la prima donna, a cui dico “Sono quasi finito! E sbaglio anche strada!”. E poi finalmente comincia la vera, interminabile, discesa. A tratti impegnativa, a tratti veloce, stranamente non mi sforza il tendine ed anche la stanchezza non sembra essere un problema. “Mi sembra che di energie ne hai ancora!” mi dice, mentre prendo velocità assecondando la forza di gravità. E mi diverto ancora, e come mi diverto! In realtà so benissimo cosa mi aspetta non appena la strada ricomincerà a spianare. E infatti al 35esimo la spia rossa è accesa fissa, rallento drammaticamente su pendenze irrisorie. Ai ristori non so più cosa prendere, lo stomaco non vuole nulla, ma mi fermo lo stesso a scambiare due battute: “Ecco un Gentefuoristrada! Dov’e’ il Liba??” mi chiedono, eh cavolo, Liba dovevi venire! Ancora un po’ di discesa su forestale, e poi inizia un’agonia di bitume e scalini, ultimo scherzetto di quei burloni dei Summano Cobras. Yeah.
Ma oramai è andata! Che si tratti di scalini, di piano, di discesa, tengo la stessa identica andatura trotterellante: se mi fermo non riparto più. E infatti nell’istante in cui taglio il traguardo e leggo 6:15:29 (che vale una sorprendentissima decima posizione!), tutte le energie mi abbandonano: mi trascino al bordo di una piccola aiuola, slaccio lo zaino e resto a fissare il bicchiere di cocacola che ho distrattamente preso dal ristoro.
Lo fisso per quasi venti minuti, svuotato.
Fino a quando sento lo speaker che annuncia i nomi di Delacruz e MrGrey… arrivo!! Riprendo un attimo di lucidità e corro a festeggiare con loro. Doccia per recuperare dignità, cibo per recuperare energie, prato musica e un fantastico sole ci fanno godere al massimo il terzo tempo organizzato dai grandiosi Summano Cobras.
Summano Cobras, che sprizzano passione da tutti i pori.
Summano Cobras, che si preoccupano di chiederci com’era il percorso, se ci è piaciuto, se era balisato bene.
Summano Cobras, che mantengono le promesse e offrono la birra ai Barbudos che hanno fatto la deviazione selfie-birra annunciata su Facebook.
Summano Cobras, che scelgono con cura le lettere da mettere nelle caselle dei controlli sul pettorale.
Summano Cobras, dei quali invidiamo i giubbotti-felpe e le bellissime supporter.
Summano Cobras, che hanno scelto come slogan “Life is a Jungle, live it with a smile”. Yeah. 

lunedì 17 aprile 2017

Dolomiti Beer Trail 2017 - il passo più lungo della gamba!

