domenica 24 luglio 2016

Di vertical e bella gente

Questo blog non si chiama forse "NotOnlyRuns"?
Magari non sempre si capisce, ma tra le righe, non c'e' solo corsa nei miei post. Ma in questo, in questo, lo dico, si parla di bella gente. Oltre alla corsa.
Occasione: vertical S. Giacomo - Altissimo. Per i non addetti ai lavori, sostanzialmente si va solo in su, di solito con 1000m di dislivello. Sto giro, 5km con 888m di dislivello.
S o f f e r e n z a   p u r a ! Mica puoi dire che spiana.
Organizziamo un bel gruppetto di GenteFuoriStrada, ritrovo in piazza alle 8 e poi su verso S. Jack. Schermaglie nel gruppo ("sei lento!") alternate a ritiro pettorali e caffe' e pitstop e riscaldamento e stretching e spunta e cavolo e' gia' ora di partire. Auguri a tutti - "ci vediamo su" - "se arrivi prima ordina un giro di birre" - "mi raccomanda lascia qualcosa al ristoro" - "daje ti mordo i talloni" - "tiragli il collo al president" - "parti forte e poi accelera" - "non superarmi troppo veloce"...
Pam! (c'era la pistola, una fissa delle gare fidal)
Primi 900m in leggera discesa, giusto per scaldarsi. Fatto sta che per alcuni secondi assaporo come sia stare nei primi 10, tanto poi inizia la salita e ritorno rapidamente nella porzione di folla che mi spetta. Inizia il vero vertical; il primo pezzo e' nel bosco e sono ancora nella fase in cui mi sorpassano tutti quelli che la salita la sanno fare veramente. Quando il bosco finisce ci sono prati, e il sole, seppure velato, si fa sentire. Sudo come un cammello! Ecco a questo punto, scopriro' poi, dietro di me si sta svolgendo un duello a tre, tra Caniggia, Franz e president, fatto di tattica, cadute, sghignazzate e fiato corto. Che sbalinai.
Rifugio Graziani: piu' o meno siamo a meta' strada, 3 su 5km, ma il dislivello piu' tosto comincia qui. Al ristoro prendo al volo un bicchiere d'acqua, me lo tiro in bocca, ok, forse un sorso e' entrato. Senza soffocare, che e' un fantastico risultato.
Il sentiero verso l'Altissimo sarebbe corribile. Sarebbe, perche' il vertical taglia su dritto per i prati! Testa bassa, accucciato come una scimmietta, mani sulle ginocchia a spingere (tranne quando il fotografo sul percorso mi dice tiratisutiratisu, ma non oso immaginare in che condizioni). E' gia' un po' che sono tra i miei simili: andiamo di pari passo, alti e bassi. Non fosse che ho un problema nel cervello: se qualcuno mi sta davanti, devo superarlo. Devo proprio. Scoppiasse il cuore - che tanto ha tenuto a ben peggio - devo. E questo si verifica due volte: la prima subito dopo il Graziani, con un tipo continuiamo avanti io avanti tu avanti io avanti tu. Sforzo disumano per guadagnare due metri. Fatta. E la seconda, a circa 200m dall'arrivo, ho davanti questo signore fortissimo: fortissimo perche' suppongo abbia 20 anni piu' di me e pesta parecchio e ce l'ho davanti. Appunto!! Avro' qualche rimasuglio di giovinezza? Niente battute, grazie. Scatta la modalita' orgoglio, do' fuoco alle polveri rimaste: e bastano giusto quel poco per fare il sorpassino ed arrivare in cima.
Bit! 53 minuti e rotti, per un 54esimo posto che e' gran cosa per uno come me, che solo poco piu' di un anno fa diceva di odiare la salita. Perche' non c'e' cosa piu' bella che guardarsi indietro e vedere che si e' stati capaci di cambiare, di ribaltare convinzioni ammuffite e provare nuove sfide. Perche' la corsa e' una maledetta copia della vita, e se c'e' una fottutissima salita, beh, la fottutissima salita va fatta. Ok, chiudo con la parentesi filosofica. Magari ci torno su un'altra volta.
In pochi minuti arrivano tutti quelli del gruppo unendosi a quelli gia' li', e sono pacche sulle spalle. Invadiamo senza ritegno il tavolo piu' grande... E sono birre. Ed e' pasta. Sbrisolona. Birre ancora. Altra sbrisolona. Foto. Battute. Si ripercorre il duello epico di cui sopra e le strategie, le sensazioni, le spariamo grosse e tanto lo sappiamo che le spariamo grosse. E altro giro di birre, esce anche il sole quando le previsioni erano pessime. Perche' le belle giornate non si devono rovinare. E quando si fa ora, zainetto in spalla e giu' per i prati, mezzi brilli e mezzi birilli, a salutare le mucche, a salutare i cavalli, a prendere per i fondelli lo stereotipo dell'escursionista con le adidas di finta pelle bianche, a parlare del grip delle scarpe, a ridere...
Che a me, stare con questa bella gente, fa venire queste sensazioni, dateci un'occhio: Alt-J Left Hand Free
E tutto il resto e' storia, ma e' la storia piu bella.

domenica 5 giugno 2016

Vigolana Half Trail 2016

Quando si dice che una cosa e' una metafora della vita. Lo sostengo spesso della corsa, e piu' ci penso meno riesco a distinguere se l'una e' l'altra o l'altra e' l'una. Chiaro no?
Fatto sta, che decido che la Vigolana e' una di quelle gare dove voglio "fare bene", nelle mie possibilita' ovviamente. Che significa pianificare un poco gli allenamenti, le distanze, i riposi. Come quando nella vita hai un progetto a cui tieni e prepari tutte le condizioni al contorno per farlo andare bene. Quindi ci ho provato nelle settimane prima, ad essere un po' metodico, e ad essere sinceri gia' da qualche giorno prima avevo il sospetto di aver sballato un paio di cose (ma so gia' che non sapro' mai quale sia stato il loro reale effetto).
E per concludere bene la preparazione fino a poco prima della gara, mi concedo di arrivare in anticipo la mattina stessa: chi mi conosce sa bene che e' piu' facile combinare quella cosa della cruna dell'ago e del cammello, piuttosto che sperare in un mio anticipo. Quindi, infilato il cammello, ritiro il pettorale, mi preparo, con calma mi porto in zona spunta, poi in zona partenza, due chiacchiere e un selfie gentefuoristrada con Valentino e Matteo. Sole si, sole no. L'organizzazione e' impeccabile, anzi tanti complimenti! Nel mentre il cammello sta bene, eh.
Sono 35km 2000D+, e anche se e' il percorso "corto", per me e' decisamente lungo, diciamo che in quei dintorni si colloca il burrone dell'incognito. L'ultimo tracciato piu' lungo e' gia' stato cancellato dalla corta memoria delle mie gambette.
Con il pensiero in testa di non avere tutti i 35 nelle gambe, si parte. Primo pezzo pendenza facile, corribile, strada che si trasforma in forestale. Lo so che e' troppo bello, il dislivello non lo copriremo mai con questa pendenza: come nella vita di tutti i giorni, se le cose vanno troppo bene, abbassiamo la testa tra le spalle aspettando lo scapellotto. Infatti dopo circa 8km, arriva il salto di qualita', si sale per raggiungere il Becco di Filadonna con una pendenza media di circa il 25%, salendo di 800m in 3km.
Beh.
Che dura ragazzi.
Una fatica boia! Ben piu' di una volta affronto qualche metro a quattro zampe (si, quelle del cammello) in certi passaggi, e man mano che ci avviciniamo ai 2000m abbondanti del punto piu' alto, tira un'arietta gelida nel paesaggio particolare fatto di arbusti secchi piegati dalla neve ormai sciolta. Lunare. Post-atomico. E la nebbietta aiuta.
Sul punto piu' alto scambio una battuta coi volontari sul percorso... che ringrazio anche da qui!! Via. Discesa non troppo impegnativa per 1km, e poi arriva un po' di "riposo". Ed ecco, porcammiseria, non puoi distrarti un attimo che il destino cerca di fregarti. Saranno state le gambe stanche dalla salita, il calo di tensione nel trovare un po' di sentiero tranquillo in costa, quel sassetto traballante ma la conclusione e' che la caviglia sx fa "pieg", anzi "pieg un poc trop". Qualche insulto al solito cammello, ma poi realizzo che piu' o meno l'arto funziona ancora, con dolore costante ma neanche troppo fastidioso. Ovviamente, contro qualsiasi buon senso, decido che e' proprio il caso di correrci sopra per altri 20km. Il cammello e' oramai rassegnato.
Breve salitina a cima Cornetto, facile, e parte una discesa che presto incontra i boschi e prati. Qualche crampo come optional. Ogni singolo passo, adesso, e' massima concentrazione: preparo ogni passo destro per un appoggio ultrasicuro con il sinistro. Non vorrei azzoppare il cammello. Evoluzione della specie.
Certo mi accorgo che non posso tenere il solito ritmo epico da pazzo furioso in discesa, e non so se e' un bene o un male. In ogni caso l'impegno e' comunque estremo e infatti quando riparte la salita il cammello si impunta. Ma di brutto brutto. E voglio vedervi a spingere un cammello stanco su per la salita della Ceriola. Ma in cima si passa di botto da un +30% a un -30% (che sia per quello che li chiamano "becchi"??) e vedo la discesa ripidissima che si immerge nella nebbia. Un attimo di meraviglia seguito da quasi terrore: un passo mal posizionato ti puo' far scendere di 2-3 tornanti al colpo, qui, posto che ti fermi. Col cammello oramai in spalle (si, la famosa camelback!), i crampetti che oramai mordicchiano in polpacci da un po', e la caviglia che vorrebbe gonfiarsi ma non ne ha tempo, scendo con inusitata prudenza, strana quanto il mio anticipo di stamattina. Rifiuto la generosa offerta di infilare un altro cammello nella cruna per festeggiare la stranezza.
Mentre medito che e' la prima volta che non sono contento di percorrere una discesa, la strada si trasforma e il tratto semi-impossibile finisce. Per lunghi tratti non vedo nessuno, e chiedo spesso al cammello se abbiamo sbagliato strada, ma lui mi indica sempre una balisa in lontananza che mi tranquillizza. Inizia una discesa eterna, praticamente 10km: in altre condizioni avrei esultato, ma sono troppo provato, a causa delle tre C (cammello, caviglia, crampi). Ritmo sostenuto ma non troppo, e man mano che passano i km realizzo che effettivamente i 35 non li avevo tutti nelle gambe, visto che bastano minimi tratti di pseudo salita per farmi sentire le gambe di cemento. Daaaaai che manca poco. Arrivo anche a prendermi in giro: secondo me il GPS ha sballato, vedrai che adesso arriviamo, stai buono. Beh, mai stato cosi' preciso: arrivo che segna 34.9km.
Riesco a fare anche un bullo sorriso a pochi metri dal traguardo per il Liba che mi fotografa per le news live gentefuoristrada (siamo organizzati eh).
Perche' e' cosi', come la vita: ti impegni tanto e poi le cose ci provano ad andare storte. E cosa fare? Una reazione e' d'obbligo. E ogni tanto, non ce la fanno a rovinarti i piani, perche' in fondo ci ho provato e sono arrivato nelle mie 4 ore e 35 minuti che mi soddisfano, i crampi oramai non li sento piu' perche' si sono stufati prima loro, la caviglia e' bella gonfia ma ho gia' un piano per recuperarla prima delle ferie (sarebbe a dire, 3 giorni), e da oggi ho un cammello per amico.
Vado a saccheggiare il ristoro, ciao.


mercoledì 27 aprile 2016

Night Trail Rovereto 2016

La gara sociale.
Presuppone la presenza di una società.
Quella in questione è GenteFuoriStrada, ormai lo sapete, l’ho detto e ridetto. Ma!
Credo che piuttosto che “società”, sarebbe più corretto definirla una squadra, un team. Quando mi sono iscritto, facendo quello un po’ materialista, ho chiesto al buon Michele quali vantaggi avrei avuto. E lui – scherzando? ok, mi ricredo – mi ha detto “farai parte di una élite!”… A distanza di qualche mese, non posso che dargli ragione. Non sono stati gli sconti nei negozi, o la maglietta, ma le persone, a restituire moltiplicato il costo dell’iscrizione. Non “élite” con senso di superiorità, ma come gruppo selezionato in base ad una specifica passione che puoi condividere. Nuove conoscenze e nuovi amici, che poi vanno oltre la corsa e porca miseria, ne vale la pena.
La gara sociale.
Rovereto Night Trail, 12k 400D+.
Da settimane prima il gruppo già è in fibrillazione. Si avvicendano le prove, in gruppo, gruppone, gruppino o da soli. Il sentiero si affossa sotto i passaggi, la chat whatsapp è bollente, gli dei del Monteghello scalpitano. Iscrizioni in massa, ripetute in salita, devo comprare la frontale: quella che ho serve solo per consumare pile. Smarono infinitamente il mio collega finché si iscrive. Da una settimana prima check giornaliero del meteo, che sembra peggiorare di giorno in giorno, quel maledetto. Smarono tutti finché mi dicono in bocca al lupo. Tre giorni prima un po’ di fartlek e poi riposo, che non fa mai male.
La gara sociale.
Maglietta GFS, frontale accesa.
Più di 300 runner si assiepano in piazza S. Marco, altrettante lucette, ed è tutto un battere pacche sulle spalle e salutare e dire “sei pronto?”. Qui sì, ci si conosce veramente quasi tutti, ecchè, vuoi mancare proprio a questa? Dal più forte al più tranquillone. Che poi è una gara non competitiva :) … oooookey, lo sappiamo tutti che non c’è competizione più intensa di quella tra compagni di squadra, che si sono spesso allenati – ed osservati – assieme, tenendo d’occhio il ritmo in salita, la tecnica in discesa, e si azzardano pronostici e tattiche. La migliore resta sempre quella di partire a bomba, e poi, a metà, accelerare! E la salita, affrontarla sempre come se fosse l’ultima. Che poi, la gara non sarà competitiva, ma io si: con me stesso, in primis, e poi con quello che ho davanti, chiunque sia. Mi piace così.
La gara sociale.
Il giro del Monteghello.
Il via viene dato sotto le prime gocce della tanto temuta quanto puntuale pioggia. Breve tratto sul porfido umido, quanto basta per qualche scivolone, e la tattica del partire a bomba sembra essere adottata universalmente. L’illusione dei 4’ al km sfuma per tutti non appena raggiunto il castello di Rovereto: breve scalinata e poi la salita dell’acquedotto, che raffredda i bollenti spiriti con la sua pendenza finale del 25%. Sto bene, la fase è ancora quella confusionaria dove superi e ti superano, e ancora non capisci se stai esagerando o frenando. Ma raggiunto Campolongo al km 2,5 la salita ha già sparpagliato il gruppo e mi trovo a fare tira e molla con altri due-tre runner: siamo “a regime”. Dopo un poco finisce finalmente l’asfalto ed inizia il sentiero, e come al solito soffro in salita e tiro il fiato in piano: per la discesa devo aspettare il Monteghello. Che arriva, alle tante: passo di lì in un gruppetto, mi pare isolato, di cinque o sei. Iniziata la discesa mi ricordo che piove perdindirindina, e comincio prudente. Tempo tre secondi… parte l’adrenalina e sgancio i freni. Le scarpe tengono, ma anche il gruppetto! Rimaniamo compatti ma quando si presenta la seconda breve salita per arrivare al Bosco della Città, per alcuni la stanchezza si fa sentire e restiamo in tre. Là davanti si stanno scannando, penso, perché  non si vede nulla all’orizzonte!! Provo ad alzare il ritmo in discesa sfiorando i 2’50 al km che mi sembra di volare, ma siamo ancora in tre, tanto vale tenersi per il piano finale, rallento e mi metto in mezzo. Lasciamo la forestale per un sentiero, improvviso cambio di pendenza e terreno, e scalcio un grosso sasso con l’alluce sinistro. Sbam! “Ouch!” “Tutto bene?” “Si, grazie!” anche se vado di prudenza per alcuni secondi come aspettando il secondo dolore, quello definitivo. Che non arriva, bene! Discesina lastricata, l’ultima, e poi parte l’ultimo km su corso Bettini, tutto orizzontale, da sparare a palla. Quello davanti a me ne ha, e lo vedo allontanarsi. Ma non sento più passi dietro, quindi cerco di tenere il ritmo alto e non guardo neanche il Garmin ma ascolto le gambe. Quasi in apnea! Su leggermente, ultimo sforzo e poi bit! Circa 50:50, aveva ragione il Franz.
La gara sociale.
Il terzo tempo.
Non c’è due senza tre. Non so cosa sia il secondo, ma il terzo tempo… parte integrante della gara! Grazie al favoloso supporto logistico di Walter possiamo cambiarci in breve tempo e passare in modalità festa. La pioggia non ci impedisce di farci il nostro giro col buono pasto e birra. Resistiamo un po’, ma poi optiamo per un posto caldo. Un posto caldo dove, seduti in buona compagnia, possiamo parlare di salite, discese, sassi, runner forti e runner meno veloci ma forti lo stesso. Possiamo complimentarci e fare gli sbanfoni, aggiungere una sedia ogni 5 minuti ed ordinarne “un altro per lui/lei!”. Ci possiamo prendere in giro per quando ci siamo superati, e fantasticare di piani futuri e prossime gare, in compagnia dell’ultima birra, che non finisce mai.
Perché le gare, sotto sotto, sono tutte sociali.

mercoledì 9 dicembre 2015

Trail Autogestito da Mori al Monte Altissimo

Quando si dice coincidenza.
In vista del ponte dell'8 dicembre, consultate le previsioni meteo, ho deciso di fare una cosa che penso da tempo: salire sul Monte Altissimo di corsa, da casa. Totalmente ignaro dei sentieri pero'! Ma il fato aiuta gli audaci e... traaak! Cosa mi esce su Facebook? Una uscita di gruppo organizzata da GenteFuoriStrada proprio sull'Altissimo.
Cosa che mi permette di mettere a tacere immediatamente tutti i "tu sei matto", "va a finire che ti perdi", "poi mi tocca mandarti i soccorsi", ecc ecc ecc, nonché mi da' pure la possibilità di imparare il sentiero a sicurissimo uso futuro, per Rove-Altissimo-Rove.
Pero' pero' pero'... Mi prende l'ansia da inverno. Mi spiego: quando faccio strada, non mi preoccupo dell'abbigliamento, se ho freddo tiro di più ed il problema si risolve - torno comunque grondante di sudore a -4 gradi. Ma in montagna è diverso e sono un po' (tanto) novellino. Quindi la sera prima stipo nel microzainetto il necessario per la salita all'Everest, mettendo a dura prova le sue cuciture. Che poi, essendo costato 14.99 euro direi che tengono bene. Sveglia puntata, nanna.
Ore 6:00 parte Citizen Erased, Muse: una certezza, non ti riaddormenti più. Sbircio dalle tapparelle e non si vede nulla, e' buio. Colazione a manetta. Risbircio e nel bagliore dell'alba vedo delle nuvolette proprio verso Polsa-S.Valentino e Altissimo, ecco ecco vediiiii, ma riesco a dirmi: "Matteo, se stai cercando una scusa per tornare a letto, questa è patetica. Oggi arrivi là, chiaro?". Finisco di preparare e poi via.
Mori, ore 8:15. Arrivo, c'è già qualcuno e man mano se ne aggiungono altri. Non conosco quasi nessuno, mi presento e dimentico tutti i nomi immediatamente: un classico. Nel giro di 20 minuti partiamo e rapidamente non sento più il freddo, salendo con calma verso Festa di Brentonico. La cosa bella, anzi una delle cose belle di correre in montagna, è che mentre vai in salita metti un piede davanti ad un altro, senti la fatica e ti concentri sulla regolarità del passo. Ma, a un certo punto, si rompe la bolla in cui stai e ti guardi indietro: e vedi un lungo sentiero ("siamo venuti di lì, vedi"), vedi un incredibile panorama ("ci siamo già alzati di un bel dislivello!") e ti guardi i piedi e pensi che possono veramente portare dappertutto, proprio dove vuoi. Anzi, lo stanno già facendo.
Festa, ore 9:45. Secondo gruppo! Loro partono da qui e diventiamo ufficialmente tanti, più di 30. E ci avviamo tutti quanti a conquistare il Monte Altissimo. Tutti tuttissimi. Perché di recente ho letto un articolo dove un trailrunner si "lamentava" che tempo fa il trail running era uno sport per pochi coraggiosi, che venivano visti come dei supereroi (matti, ok, ci sta), e che adesso invece lo fanno tutti, e chissà se ha ancora senso, bla bla bla. Beh, sai, se qualcuno ha perso lo spirito giusto, quello sei tu. Trovarsi in un gruppo eterogeneo, diversi ritmi, abitudini, allenamenti, diverso tutto, ma che parte dicendo "arriviamo là", e' semplicemente l'essenza dello spirito del trail running. Guardi la cima e dici arriviamo là. A me pare puro e semplice, bello.
Il ritmo e' tranquillo, nei punti ombreggiati accelero un po' per non aver freddo ma mi rendo conto che la mia attrezzatura da gelo polare non servirà. La risalita dei 2000 metri complessivi procede senza pretese, le fermate per le fotografie sono senza pretese, l'arrivo al rifugio e' senza pretese (e il pranzo al rifugio una goduria). La giornata è formidabile in questo inverno che non arriva, e lì per lì non vedo modi migliori per passarla. Ecco, due "eccheccazzooooo" mi escono quando ricordo di aver messo la maglietta di ricambio sotto, in fondo, compressa da tutta l'attrezzatura per sopravvivere a 25 sottozero, ma mica rovinano l'atmosfera, che non siamo mica dei santi trailer. Tra un "minchia che figata di panorama", l'osservazione che alcuni hanno il GPS che segna il ritmo a litri/km (di birra, s'intende), e il far finta di correre l'ultimo pezzo per fare i fighi, si sta bene e basta.
Per finire, nell'ultimo pezzo della discesa da Festa a Mori, ultimi 5 runner rimasti a sole ormai sceso, vediamo un vecchietto correre davanti a noi. Lo raggiungiamo, mica subito eh, e scopriamo che e' come noi: e che a 60 anni si faceva qualcosa come Castione-Altissimo in 47 minuti. Da mat. Arriva a casa e la moglie "te sarai anca suda', va a farte na docia", non dopo averci fatto vedere le sue sculture di marmo.
E me lo immagino, che mette fuori la testa dalla finestra, guarda in alto verso una cima puntando il dito, e dice alla moglie: "oggi arrivo là", e parte.
Questo, e' lo spirito del trail running.

domenica 8 novembre 2015

Mezza maratona di Riva: il km della verità


Giornata stratosferica, per essere novembre.

Ho pensato potesse essere una buona gara per concludere l’anno, il percorso è veloce e potrei provare a fare il personale. Ok, non sono stato per niente costante ultimamente con gli allenamenti ma la forma mi pare ci sia. Proviamo.


Vengono anche Mauro e David, il primo lo passo a prendere mentre col secondo ci troviamo lì. So – sappiamo –  già che ognuno farà la sua gara: David avrà la maratona a breve e dovrà andare calmo, Mauro prova il personale e quindi lo vedrò scomparire all’orizzonte. Sensazioni abbastanza buone, facciamo tutto con calma e pure un riscaldamento come si deve, anche se fa un caldo boia e sudiamo come i cammelli. Poi alla partenza, assiepati tra 4000 persone con importante effetto stalla, mi pare sia estate. Lo starter ha una fretta incredibile e da’ la partenza con alcuni minuti di anticipo! Via via via.

Solita ressa: il primo km è uno zigzag a elastico, piano paletto veloce salta marciapiede motorino parcheggiato male aiuola veloce scalino piano tombino.

Complice la leggera discesa, il tempo è abbondantemente sotto i 4min/km, che va bene fintanto che spiana. Intanto vedo i palloncini dei pacer, e mi dico: “perfetto: saranno quelli dell’1:29, devo raggiungerli e superarli pianino e il ritmo sarà quello giusto”. Detto fatto, mi avvicino con calma anche se con discreta fatica: insomma, sembrano a due passi ma mi pare di giocare all’asino e carota (sono l’asino, ndr). D’altronde, i pacer solitamente cercano di recuperare il tempo perso nel primo km e poi è noto come quelli di Riva arrivino sempre in anticipo (causando notevoli perdite tra gli ignari runner). Nel mentre, i km scorrono e il GPS mi segna in modo altalenante delle velocità un poco esagerate, ma dò la colpa al tunnel dove ha decisamente perso i satelliti e da quel momento pare essere impazzito. In un tratto con forte vento contro mi avvicino ancora di più al gruppo coi pacer per ripararmi un poco.

Ed è così che al km 8 con un’occhiata al numerino sul palloncino, scopro che sto seguendo il gruppo da 1h24.

Sono morto.

Altro che GPS impazzito! Mi stava gridando “vai piano pirla”!

Piano B: faccio salire il ritmo a 4:15-4:20 per recuperare, giusto un paio di km, tanto ho fatto i primi 8km a palla.

Attorno al km 11-12 provo a tirare un po’ più il ritmo, per rimettermi in linea con i piani iniziali. Sembra possibile. Continuo.

E invece no. No, perché nella mezza, il km 15 è lì che ti aspetta: ti aspetta, e ti dice cosa succederà. Ti dice se sei andato troppo forte, giusto, o troppo piano. E di conseguenza ti spiega che scoppierai, che puoi continuare così, che puoi accelerare. E dice sempre la verità, quel maledetto, puoi far finta di non ascoltarlo ma poi non dire che non t’aveva avvisato. Il km 15 è il km della verità. Non ci sono palle.

A me, il km 15 ha detto così: “caro mio, dove pensavi di arrivare tirando a 4 al km per mezza gara? Mettitela via, sarà dura arrivare in fondo”. Porcamiseria se aveva ragione. E come nella profezia, mantenendo il tentativo di spingere al limite, la velocità si fa progressivamente più bassa, e il ritmo alto: 4’20, 4’25, e mi superano dappertutto. Legnata psicofisica, sensazioni metafisiche.

Tento una accelerazione di orgoglio, faccio il 18esimo km a 4’10, e provo a convincermi che si può. Naaaa. Vengo automaticamente ripagato con una legnosità immediata agli arti inferiori e gran calo nel finale, con 25 bei secondi in più al km, giusto per mantenere gli equilibri nell’universo.

Ultimi km, ultimo scatto di orgoglio: non superare l’ora e mezza… e ci manca poco! 1h29m11s in realtime… puff…

Mh.

Cosa avevo detto? Personale? Concludere l’anno?

Adesso vado a vedere se c’e’ una bella gara nei dintorni, prossimamente. Senza pacer da 1h24!

lunedì 28 settembre 2015

Trail Re del Bosco 2015

C'è un gruppo di appassionati di corsa in montagna nella mia città che si chiama "Gente Fuori Strada"... e dall'anno scorso ha cominciato con entusiasmo ad organizzare alcuni eventi, ai quali per un motivo o per l'altro non sono mai riuscito a partecipare. Ma quest'autunno, presa la svolta da stradista a mezzo trailer, non potevo farmi mancare il trail "Re del Bosco" che va proprio a (ri)scoprire il bosco e la montagna sopra Rovereto.


La data l'ho segnata in agenda da inizio estate, giusto per evitare di prendere impegni. La preparazione ci dovrebbe stare perché il battesimo del fuoco (e fuoco fu, proprio) del trail sul Grappa mi ha fatto capire di che genere si parla, quando si parla di trail. Si parla di fatiche tutte diverse, si parla di riuscire a gestire con prudenza le energie, si parla di mettersela via e rassegnarsi a camminare quando necessario, si parla di fare in modo che all'inizio della discesa le gambe abbiano ancora qualcosa da dire. Quindi mi sento pronto.


Sveglia alle 5:30 di mattina, sicuramente non facilitata dalla gran seratona fatta il giorno prima con gli amici. Ma sono sicuro che conti di più l'ottimo umore che mi ha lasciato, piuttosto che l'alimentazione sconsiderata! Comunque. Parto col rituale: cremina idratante sui piedi, calzini tecnici subito su, e colazione abbondante. Guardo l'ora, il mio amico Davide passerà a prendermi alle 6:50, devo ancora fare la borsa e in particolare lo zainetto: dubbi termici, caldo, freddo, boh. Rischio, maniche corte, guanti in saccoccia per sicurezza. Davide mi manda una foto della cima Finonchio per ricordarmi gli obiettivi, ok, ho capito, è fuori che mi aspetta! La partenza è al Bosco della Città, si sale al Moietto dove il trail breve torna giù (lui fa questo), mentre il lungo, da 33km, raggiunge un dislivello positivo di 2000m fino alle antenne sul Monte Finonchio, e poi di ritorno in direttissima.


Arriviamo e prendiamo il pettorale, fa piuttosto fresco e aspetto a cambiarmi. La gente pian piano arriva e c'è una bellissima aria di festa, di compagnia, si scherza. Mi sale la voglia di correre, al punto che ho voglia di prepararmi: metto il pettorale, mi cambio, tiro fuori lo zainetto e sono pronto anche se mancano più di 20 minuti. Non riesco a star fermo, ho proprio voglia di andare; decidiamo di scaldarci un po' anche se piano, teniamo le energie per quando servono. Ma il tempo è inesorabile ed arriva il momento di partire: niente musica tunza-tunza, solo il silenzio del bosco ed il mormorare amico della gente, e un conto alla rovescia.








Via! Sono in coda a circa 200 persone e mi mancano un po' di riferimenti, la partenza è in leggera salita e cerco di non esagerare. Piccolo pezzo di strada, poi parte il sentiero: correre in mezzo al bosco è fantastico, non so descrivere bene la sensazione, ma ha qualcosa di giocoso e vario che mi piace. Il percorso indugia tra saliscendi vari, tutto con salite perfettamente corribili, e funziona da perfetto riscaldamento per rompere il fiato. E poi, bam! Attorno al km 8 parte la salita, quella vera. Il sentiero è la scorciatoia più ardita verso il Moietto, un taglio perpendicolare alle isoipse con pendenza media del 30% ma che arriva anche al 45%: ogni passo è un morso alle ginocchia. Ovviamente cammino, il ritmo scende a 20min/km e mi aiuto con le braccia spingendo sulle gambe. Non sento più il freddo, anzi sto sudando al punto che sono completamente fradicio, complice anche l'umidità. Un km così, e poi il ristoro al Moietto: rabbocco la borraccia e via.




Le distanze tra runners si sono allungate da un po' ma è subito dopo il ristoro, dove la 16km si separa dalla 33km, che mi ritrovo solo e mi rendo conto che devo cominciare anche a prestare attenzione ai nastri che indicano il percorso. E' da li a un po' che inizia uno dei pezzi più belli del trail, un percorso vario che si sviluppa in parte nel bosco e in parte in single-track in costa alla montagna con un paio di passaggi impegnativi: del tipo, un passo falso e vengono a prenderti in elicottero. Si alza un po' di nebbiolina (o noi ci siamo alzati al livello della nebbiolina?) e sento freddo... porc... non avrò mica sbagliato abbigliamento? Ed ho anche un piede indolenzito... mmmh... Avanti tutta. Non faccio in tempo a percepire il freddo che riparte un altro vertical: 1km in cui si salgono più di 400m. Cammino a braccia, e grondo sudore come se fossi appena uscito da una piscina... il che mi ricorda di continuare a bere il più possibile i sali che ho nella camelback. Mangio anche la barretta, sai mai... Fisicamente, questo momento è il più difficile: la stanchezza accumulata mi manda il cuore a mille, le gambe sono indurite e il piede destro è quasi insensibile. Decido di fermarmi e allentare la scarpa... accidenti era quello: riparto e ricomincia a girare il sangue, e per 5 minuti buoni il piede mi fa decisamente male, ma poi si normalizza. Quelli con i bastoncini hanno chiaramente una marcia in più e pian piano mi superano in 10-15: le gambe sono meno reattive e comincio a guardare il Garmin per capire se, come, e quanto posso spingere, visto che mancano ancora circa 4-5km di ulteriore salita. Provo anche a fare i conti di quanto sono in ritardo per le 4h, ma non spicco per lucidità in questo momento. Mi pare di dover recuperare qualcosa come 20 minuti in discesa, beh ci credo, sto facendo 22min/km. Mi pare fattibile e prendo un po' di coraggio.




Piano piano la salita si addolcisce e il bosco si apre lasciando spazio ai prati: allora calibro metro per metro l'andatura a seconda della pendenza, passando dalla corsa al passo e viceversa, continuamente, anche in pochi secondi. Si cominciano a vedere le antenne del Finonchio, ma ad un certo punto il percorso fa uno scherzetto e piega in giù, gira attorno al dosso perdendo quota per poi risalire fino al punto più alto, ultimo strappetto maledetto che però affronto con più convinzione perché so che è l'ultimo. Ristoro: non riempio la camelback, voglio stare leggero, bevo il tè caldo e mangio una manciata di uvetta. Mentre mastico, mi siedo e riallaccio forte tutte e due le scarpe per evitare di rimetterci unghie e piante dei piedi durante la discesa. Ok, mi alzo, guardo in giù facendo un respiro profondo e mi butto.





La discesa. Cerco di capire subito lo stato delle gambe, reagiscono bene e quindi so di poter pretendere. Il primo pezzo è a scapicollo giù per il prato, a rischio scivolata, trattengo un po' finché parte una sterrata con pendenza modesta dove posso tenere un buon 4:20/km con la sensazione di recuperare del fiato. Presto però il percorso abbandona la strada e si getta nel bosco. E qui, è adrenalina.






La pendenza negativa aumenta ed il percorso cambia natura in modo rapidissimo: erba, radici, terra, sassi, si alterna di tutto ed è un continuo saltare alla ricerca dell'appoggio buono. Uno sguardo all'appoggio e in simultanea un'occhiata a cosa mi aspetta il metro successivo, alcuni pezzi riesco a scendere sotto i 4min/km e mi diverto un mondo. E comincio a vedere davanti a me altri trailrunners che hanno a cuore le proprie articolazioni più di quanto ne abbia io: uno, due, tre, ... sorpasso, perdo il conto ma credo di aver riguadagnato il "distacco-racchette" perso in salita. A tratti, troppa concentrazione sul sentiero mi fa dubitare di non aver visto i nastri che lo segnalano, ma regolarmente appaiono rassicuranti in lontananza prima che mi salga la preoccupazione. Inesorabilmente, però, i km si accumulano e anche la discesa stanca: al livello del Moietto, circa a 26km, comincio a sentire piccoli crampi ai polpacci che mi obbligano a rallentare: ricomincio a bere (mannaggia, i sali, i sali, dovrei saperlo oramai) e faccio due soste a fare un veloce stretching, prima che il muscolo parta del tutto. Anche il discesone non è infinito e ricomincia parte dell'indugiare che mi aveva visto passare alcune ore prima. Ormai i crampetti prendono un po' tutta la gamba ma sembrano ancora sotto controllo, anche perché ora in salita abbandono proprio, camminando anche pendenze modeste; sono alla frutta insomma. Non dovrebbe mancare molto: è un po' che incrocio nuovamente i checkpoint dell'organizzazione e sono circa 2km che mi dicono che ne manca uno. Ad un certo punto, sono lì che cammino su una pendenza ridicola, la dovrei correre... quando Serena, una trailrunner decisamente forte che però non ha partecipato, risalendo per incitare chi sta arrivando, mi dice "dai, non mollare adesso!". Cioè, è banale no? Eppure. Eppure. E' sfacciatamente vero. Se avessi anche solo un fondo di energia rimasta, per cosa me la voglio riservare? Per raggiungere le docce? No! Il momento giusto in cui dare fondo alle riserve, beh è adesso. Lo sforzo è enorme ma riguadagno agilità e poco dopo comincio a riconoscere bene dove sono e ad immaginare quanto manca. Vedo in lontananza l'arco di arrivo, vedo gli amici che aspettano, che incitano, arrivo, 4 ore 5 minuti e qualcos'altro, ed è bello ed è solo gioia e soddisfazione e non c'è più male alle gambe.


C'è solo festa, gente, gente fuori di testa, gente fuori strada.






sabato 15 agosto 2015

Primo ultra: Glory Trail 2015

Antefatto: io e il mio socio di running Leonardo leggiamo su internet di questo trail.
Da veri invasati, quando nel regolamento vediamo "regole per la semi-autosufficienza", ci parte l'embolo del maschio che rischia e decidiamo di iscriverci.
Antefatto ancora precedente: verso la fine dell'anno scorso avevo cominciato a perdere un poco di interesse nelle mezze e volevo cominciare a provare un po' di trail, quindi mi sono fatto regalare lo zainetto, ho cominciato a fare un po' di percorsi in salita, ecc ecc. Cambio di filosofia: non piu' gare tirate allo spasimo ma un ritmo piu' blando e percorsi da osservare.
Dal Piave al Grappa, 50km con 2500m di dislivello positivo. Decisamente oltre qualsiasi cosa avessimo mai provato.
Torniamo al presente: e' il venerdi prima della gara. Il mio running-mate sfortunatamente non puo' partecipare per imprevisti last-minute, quindi la logistica subisce una variazione improvvisa. Siccome sono a 1h30 di auto da casa, i pettorali li consegnano dal giorno prima ed ho gia' prenotato il pasta party (sia mai che non prendo qualcosa che mi spetta), e principalmente la gara parte alle 6:30 di mattino, non mi resta che cercare da dormire al volo. Scopro che l'organizzazione mette a disposizione il teatro della canonica per chi ha un sacco a pelo, fantastico. Porto la sacca la', poi torno al pasta party e conosco un po' di trail runner.
Voglio essere educato. Diro' semplicemente che il trail running probabilmente alla lunga causa danni cerebrali. Mi sento un pesce fuor d'acqua: qui tutti hanno all'attivo una serie fuori di testa di trail, ultratrail, 6 ore, 12 ore o anche delle 24 ore di corsa. