venerdì 30 dicembre 2016
Il romanticismo del trailrunner
Potrei ganzarmi dei 64901m di dislivello fatti.
Potrei sbanfare sul fatto che ho percorso 2322km.
E che ci ho messo 220 ore e 13 minuti, in 198 uscite su 365 giorni.
Non lo farò, perché lo ho appena fatto... pardon, m’è scappato! Prometto che non lo farò più. Per quest’anno.
No, no, il punto di svolta sta in un nomignolo simpatico: GenteFuoriStrada.
Quest’anno per me è stato il mio primo anno da GFS. Mi è sembrato immensamente lungo, e terribilmente corto. Incredibilmente denso, stranamente non abbastanza. E’ stato tutto ed è stato niente. E quel che ho avuto è stato fantastico e ancora non mi basta.
Quand’è che ci si sente così? Quando si è innamorati.
Alcuni mesi fa, durante un chiacchierata ad un caffè, mi è stata fatta questa domanda: come ti vedi tra 5 anni? Tanto semplice la domanda, quanto difficile la risposta. Neurone tilt. Neurone off. Restart.
“Diverso.”
Torno indietro ancora un poco. Quando ho (ri)iniziato a correre, inizio 2012, non riuscivo a mettere in fila più di 5km piatti, l’obbiettivo era correre la Strongmanrun, prima edizione a Rovereto. Nel 2013 correre una mezza maratona sotto 1h30. Nel 2014 correre una maratona sotto 3h10 e migliorare il tempo sulla mezza. Nel 2015 un misto, un po’ di strada e provare il mondo del trail running.
Nel 2016 mi sono innamorato. Ed è stato un amore contraccambiato, nonostante avessi trascurato la mia spasimante per tanto tempo, che da tutt’attorno mi continuava ad osservare. La montagna ha pazienza, ha tempo, ed ha aspettato che io fossi pronto: e senza accorgermi, mi sono innamorato dei suoi sentieri, delle sue cime, dei sassi, delle foglie, del silenzio e della sua immensità.
Nel 2016 mi sono innamorato. L’ho lentamente scoperta, percorrendola timidamente un passo alla volta. Non volevo si spaventasse, non volevo che non mi considerasse all’altezza. Ho cominciato piano, percorsi corti e dislivelli modesti. Sbagliavo, sbaglio tuttora strada, torno sui miei passi, faccio più tardi del previsto, ma lei aspetta.
Nel 2016 mi sono innamorato. La montagna è una compagna difficile, perché non ti dice se sbagli. Devi accorgertene da solo, e non c’è sensazione che amo di più di quando sono solo e sperduto nelle sue braccia, a decine di km dalla civiltà con due gocce d’acqua e una maglietta di ricambio in uno zainetto da 30x10x5cm. Un misto di paura e onnipotenza, solitudine e libertà, esserino piccolo in cosa enorme. Mi sento capace di fare cose incredibili, e di essere annientato in un nanosecondo.
Nel 2016. Sono diventato un piccolo GFS, ed ho conosciuto tanti piccoli innamorati, la montagna ha abbastanza cuori per tutti. Ho conosciuto e riconosciuto in loro il rispetto per lei, che ti può spazzare via ma non si sa difendere dai piccoli dispetti. Ho conosciuto e riconosciuto la passione per le scarpe che scricchiolano sul nobile fogliame, saltano sui sassi e sfrecciano sullo sterrato. Ho conosciuto e riconosciuto la costanza che serve per riuscire a percorrerla fino in fondo, se un “fino in fondo” veramente esiste. Ho stretto amicizia con delle persone speciali, ma quella è un’altra storia che avrete forse già letto in uno dei precedenti post.
Mattina del 30 dicembre 2016, ultima corsetta dell’anno. Scelgo il “giro del fungo”, Rovereto-Ossario-Albaredo-Porte-Rovereto, 14km. Nell’ora e venti necessari per percorrerlo con calma, un sacco di pensieri mi si ammucchiano sul pavimento della mente. “Cosa hai combinato quest’anno?”. Schiaccio i cristalli di brina sul sentiero. “Che piani nuovi farai?”. Mi asciugo il sudore a zerogradi. “Sei veramente tu che scegli come vanno le cose?”. Schivo i sassi scivolosi, cerco appoggi asciutti. “Come ti vedi tra 5 anni?”. Come mi vedo tra cinque anni, come mi vedo…
Da quando ho ripreso a correre, inizio 2012, da quando non riuscivo a mettere in fila più di 5km piatti, da quando l’obbiettivo era correre la Strongmanrun, sono passati 5 anni. Come sono ora, dopo 5 anni?
“Diverso.”
E innamorato.
lunedì 14 novembre 2016
Stivo On The Rock - ovvero, The Geroni Challenge
Mi ero ripromesso di fare poche gare importanti. Importanti per me, s’intende.
Ma quando il “nostro” Christian ha ufficializzato la sua Stivo On The Rock, beh, ho deciso che non potevo mancare. Lo Stivo tra l’altro era proprio l’ultima cima a portata di gamba – da casa – che mi mancava.
Mi sono iscritto subito e, a parte una scorribanda sul Biaena lì vicino, ho evitato lo Stivo proprio per avere una prima visione “running” il giorno della gara. Va detto: Christian ce l’aveva promesso, “ve fago patir”. Sono pronto.
Giorno prima della gara: tra chiacchierate con amici trailrunners e il briefing pre-gara, mi sale una voglia incredibile di correrla. Sono eccitato quasi come un bambino la vigilia di Natale, chiaro segno patologico di una malattia oramai inarrestabile. In particolare la sfida dei “geroni” dello Stivo: complice il racconto di un esperto trail runner che dopo averli provati, ha ammesso di averli trovati più impegnativi del vertical di Fully (Svizzera), considerato il più duro al mondo. O l’ultimissima news che proprio il giorno prima della gara han recuperato, con l’elicottero, due escursionisti bloccati a metà geroni… dal panico! Ogni tanto cerco di ricordare a me stesso che in salita ripida sono una pippa fotonica ma riesco sempre a prendermi per il culo. Anche sta volta ci sono cascato in pieno.
Quindi, gasato a bomba, domenica 13 novembre ore 8:00 sono a Mori (TN), con 0.5 gradi fuori, rintanato in un bar a bere il caffè pre-gara. Configurazione ultraleggera (da selvaggio punkabbestia, direbbe Michele), che i miei compagni di avventura disapprovano: pantaloncini corti, manica corta, copribraccia giusto per la partenza. Tanto mi scaldo... in altre parole, chi si ferma è perduto. Perduto e surgelato. Come sempre. Meglio muoversi: i circa 250 partecipanti si assiepano in zona partenza. Per l’occasione Christian ha messo assieme un parterre incredibile: lì davanti ci sono gli alieni, nel senso che vengono da un altro pianeta, o sono geneticamente ingegnerizzati per macinare km a warp speed. E in ogni caso, i terrestri ci sono tutti: c’è un super gruppone di GenteFuoriStrada (includente lo strano duo LibaMaule, gli stilosi Barbudos, e gli agguerritissimi Potrellas, di cui faccio orgogliosamente parte!), pure il president, e il tifo che si dislocherà lungo il tracciato.
Partenza: a manetta sotto i 4’ al km, un paio di km nel centro di Mori per raggiungere le trincee. Già non sento più il freddo! Le trincee sono bellissime, è una corsa varia, senza ritmo, salto giù, salgo scalette, zig-e-zag, rallenta e riparti, scalinate su e giù. Sbuchiamo nel paesino di Manzano, primo ristoro: non ho l’acqua, e quindi la strategia è un bicchiere e una manciata di uvette per ogni ristoro… basterà?!? Trenta secondi, via! Dentro per i boschi, pendenza moderatamente impegnativa ma corribile, e poi la salita al Biaena: è la seconda volta che la faccio. Dei bei tornantini ripidi, con vista mozzafiato sulla valle. Sto incredibilmente bene, che raggiunta la cima e superata la prima parte di discesa ghiacciata, mi butto come al solito e arrivo a passo Bordala con un’andatura da galletto.
Da Bordala riparte la salita e l’aggancio ai geroni, con la pendenza che gradualmente si impenna. Il galletto si trasforma rapidamente in polletto, un polletto lesso con un serissimo principio di crampo multiplo agli arti inferiori. E il polletto è anche un pochino preoccupato perché è solo il 15esimo km e ne mancano 20… La pendenza segue una parabola impressionante, che mi fa passare dai seguenti stati d’animo:
- Ma se sono così, sono facili
- Mmh per fortuna saliamo a zigzag che si fa ripido
- Oh guarda adesso si sale dritti dritti… ahi, crampo
- Bello c’è la corda, altrimenti chi sale più? Ahi, crampo crampo
- Porc! Qui è come le scale in Olanda… crampo ziopooo, crampooo
- Ok uso anche le due zampe davan… crampooo!
- Moriremo tutti. Di crampi.
Riprendo la forestale e passo nuovamente da Bordala, decisamente meno galletto che all’andata, ma essendo che c’è il ristoro e un po’ di tifo, bisogna pur darsi un contegno! Cocacola e uvetta, riparto e noto che ci sono due runner che mi tallonano. Ta-da-daaaaa. Chi mi conosce sa che sono decisamente competitivo, e se in salita lascio passare chiunque, la discesa, eh no, la discesa è mia. In un tratto di saliscendi mi superano: i due, senza nessuna colpa, diventano degli acerrimi nemici da raggiungere e seminare. Oramai l’ossigeno al cervello è così scarso e i livelli di glucosio così bassi che riesco solo a fare ragionamenti primitivi, da pollo primordiale. Tipo: “Discesa! Spingiii!” oppure “Crampo! Rallentaaa!”. E riesco a riprenderli e a superarli con tratti di discesa sotto ai 4 min/km, stringo i denti su una salitella al Monte Faè, e giù di nuovo come se fossi indistruttibile, senza la benché minima coscienza. Ma sono ancora lìììì, dietro, a 50m!! Entriamo in paese e mi viene in mente un flash… Christian che dice: “e dopo la salitella che sale dietro al campo, c’è l’arrivo”. Salitella?? Oh merda! Eccola, la vedo. Calibro lo sforzo. Un secondo più veloce, e mi blocco per un crampo, un secondo più lento, e i miei acerrimi nemici mi supereranno! Mi sento come un alchimista che sposta piccoli pesetti sul bilancino per tenerlo in equilibrio, un passo dopo l’altro su per la salita, testa bassa, poi sollevo lo sguardo e vedo l’arco dell’arrivo… Fatta! 4 ore 51 minuti 43 secondi per 35km e 2500D+, con un 31esimo posto assoluto su 250. Vista la difficoltà del tracciato, per me sono dei gran numeri!
Tutto finito, e i nemici diventano amici con cui complimentarsi e stringersi la mano e battersi la spalla. Arrivano tutti, uno dopo l’altro, i Potrellas, i Barbudos, tutti i GenteFuoriStrada, tutti al ristoro, tutti a parlare della gara che verrà ricordata come “quella dei geroni del stif”, e poi c’è il terzo tempo e la birra e la musica e la compagnia: allora li sì, che diventiamo tutti campioni.
domenica 30 ottobre 2016
Discesa e adrenalina
(suggerimento: attaccate l'audio, la musichetta e' proprio carina)
L’adrenalina è un ormone e neurotrasmettitore che, prodotto dal surrene a sua volta stimolato dal sistema simpatico, genera una serie di capacità da superumani per un limitato periodo di tempo… come aumento della pressione, maggiore gittata cardiaca, produzione più efficace del glucosio da parte del fegato, un più veloce smaltimento dell’anidride carbonica, ecc ecc.Quindi forse è sbagliato che io parli di adrenalina quando mi butto giù per una discesa, perché in tutti questi effetti non ci trovo la momentanea incoscienza che mi pervade. La goduria nel rischiare. La più totale noncuranza degli effetti disastrosi che un passo falso potrebbero avere.
L’ha descritto molto bene Kilian nel suo libro “Correre o morire” (titoletto, eh?), o almeno io mi ci sono ritrovato – decisamente ad un passo più lento – nelle sensazioni. La discesa nel trail diventa una sfida di equilibrio, una gara di riflessi. Innanzitutto bisogna essere riposati, le gambe devono essere reattive. E poi giù, si affronta il sentiero come un percorso ad ostacoli, dove ogni passo è un imprevisto che ti lascia pochissimi millisecondi per reagire: posizionare il piede, decidere che tensione dare al muscolo. Scegliere se l’appoggio di tallone sia più adatto di quello di punta per quel sasso lì, oppure provare ad allungare il passo per impattare sul terreno più soffice. Lo sguardo non troppo basso, ad anticipare gli ostacoli, ad analizzare i prossimi metri. In fretta, in frettissima, perché già l’altro piede sta aspettando i comandi giusti, che tra frazioni di secondo sarà il suo turno. La durata media di un passo quando si va a ritmo deciso è circa un terzo di secondo, sui 300 millisecondi. Centottanta decisioni al minuto, centottanta appoggi, centottanta potenziali infortuni.
E poi ci sono gli imprevisti. Il piede di appoggia ma il sasso non è stabile, il terreno non tiene, le foglie nascondono una radice. Trattenendo il “porc…” – di cui fortunatamente si occupa un sistema automatico di imprecazioni – immediatamente bisogna alleggerire il peso sulla gamba, anticipare l’altro appoggio, solo 200, 100 millisecondi per riguadagnare parte dell’equilibrio e cercare una superficie sicura... perché tanti passi insicuri in fila, beh… meglio non farli. Oppure un improvviso tratto lastricato di rocce umide, coperte di muschio, sull’intera larghezza del sentiero. La velocità non può andare a zero immediatamente: a 4min/km, cioè 15km/h si percorrono 4.2 metri al secondo! E allora freeride su per i bordi del sentiero, quasi come ci fosse una tavola da skate sotto i piedi. Hop hop! Da destra a sinistra.
Si prende il ritmo, si guadagna confidenza, usando tutto il corpo, gambe busto braccia e pure la testa per controllare l’equilibrio, e non so quale ormone cominci a circolare, ma è bello, e divertente, ed emozionante, una droga, e anche ci fosse della fatica, non si sente. La discesa può durare quanto vuole. Non mi stufa. Ma quando arrivo in fondo, rallento, riposo, ragiono e mi dico: “sei un coglione… ma anche oggi, è andata bene”.
Si dice che le gare si vincono in salita, ma si perdono in discesa.
Io, in discesa, perdo la testa.
Questo il video... e questa la traccia.
sabato 10 settembre 2016
Dolomiti di Brenta Trail 2016
Avvertimento importante: post lungo per gara lunga. Materiale obbligatorio: riserva d'acqua anche se non si legge ad alta voce, luce frontale se il display non è sufficientemente luminoso :)
È passato poco più di un anno da quando ho fatto il mio primo trail: un 50k, a pensarci bene ora, preparata male ed affrontata peggio, con implosione di energie già al trentesimo e sofferenza pura fino alla fine. "Mai più cosí lunga!" avevo detto...
Invece, come ogni buon criminale, non mi sono ravveduto e già a febbraio mi sono iscritto al Dolomiti Brenta Trail 45k (quella "corta", sí, è riduttivo), con un obbiettivo chiaro: questa è LA gara del 2016, da fare bene. Chi mi conosce sa quanto so essere metodico :)
Beh, lo sono stato: a manetta su tutti gli aspetti. Allenamento, alimentazione, equipaggiamento, tutto. Oh no, aspetta, non tutto... Ho tralasciato una cosa: la testa, la concentrazione, la motivazione, senza non arrivi in fondo a 45km con 2850m di dislivello. Ma quello non è mai stato un problema. Perchè dovrebbe esserlo?
Semplicemente perchè la vita è cosí, bastarda a sufficienza per andare a trovare il tuo punto debole, la piaga, infilarci il dito e girare e rigirare. Tanto bella quanto bastarda. Vero?
È sabato mattina, presto: ho tutto il materiale già pronto da un giorno, devo solo fare la supercolazione e partire entro le 6. La testa è invece da giorni che non c'è, si mettono assieme mille cose, a partire da un anno superstressante, alcuni obbiettivi mancati, l'impressione di non tenere il mio timone, pensieri vari, stomaci strizzati e rimbombo negli orecchi. Un disastro.
La voglia di correre c'è, e l'atmosfera a Molveno contribuisce a renderla più intensa: la gente che si raggruppa, la consegna pettorali, quell'aria fresca che a settembre ci sta. Incontro i miei amici GFS, ci scambiamo due impressioni su come sarà, comincio a fremere per partire (stai calmo che è lunga, perlamiseria), ma il rimbombo negli orecchi è sempre lí.
E mi viene in mente il mantra di una mia cara amica che ho recentemente fatto anche mio: salire in alto per vedere meglio le cose. È una illuminazione: il mio obbiettivo di oggi sarà salire in alto, e non prima, non dopo, solo lí in alto, "guardare" le cose come stanno. Trasformo il problema in un mezzo per (provare a) trovare la soluzione.
Il tempo vola, già è ora di partire. Countdown di rito, e quasi 300 trailrunner iniziano la propria gara. Primo pezzo di asfalto, sono in coda al primo gruppetto di una trentina di persone, chiaro segno che sto esagerando, ma sono cosí ansioso di arrivare in alto che mi convinco che andrò piano un'altra volta. Da Andalo comincia il sentiero che sale, alterno corsa a camminata a seconda della pendenza e sorprendentemente non vengo superato continuamente come al solito... che siano tutti i vertical che stanno facendo effetto?? Faccio anche un buon terzo del percorso allo stesso ritmo della fortissima Martina Valmassoi... che poi metterà il turbo e vincerà la gara femminile appioppandomi più di mezzora di distacco!
Nei dintorni del rif. Graffer parte un saliscendi; tecnicamente sono denominati "mangia e bevi" ma per me si potrebbero benissimo chiamare "gioie e dolori"! Tralaltro il su-e-giù non contribuisce al mio arrivare in alto e il rimbombo negli orecchi si fa sentire. Mantenere la concentrazione è difficile ma fondamentale: i passaggi sono impegnativi. Si passa spesso su grosse rocce, il sentiero scompare e si capisce dove andare solo dai segni rossobianchi o dalle balise arancioni. Bisogna saltare, arrampicarsi, metterci le mani e stare attenti a non scivolare o inciamparsi. Molti escursionisti, impacciati con scarponi e zaino, ci guardano sbigottiti saltellare da un sasso all'altro con le nostre scarpette tecniche.
Passano i 20km e le gambe non sono più freschissime: alcuni movimenti estremi accendono dei crampetti qui e li. Al Tuckett scambio due battute con gli addetti al ristoro: devo proprio dirlo, tutti tutti tutti i volontari lungo il percorso sono sorridenti, gentili, ci incitano, rendendo una gara difficilissima un po' più facile. Grazie!
Da li si scende un po', il sentiero da pietraia diventa più verde, in mezzo a vegetazione bassa. Non sto andando in alto, ok, ma mi godo la discesa. Sciolgo le briglie, rischio di spaccarmi letteralmente la faccia ben due volte (alzare sempre bene i piedi, caxxo!) e forse, recupero un po' di energie.
Dal Brentei in poi inizia un sentiero in costa, panoramico e a strapiombo sulla valletta ex-ghiacciaio che porta alla forcella... infatti condivido il mio timore della salita su per i ghiaioni con altri runner, e uno mi dice "meglio correre finchè si può, che poi bisognerà arrancare". Sarà da malati, ma questo rimane il mio motto fino ai ghiaioni: cerco di correre tutto il tratto panoramico, anche se spesso sale deciso in su, e avvicinandomi al km 30, io e la stanchezza siamo la stessa cosa.
E poi arrivano. Inevitabili. Ci sono alcune enormi rocce da scavalcare, resti di frane che hanno rotolato fin lí, e poi loro, i ghiaioni. Ghiaia alla pendenza limite per cui si autosostiene: in soldoni, il mio passo altera l'equilibrio precario, ed è come salire su una scala mobile che gira al contrario. Ma si va in alto. Tanto, e su ci sono le risposte. La cosa difficile ora è proprio trovare la forza per un passo che va cosí in verticale, e ad ogni appoggio non penso altro che a concludere quel movimento. E quindi un altro. E un altro. E un altro ancora. So che, per quanto ci possa volere, se continuo cosí arriverò su. Attorno, le cime sono avvolte da una nebbiolina e sui versanti si vedono dei piccoli nevai. La temperatura deve essere bassa ma non la sento.
E finalmente, improvvisamente, si apre la vista e arrivo in cima alla forcella, appollaiati sulle rocce ci sono i sorridenti volontari che incitandomi mi dicono che il ristoro è a pochi minuti. Ma io mi guardo attorno, cerco le risposte, guardo da dove sono salito e... sí, sono lí proprio come il venticello che ti sorprende sempre quando arrivi in cima. Sono lí, ma le avevo appena assemblate, lungo tutto il percorso. E solo lí ho messo assieme l'ultimo pezzo. E il rimbombo scompare.
Riparto, gambe lesse e crampi pronti, ma spirito buono. Le salite difficili sono finite. La concentrazione c'è, il GPS segna già più di 30km, rif. Pedrotti in vista. Ultimo ristoro, riparto faccio 50m anzi no torno indietrooooo che ho dimenticato l'acqua! Troppa voglia di affrontare la discesa. Discesa supertecnica, salti da rocce, sentiero stretto, tornanti secchi. Poi evolve e sembra di scendere nel letto di un piccolo ruscelletto secco, si dirama e si incrocia continuamente con se stesso, cerco sempre le balise arancioni per evitare di infilare un bivio sbagliato: qui sono totalmente solo, nessuno davanti, nessuno dietro. Scivolo e inciampo alcune volte, mi insulto appropriatamente, gattonando per recuperare l'equilibrio, poi piego la caviglia oltremisura e partono improperi vari ma alla fine ne esco indenne. La discesa sembra infinita, e fa sempre più caldo, ho sempre più sete e il mio stomaco sempre meno voglia di ricevere acqua. Breve stop al Croz dell'Altissimo, via ancora. Incrocio altri trailrunner, credo di averne passati alcuni. Il mio grazie ai turisti che mi fanno spazio per passare sullo stretto sentiero è flebile. Sono quasi finito e mancano solo 5km all'arrivo. Alcune pendenze di minima salita mi mettono in difficoltà, partono crampi ovunque e devo controllare ogni falcata con troppa precisione, è sfiancante. Si scende ancora un poco nel bosco tra le radici che ti afferrano i piedi, e quello davanti a me grida "ma siamo ancora altissimi!", e vedo sulla sinistra il lago di Molveno, effettivamente proprio dall'alto. Come per compensare, la discesa si fa ripidissima e sbuca sulla strada: il percorso taglia violentemente i tornanti, tra prati e scalette, e precipitiamo perdendo rapidamente quota. La discesa non mi fa sentire la fatica e supero il mio momentaneo compagno di viaggio, fino a quando, arrivato improvvisamente al livello del lago, la pendenza si azzera.
Mancano circa 2km o forse meno, sono piatti, lungo il lago, ma tutto il corpo mi frena appesantito e al tempo stesso svuotato. Tutta cosí è stata, alti e bassi, mangia e bevi, gioie e dolori, salite e discese. Ormai ci sono, tengo il ritmo migliore che riesco con quello che ho, tra i 5' e i 6' al km. Veloce e lento, correre e camminare, fermarsi e ripartire, tutta cosí è stata. La gente sul litorale applaude, mi dice cose bellissime, sorrido che voce non ne ho più, alzo il pollice, applaudo a loro, non ho fiato. Parli e ascolti, dai e ricevi, anche cosí è stata.
Vedo l'arco dell'arrivo, sento la speaker, penso a quanto dura sia stata, ma non c'è più stanchezza, non sento il mio corpo, vedo solo che oramai è fatta: taglio il traguardo.
Fermo il Garmin (qui la traccia). Che tempo ho fatto? Leggo 6h39'. Sono contento. Mi guardo attorno, c'è poca gente, ma come? Vado a controllare gli arrivi. Sono 25esimo. Sono contentissimo. Come stai? Come è andata? Bene, e tu? Da dove vieni? I'm from Belgium. E' stata durissima, vero? Bello il paesaggio eh. Hai visto che salita ai ghiaioni? Sono distrutto. Sono felice. Sono stanco. Sono arrivato.
Anche cosí, tutta, anche cosí è stata: piena di domande, e con alcune risposte.
domenica 24 luglio 2016
Di vertical e bella gente
Questo blog non si chiama forse "NotOnlyRuns"?
Magari non sempre si capisce, ma tra le righe, non c'e' solo corsa nei miei post. Ma in questo, in questo, lo dico, si parla di bella gente. Oltre alla corsa.
Occasione: vertical S. Giacomo - Altissimo. Per i non addetti ai lavori, sostanzialmente si va solo in su, di solito con 1000m di dislivello. Sto giro, 5km con 888m di dislivello.
S o f f e r e n z a p u r a ! Mica puoi dire che spiana.
Organizziamo un bel gruppetto di GenteFuoriStrada, ritrovo in piazza alle 8 e poi su verso S. Jack. Schermaglie nel gruppo ("sei lento!") alternate a ritiro pettorali e caffe' e pitstop e riscaldamento e stretching e spunta e cavolo e' gia' ora di partire. Auguri a tutti - "ci vediamo su" - "se arrivi prima ordina un giro di birre" - "mi raccomanda lascia qualcosa al ristoro" - "daje ti mordo i talloni" - "tiragli il collo al president" - "parti forte e poi accelera" - "non superarmi troppo veloce"...
Pam! (c'era la pistola, una fissa delle gare fidal)
Primi 900m in leggera discesa, giusto per scaldarsi. Fatto sta che per alcuni secondi assaporo come sia stare nei primi 10, tanto poi inizia la salita e ritorno rapidamente nella porzione di folla che mi spetta. Inizia il vero vertical; il primo pezzo e' nel bosco e sono ancora nella fase in cui mi sorpassano tutti quelli che la salita la sanno fare veramente. Quando il bosco finisce ci sono prati, e il sole, seppure velato, si fa sentire. Sudo come un cammello! Ecco a questo punto, scopriro' poi, dietro di me si sta svolgendo un duello a tre, tra Caniggia, Franz e president, fatto di tattica, cadute, sghignazzate e fiato corto. Che sbalinai.
Rifugio Graziani: piu' o meno siamo a meta' strada, 3 su 5km, ma il dislivello piu' tosto comincia qui. Al ristoro prendo al volo un bicchiere d'acqua, me lo tiro in bocca, ok, forse un sorso e' entrato. Senza soffocare, che e' un fantastico risultato.
Il sentiero verso l'Altissimo sarebbe corribile. Sarebbe, perche' il vertical taglia su dritto per i prati! Testa bassa, accucciato come una scimmietta, mani sulle ginocchia a spingere (tranne quando il fotografo sul percorso mi dice tiratisutiratisu, ma non oso immaginare in che condizioni). E' gia' un po' che sono tra i miei simili: andiamo di pari passo, alti e bassi. Non fosse che ho un problema nel cervello: se qualcuno mi sta davanti, devo superarlo. Devo proprio. Scoppiasse il cuore - che tanto ha tenuto a ben peggio - devo. E questo si verifica due volte: la prima subito dopo il Graziani, con un tipo continuiamo avanti io avanti tu avanti io avanti tu. Sforzo disumano per guadagnare due metri. Fatta. E la seconda, a circa 200m dall'arrivo, ho davanti questo signore fortissimo: fortissimo perche' suppongo abbia 20 anni piu' di me e pesta parecchio e ce l'ho davanti. Appunto!! Avro' qualche rimasuglio di giovinezza? Niente battute, grazie. Scatta la modalita' orgoglio, do' fuoco alle polveri rimaste: e bastano giusto quel poco per fare il sorpassino ed arrivare in cima.
Bit! 53 minuti e rotti, per un 54esimo posto che e' gran cosa per uno come me, che solo poco piu' di un anno fa diceva di odiare la salita. Perche' non c'e' cosa piu' bella che guardarsi indietro e vedere che si e' stati capaci di cambiare, di ribaltare convinzioni ammuffite e provare nuove sfide. Perche' la corsa e' una maledetta copia della vita, e se c'e' una fottutissima salita, beh, la fottutissima salita va fatta. Ok, chiudo con la parentesi filosofica. Magari ci torno su un'altra volta.
In pochi minuti arrivano tutti quelli del gruppo unendosi a quelli gia' li', e sono pacche sulle spalle. Invadiamo senza ritegno il tavolo piu' grande... E sono birre. Ed e' pasta. Sbrisolona. Birre ancora. Altra sbrisolona. Foto. Battute. Si ripercorre il duello epico di cui sopra e le strategie, le sensazioni, le spariamo grosse e tanto lo sappiamo che le spariamo grosse. E altro giro di birre, esce anche il sole quando le previsioni erano pessime. Perche' le belle giornate non si devono rovinare. E quando si fa ora, zainetto in spalla e giu' per i prati, mezzi brilli e mezzi birilli, a salutare le mucche, a salutare i cavalli, a prendere per i fondelli lo stereotipo dell'escursionista con le adidas di finta pelle bianche, a parlare del grip delle scarpe, a ridere...
Che a me, stare con questa bella gente, fa venire queste sensazioni, dateci un'occhio: Alt-J Left Hand Free
E tutto il resto e' storia, ma e' la storia piu bella.
Magari non sempre si capisce, ma tra le righe, non c'e' solo corsa nei miei post. Ma in questo, in questo, lo dico, si parla di bella gente. Oltre alla corsa.
Occasione: vertical S. Giacomo - Altissimo. Per i non addetti ai lavori, sostanzialmente si va solo in su, di solito con 1000m di dislivello. Sto giro, 5km con 888m di dislivello.
S o f f e r e n z a p u r a ! Mica puoi dire che spiana.
Organizziamo un bel gruppetto di GenteFuoriStrada, ritrovo in piazza alle 8 e poi su verso S. Jack. Schermaglie nel gruppo ("sei lento!") alternate a ritiro pettorali e caffe' e pitstop e riscaldamento e stretching e spunta e cavolo e' gia' ora di partire. Auguri a tutti - "ci vediamo su" - "se arrivi prima ordina un giro di birre" - "mi raccomanda lascia qualcosa al ristoro" - "daje ti mordo i talloni" - "tiragli il collo al president" - "parti forte e poi accelera" - "non superarmi troppo veloce"...
Pam! (c'era la pistola, una fissa delle gare fidal)
Primi 900m in leggera discesa, giusto per scaldarsi. Fatto sta che per alcuni secondi assaporo come sia stare nei primi 10, tanto poi inizia la salita e ritorno rapidamente nella porzione di folla che mi spetta. Inizia il vero vertical; il primo pezzo e' nel bosco e sono ancora nella fase in cui mi sorpassano tutti quelli che la salita la sanno fare veramente. Quando il bosco finisce ci sono prati, e il sole, seppure velato, si fa sentire. Sudo come un cammello! Ecco a questo punto, scopriro' poi, dietro di me si sta svolgendo un duello a tre, tra Caniggia, Franz e president, fatto di tattica, cadute, sghignazzate e fiato corto. Che sbalinai.
Rifugio Graziani: piu' o meno siamo a meta' strada, 3 su 5km, ma il dislivello piu' tosto comincia qui. Al ristoro prendo al volo un bicchiere d'acqua, me lo tiro in bocca, ok, forse un sorso e' entrato. Senza soffocare, che e' un fantastico risultato.
Il sentiero verso l'Altissimo sarebbe corribile. Sarebbe, perche' il vertical taglia su dritto per i prati! Testa bassa, accucciato come una scimmietta, mani sulle ginocchia a spingere (tranne quando il fotografo sul percorso mi dice tiratisutiratisu, ma non oso immaginare in che condizioni). E' gia' un po' che sono tra i miei simili: andiamo di pari passo, alti e bassi. Non fosse che ho un problema nel cervello: se qualcuno mi sta davanti, devo superarlo. Devo proprio. Scoppiasse il cuore - che tanto ha tenuto a ben peggio - devo. E questo si verifica due volte: la prima subito dopo il Graziani, con un tipo continuiamo avanti io avanti tu avanti io avanti tu. Sforzo disumano per guadagnare due metri. Fatta. E la seconda, a circa 200m dall'arrivo, ho davanti questo signore fortissimo: fortissimo perche' suppongo abbia 20 anni piu' di me e pesta parecchio e ce l'ho davanti. Appunto!! Avro' qualche rimasuglio di giovinezza? Niente battute, grazie. Scatta la modalita' orgoglio, do' fuoco alle polveri rimaste: e bastano giusto quel poco per fare il sorpassino ed arrivare in cima.
Bit! 53 minuti e rotti, per un 54esimo posto che e' gran cosa per uno come me, che solo poco piu' di un anno fa diceva di odiare la salita. Perche' non c'e' cosa piu' bella che guardarsi indietro e vedere che si e' stati capaci di cambiare, di ribaltare convinzioni ammuffite e provare nuove sfide. Perche' la corsa e' una maledetta copia della vita, e se c'e' una fottutissima salita, beh, la fottutissima salita va fatta. Ok, chiudo con la parentesi filosofica. Magari ci torno su un'altra volta.
In pochi minuti arrivano tutti quelli del gruppo unendosi a quelli gia' li', e sono pacche sulle spalle. Invadiamo senza ritegno il tavolo piu' grande... E sono birre. Ed e' pasta. Sbrisolona. Birre ancora. Altra sbrisolona. Foto. Battute. Si ripercorre il duello epico di cui sopra e le strategie, le sensazioni, le spariamo grosse e tanto lo sappiamo che le spariamo grosse. E altro giro di birre, esce anche il sole quando le previsioni erano pessime. Perche' le belle giornate non si devono rovinare. E quando si fa ora, zainetto in spalla e giu' per i prati, mezzi brilli e mezzi birilli, a salutare le mucche, a salutare i cavalli, a prendere per i fondelli lo stereotipo dell'escursionista con le adidas di finta pelle bianche, a parlare del grip delle scarpe, a ridere...
Che a me, stare con questa bella gente, fa venire queste sensazioni, dateci un'occhio: Alt-J Left Hand Free
E tutto il resto e' storia, ma e' la storia piu bella.
domenica 5 giugno 2016
Vigolana Half Trail 2016
Quando si dice che una cosa e' una metafora della vita. Lo sostengo spesso della corsa, e piu' ci penso meno riesco a distinguere se l'una e' l'altra o l'altra e' l'una. Chiaro no?
Fatto sta, che decido che la Vigolana e' una di quelle gare dove voglio "fare bene", nelle mie possibilita' ovviamente. Che significa pianificare un poco gli allenamenti, le distanze, i riposi. Come quando nella vita hai un progetto a cui tieni e prepari tutte le condizioni al contorno per farlo andare bene. Quindi ci ho provato nelle settimane prima, ad essere un po' metodico, e ad essere sinceri gia' da qualche giorno prima avevo il sospetto di aver sballato un paio di cose (ma so gia' che non sapro' mai quale sia stato il loro reale effetto).
E per concludere bene la preparazione fino a poco prima della gara, mi concedo di arrivare in anticipo la mattina stessa: chi mi conosce sa bene che e' piu' facile combinare quella cosa della cruna dell'ago e del cammello, piuttosto che sperare in un mio anticipo. Quindi, infilato il cammello, ritiro il pettorale, mi preparo, con calma mi porto in zona spunta, poi in zona partenza, due chiacchiere e un selfie gentefuoristrada con Valentino e Matteo. Sole si, sole no. L'organizzazione e' impeccabile, anzi tanti complimenti! Nel mentre il cammello sta bene, eh.
Sono 35km 2000D+, e anche se e' il percorso "corto", per me e' decisamente lungo, diciamo che in quei dintorni si colloca il burrone dell'incognito. L'ultimo tracciato piu' lungo e' gia' stato cancellato dalla corta memoria delle mie gambette.
Con il pensiero in testa di non avere tutti i 35 nelle gambe, si parte. Primo pezzo pendenza facile, corribile, strada che si trasforma in forestale. Lo so che e' troppo bello, il dislivello non lo copriremo mai con questa pendenza: come nella vita di tutti i giorni, se le cose vanno troppo bene, abbassiamo la testa tra le spalle aspettando lo scapellotto. Infatti dopo circa 8km, arriva il salto di qualita', si sale per raggiungere il Becco di Filadonna con una pendenza media di circa il 25%, salendo di 800m in 3km.
Beh.
Che dura ragazzi.
Una fatica boia! Ben piu' di una volta affronto qualche metro a quattro zampe (si, quelle del cammello) in certi passaggi, e man mano che ci avviciniamo ai 2000m abbondanti del punto piu' alto, tira un'arietta gelida nel paesaggio particolare fatto di arbusti secchi piegati dalla neve ormai sciolta. Lunare. Post-atomico. E la nebbietta aiuta.
Sul punto piu' alto scambio una battuta coi volontari sul percorso... che ringrazio anche da qui!! Via. Discesa non troppo impegnativa per 1km, e poi arriva un po' di "riposo". Ed ecco, porcammiseria, non puoi distrarti un attimo che il destino cerca di fregarti. Saranno state le gambe stanche dalla salita, il calo di tensione nel trovare un po' di sentiero tranquillo in costa, quel sassetto traballante ma la conclusione e' che la caviglia sx fa "pieg", anzi "pieg un poc trop". Qualche insulto al solito cammello, ma poi realizzo che piu' o meno l'arto funziona ancora, con dolore costante ma neanche troppo fastidioso. Ovviamente, contro qualsiasi buon senso, decido che e' proprio il caso di correrci sopra per altri 20km. Il cammello e' oramai rassegnato.
Breve salitina a cima Cornetto, facile, e parte una discesa che presto incontra i boschi e prati. Qualche crampo come optional. Ogni singolo passo, adesso, e' massima concentrazione: preparo ogni passo destro per un appoggio ultrasicuro con il sinistro. Non vorrei azzoppare il cammello. Evoluzione della specie.
Certo mi accorgo che non posso tenere il solito ritmo epico da pazzo furioso in discesa, e non so se e' un bene o un male. In ogni caso l'impegno e' comunque estremo e infatti quando riparte la salita il cammello si impunta. Ma di brutto brutto. E voglio vedervi a spingere un cammello stanco su per la salita della Ceriola. Ma in cima si passa di botto da un +30% a un -30% (che sia per quello che li chiamano "becchi"??) e vedo la discesa ripidissima che si immerge nella nebbia. Un attimo di meraviglia seguito da quasi terrore: un passo mal posizionato ti puo' far scendere di 2-3 tornanti al colpo, qui, posto che ti fermi. Col cammello oramai in spalle (si, la famosa camelback!), i crampetti che oramai mordicchiano in polpacci da un po', e la caviglia che vorrebbe gonfiarsi ma non ne ha tempo, scendo con inusitata prudenza, strana quanto il mio anticipo di stamattina. Rifiuto la generosa offerta di infilare un altro cammello nella cruna per festeggiare la stranezza.
Mentre medito che e' la prima volta che non sono contento di percorrere una discesa, la strada si trasforma e il tratto semi-impossibile finisce. Per lunghi tratti non vedo nessuno, e chiedo spesso al cammello se abbiamo sbagliato strada, ma lui mi indica sempre una balisa in lontananza che mi tranquillizza. Inizia una discesa eterna, praticamente 10km: in altre condizioni avrei esultato, ma sono troppo provato, a causa delle tre C (cammello, caviglia, crampi). Ritmo sostenuto ma non troppo, e man mano che passano i km realizzo che effettivamente i 35 non li avevo tutti nelle gambe, visto che bastano minimi tratti di pseudo salita per farmi sentire le gambe di cemento. Daaaaai che manca poco. Arrivo anche a prendermi in giro: secondo me il GPS ha sballato, vedrai che adesso arriviamo, stai buono. Beh, mai stato cosi' preciso: arrivo che segna 34.9km.
Riesco a fare anche un bullo sorriso a pochi metri dal traguardo per il Liba che mi fotografa per le news live gentefuoristrada (siamo organizzati eh).
Perche' e' cosi', come la vita: ti impegni tanto e poi le cose ci provano ad andare storte. E cosa fare? Una reazione e' d'obbligo. E ogni tanto, non ce la fanno a rovinarti i piani, perche' in fondo ci ho provato e sono arrivato nelle mie 4 ore e 35 minuti che mi soddisfano, i crampi oramai non li sento piu' perche' si sono stufati prima loro, la caviglia e' bella gonfia ma ho gia' un piano per recuperarla prima delle ferie (sarebbe a dire, 3 giorni), e da oggi ho un cammello per amico.
Vado a saccheggiare il ristoro, ciao.
mercoledì 27 aprile 2016
Night Trail Rovereto 2016
La gara sociale.
Presuppone la presenza di una società.
Quella in questione è GenteFuoriStrada, ormai lo sapete, l’ho detto e ridetto. Ma!
Credo che piuttosto che “società”, sarebbe più corretto definirla una squadra, un team. Quando mi sono iscritto, facendo quello un po’ materialista, ho chiesto al buon Michele quali vantaggi avrei avuto. E lui – scherzando? ok, mi ricredo – mi ha detto “farai parte di una élite!”… A distanza di qualche mese, non posso che dargli ragione. Non sono stati gli sconti nei negozi, o la maglietta, ma le persone, a restituire moltiplicato il costo dell’iscrizione. Non “élite” con senso di superiorità, ma come gruppo selezionato in base ad una specifica passione che puoi condividere. Nuove conoscenze e nuovi amici, che poi vanno oltre la corsa e porca miseria, ne vale la pena.
La gara sociale.
Rovereto Night Trail, 12k 400D+.
Da settimane prima il gruppo già è in fibrillazione. Si avvicendano le prove, in gruppo, gruppone, gruppino o da soli. Il sentiero si affossa sotto i passaggi, la chat whatsapp è bollente, gli dei del Monteghello scalpitano. Iscrizioni in massa, ripetute in salita, devo comprare la frontale: quella che ho serve solo per consumare pile. Smarono infinitamente il mio collega finché si iscrive. Da una settimana prima check giornaliero del meteo, che sembra peggiorare di giorno in giorno, quel maledetto. Smarono tutti finché mi dicono in bocca al lupo. Tre giorni prima un po’ di fartlek e poi riposo, che non fa mai male.
La gara sociale.
Maglietta GFS, frontale accesa.
Più di 300 runner si assiepano in piazza S. Marco, altrettante lucette, ed è tutto un battere pacche sulle spalle e salutare e dire “sei pronto?”. Qui sì, ci si conosce veramente quasi tutti, ecchè, vuoi mancare proprio a questa? Dal più forte al più tranquillone. Che poi è una gara non competitiva :) … oooookey, lo sappiamo tutti che non c’è competizione più intensa di quella tra compagni di squadra, che si sono spesso allenati – ed osservati – assieme, tenendo d’occhio il ritmo in salita, la tecnica in discesa, e si azzardano pronostici e tattiche. La migliore resta sempre quella di partire a bomba, e poi, a metà, accelerare! E la salita, affrontarla sempre come se fosse l’ultima. Che poi, la gara non sarà competitiva, ma io si: con me stesso, in primis, e poi con quello che ho davanti, chiunque sia. Mi piace così.
La gara sociale.
Il giro del Monteghello.
Il via viene dato sotto le prime gocce della tanto temuta quanto puntuale pioggia. Breve tratto sul porfido umido, quanto basta per qualche scivolone, e la tattica del partire a bomba sembra essere adottata universalmente. L’illusione dei 4’ al km sfuma per tutti non appena raggiunto il castello di Rovereto: breve scalinata e poi la salita dell’acquedotto, che raffredda i bollenti spiriti con la sua pendenza finale del 25%. Sto bene, la fase è ancora quella confusionaria dove superi e ti superano, e ancora non capisci se stai esagerando o frenando. Ma raggiunto Campolongo al km 2,5 la salita ha già sparpagliato il gruppo e mi trovo a fare tira e molla con altri due-tre runner: siamo “a regime”. Dopo un poco finisce finalmente l’asfalto ed inizia il sentiero, e come al solito soffro in salita e tiro il fiato in piano: per la discesa devo aspettare il Monteghello. Che arriva, alle tante: passo di lì in un gruppetto, mi pare isolato, di cinque o sei. Iniziata la discesa mi ricordo che piove perdindirindina, e comincio prudente. Tempo tre secondi… parte l’adrenalina e sgancio i freni. Le scarpe tengono, ma anche il gruppetto! Rimaniamo compatti ma quando si presenta la seconda breve salita per arrivare al Bosco della Città, per alcuni la stanchezza si fa sentire e restiamo in tre. Là davanti si stanno scannando, penso, perché non si vede nulla all’orizzonte!! Provo ad alzare il ritmo in discesa sfiorando i 2’50 al km che mi sembra di volare, ma siamo ancora in tre, tanto vale tenersi per il piano finale, rallento e mi metto in mezzo. Lasciamo la forestale per un sentiero, improvviso cambio di pendenza e terreno, e scalcio un grosso sasso con l’alluce sinistro. Sbam! “Ouch!” “Tutto bene?” “Si, grazie!” anche se vado di prudenza per alcuni secondi come aspettando il secondo dolore, quello definitivo. Che non arriva, bene! Discesina lastricata, l’ultima, e poi parte l’ultimo km su corso Bettini, tutto orizzontale, da sparare a palla. Quello davanti a me ne ha, e lo vedo allontanarsi. Ma non sento più passi dietro, quindi cerco di tenere il ritmo alto e non guardo neanche il Garmin ma ascolto le gambe. Quasi in apnea! Su leggermente, ultimo sforzo e poi bit! Circa 50:50, aveva ragione il Franz.
La gara sociale.
Il terzo tempo.
Non c’è due senza tre. Non so cosa sia il secondo, ma il terzo tempo… parte integrante della gara! Grazie al favoloso supporto logistico di Walter possiamo cambiarci in breve tempo e passare in modalità festa. La pioggia non ci impedisce di farci il nostro giro col buono pasto e birra. Resistiamo un po’, ma poi optiamo per un posto caldo. Un posto caldo dove, seduti in buona compagnia, possiamo parlare di salite, discese, sassi, runner forti e runner meno veloci ma forti lo stesso. Possiamo complimentarci e fare gli sbanfoni, aggiungere una sedia ogni 5 minuti ed ordinarne “un altro per lui/lei!”. Ci possiamo prendere in giro per quando ci siamo superati, e fantasticare di piani futuri e prossime gare, in compagnia dell’ultima birra, che non finisce mai.
Perché le gare, sotto sotto, sono tutte sociali.
Presuppone la presenza di una società.
Quella in questione è GenteFuoriStrada, ormai lo sapete, l’ho detto e ridetto. Ma!
Credo che piuttosto che “società”, sarebbe più corretto definirla una squadra, un team. Quando mi sono iscritto, facendo quello un po’ materialista, ho chiesto al buon Michele quali vantaggi avrei avuto. E lui – scherzando? ok, mi ricredo – mi ha detto “farai parte di una élite!”… A distanza di qualche mese, non posso che dargli ragione. Non sono stati gli sconti nei negozi, o la maglietta, ma le persone, a restituire moltiplicato il costo dell’iscrizione. Non “élite” con senso di superiorità, ma come gruppo selezionato in base ad una specifica passione che puoi condividere. Nuove conoscenze e nuovi amici, che poi vanno oltre la corsa e porca miseria, ne vale la pena.
La gara sociale.
Rovereto Night Trail, 12k 400D+.
Da settimane prima il gruppo già è in fibrillazione. Si avvicendano le prove, in gruppo, gruppone, gruppino o da soli. Il sentiero si affossa sotto i passaggi, la chat whatsapp è bollente, gli dei del Monteghello scalpitano. Iscrizioni in massa, ripetute in salita, devo comprare la frontale: quella che ho serve solo per consumare pile. Smarono infinitamente il mio collega finché si iscrive. Da una settimana prima check giornaliero del meteo, che sembra peggiorare di giorno in giorno, quel maledetto. Smarono tutti finché mi dicono in bocca al lupo. Tre giorni prima un po’ di fartlek e poi riposo, che non fa mai male.
La gara sociale.
Maglietta GFS, frontale accesa.
Più di 300 runner si assiepano in piazza S. Marco, altrettante lucette, ed è tutto un battere pacche sulle spalle e salutare e dire “sei pronto?”. Qui sì, ci si conosce veramente quasi tutti, ecchè, vuoi mancare proprio a questa? Dal più forte al più tranquillone. Che poi è una gara non competitiva :) … oooookey, lo sappiamo tutti che non c’è competizione più intensa di quella tra compagni di squadra, che si sono spesso allenati – ed osservati – assieme, tenendo d’occhio il ritmo in salita, la tecnica in discesa, e si azzardano pronostici e tattiche. La migliore resta sempre quella di partire a bomba, e poi, a metà, accelerare! E la salita, affrontarla sempre come se fosse l’ultima. Che poi, la gara non sarà competitiva, ma io si: con me stesso, in primis, e poi con quello che ho davanti, chiunque sia. Mi piace così.
La gara sociale.
Il giro del Monteghello.
Il via viene dato sotto le prime gocce della tanto temuta quanto puntuale pioggia. Breve tratto sul porfido umido, quanto basta per qualche scivolone, e la tattica del partire a bomba sembra essere adottata universalmente. L’illusione dei 4’ al km sfuma per tutti non appena raggiunto il castello di Rovereto: breve scalinata e poi la salita dell’acquedotto, che raffredda i bollenti spiriti con la sua pendenza finale del 25%. Sto bene, la fase è ancora quella confusionaria dove superi e ti superano, e ancora non capisci se stai esagerando o frenando. Ma raggiunto Campolongo al km 2,5 la salita ha già sparpagliato il gruppo e mi trovo a fare tira e molla con altri due-tre runner: siamo “a regime”. Dopo un poco finisce finalmente l’asfalto ed inizia il sentiero, e come al solito soffro in salita e tiro il fiato in piano: per la discesa devo aspettare il Monteghello. Che arriva, alle tante: passo di lì in un gruppetto, mi pare isolato, di cinque o sei. Iniziata la discesa mi ricordo che piove perdindirindina, e comincio prudente. Tempo tre secondi… parte l’adrenalina e sgancio i freni. Le scarpe tengono, ma anche il gruppetto! Rimaniamo compatti ma quando si presenta la seconda breve salita per arrivare al Bosco della Città, per alcuni la stanchezza si fa sentire e restiamo in tre. Là davanti si stanno scannando, penso, perché non si vede nulla all’orizzonte!! Provo ad alzare il ritmo in discesa sfiorando i 2’50 al km che mi sembra di volare, ma siamo ancora in tre, tanto vale tenersi per il piano finale, rallento e mi metto in mezzo. Lasciamo la forestale per un sentiero, improvviso cambio di pendenza e terreno, e scalcio un grosso sasso con l’alluce sinistro. Sbam! “Ouch!” “Tutto bene?” “Si, grazie!” anche se vado di prudenza per alcuni secondi come aspettando il secondo dolore, quello definitivo. Che non arriva, bene! Discesina lastricata, l’ultima, e poi parte l’ultimo km su corso Bettini, tutto orizzontale, da sparare a palla. Quello davanti a me ne ha, e lo vedo allontanarsi. Ma non sento più passi dietro, quindi cerco di tenere il ritmo alto e non guardo neanche il Garmin ma ascolto le gambe. Quasi in apnea! Su leggermente, ultimo sforzo e poi bit! Circa 50:50, aveva ragione il Franz.
La gara sociale.
Il terzo tempo.
Non c’è due senza tre. Non so cosa sia il secondo, ma il terzo tempo… parte integrante della gara! Grazie al favoloso supporto logistico di Walter possiamo cambiarci in breve tempo e passare in modalità festa. La pioggia non ci impedisce di farci il nostro giro col buono pasto e birra. Resistiamo un po’, ma poi optiamo per un posto caldo. Un posto caldo dove, seduti in buona compagnia, possiamo parlare di salite, discese, sassi, runner forti e runner meno veloci ma forti lo stesso. Possiamo complimentarci e fare gli sbanfoni, aggiungere una sedia ogni 5 minuti ed ordinarne “un altro per lui/lei!”. Ci possiamo prendere in giro per quando ci siamo superati, e fantasticare di piani futuri e prossime gare, in compagnia dell’ultima birra, che non finisce mai.
Perché le gare, sotto sotto, sono tutte sociali.
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