Quando ero piccolo mi piacevano quelle giornate in cui andavamo a fare una cosa qualsiasi con degli amici ed i miei decidevano che poi si poteva concludere mangiando una pizza tutti assieme. Avevo l’impressione che la bella giornata non finisse mai.
Ma andiamo con ordine.
Dolomiti Beer Trail: 45km 2400d+.
Alle 4:00 suona la sveglia: per la colazione dei campioni. Poi alle 5:15 passano a prendermi: destinazione Pedavena per il Dolomiti Beer Trail… imprudentemente, mente i vari GenteFuoriStrada faranno la corta da 24km, io ho optato per la lunga da 45km, un po’ sull’onda dell’entusiasmo che ti frega quando le iscrizioni le fai mesi prima. Molto prima di sapere quale sarà il tuo (scarso) stato di forma il giorno della gara.
Come al solito, preparativi all’ultimo, saluti agli amici, e arrivo in zona partenza giusto 3 minuti prima… d’altronde, vista la forma non eccezionale, fare del riscaldamento anche no.
Il fatto di non essere in forma, ovviamente, lo scoprirò più avanti. Adesso mi infilo nella bolgia, secondo me siamo più di 200.
La partenza è a bomba, al punto che stento a credere che stiamo partendo per una gara di 45km, ma ti pare, a sto ritmo? Ciononostante, effetto gregge e tutti a bomba. Solo i primi probabilmente sono partiti piano, ma ci stanno già distaccando. Alieni!
Primo pezzo per le strade dei paesi e poi ci inoltriamo su delle forestali e larghi sentieri. Tempo grigio: infatti non passa molto che sento piccole goccioline. Era previsto, ma aspetto ancora a tirare fuori lo spolverino. Le salite passano bene, il ritmo è buono, le corro quasi tutte perché le pendenze non sono impossibili. O sto semplicemente esagerando? Man mano che ci alziamo, entriamo in una nebbiolina umida, che a quanto pare circonda tutto il monte Avena (cioè, ho scoperto che Pedavena vuol dire ai piedi del monte Avena!!). Raggiunta la cima, con la classica croce che non capisco mai se sia un monito ai trailrunner, tiro un sospiro di sollievo: il grosso del dislivello è fatto.
La nebbiolina si fa fitta, con la visibilità di poche decine di metri: la strada che dobbiamo seguire è una debole traccia nell’erba dei prati e le balise giallo fluo sono l’unica certezza. A tratti, mi ritrovo da solo e superata la balisa mi viene da cercare subito con lo sguardo la successiva, che appare poco prima dell’ansia, in lontananza, nella nebbia. Finché c’è balisa, c’è speranza!
Le goccioline sparse di pioggia si fanno più insistenti e trasformano la discesa in un ring per lotta nel fango. In altre condizioni mi sarei divertito come un matto, ma qui sta diventando pericoloso. Alla fine del molliccio prato in discesa, mi accorgo che me ne sto portando dietro almeno metà, sotto le suole. Piove battente ora. Arrivo al ristoro al km 18 più alto di 2cm e bagnato come un pulcino e decido di mettere lo spolverino, approfittando del riparo. Ma è troppo tardi, acqua e freddo hanno fatto il loro sporco lavoro... Quando riparto, fitte allo stomaco mi attanagliano ad ogni passo e la discesa è un supplizio; devo procedere piano e limitarmi anche sui falsi piani per vedere se riesco a stare meglio. A più di 20km dalla fine, l’idea del ritiro si fa concreta; il pensiero di continuare così mi smonta psicologicamente. Al ristoro del 24esimo km prendo del the caldo, che fa il miracolo di attenuarmi il dolore ad un livello sopportabile. Ricomincio a concentrarmi su ritmo, fatica e mal di gambe piuttosto che sullo stomaco, ed è un cosa positiva! Strano vero? Riesco a fare una discesa come si dovrebbero fare le discese: a scavezzacollo.
Peccato che, anche se le fitte ora mi danno un po’ tregua, all’approssimarsi del km 30 cominciano ad abbandonarmi le gambe e le energie. Saliscendi e falsi piani potenzialmente facili, li faccio piano piano, preludio della spia rossa della riserva. Bip bip bip! Quando inizia l’ultima malefica salita, piazzata forse anche con un po’ di malvagità al 32esimo, devo camminare. Un po’ in dubbio se mettere alla prova lo stomaco o no, alla fine decido di giocarmi la mia superbarretta energetica al caffè: forse anche sperando nell’effetto placebo.  Realizzo che la benzina è veramente finita quando anche la discesa diventa un problema e comincio a piantarmi come un somaro al tramonto. E mancano ancora 10km! Esce il sole. Tolgo lo spolverino.
Con il poco ossigeno che ancora arriva ai neuroni metto in campo un complesso calcolo differenziale a quattro incognite: se vado a 7’ al km, quanto impiegherò ad arrivare all’arrivo? In altre parole, quanto durerà ancora questa sofferenza? Dopo un discreto tempo, riesco a fare 7x10=70’, e dopo un paio di minuti arrivo alla conversione 70’=1h10’. Scelgo di saltare la prova del nove e dare per buono il risultato, guardando il Garmin: 4 ore e 10 minuti. Più 1 ora e 10 minuti. Fa? 5 ore e 20 minuti.
Ma come? Devo aver sbagliato il calcolo. Rifaccio, no no è giusto. Con un obbiettivo tra le 6 ore e le 6 ore e mezza… realizzo immediatamente il perché mi stia sentendo così distrutto: ho ampiamente esagerato sulla prima parte. Ma c’è un ma: 5 ore e 20 mi piace e sento di potercela fare a tenere i 7min/km, forse per tutti i km che mancano.
A tratti provo ad accelerare ma mi è quasi impossibile, l’ultimo ristoro lo salto, tanto per inerzia arrivo lo stesso. E’ un sacco che sento la musica della zona arrivo, so che sto arrivando, non penso più a nulla. La meccanica della corsa il mio corpo la conosce, quello che importa è non interromperla e lui continuerà, finché non darò l’ordine contrario.
Testa completamente vuota, fino a che non arrivo in paese e comincio a riconoscere le strade, sento un volontario che dice “ancora 500m” e infine vedo l’arco dell’arrivo: 5 ore e 16 minuti! Fantastico, sopra ogni aspettativa, senza la preparazione giusta, senza i km nelle gambe.
Panino con salame, e birra (quello che si dice ristoro finale serio!).
Riposo. Doccia.
Dicevo, che da piccolo adoravo le giornate belle, quelle che non finiscono mai. Ecco, oggi, a distanza di anni, ho avuto la stessa sensazione: dopo ore di gara, mi sono seduto a tavola con gli amici, ed abbiamo tolto il nome al tempo e gli abbiamo tolto il diritto di limitarci. Ed abbiamo lasciato che la giornata scorresse come doveva scorrere, senza tempo, per stare bene assieme e per goderci i commenti sulla gara, la buona birra, la compagnia, e tutto quello che valeva la pena godersi.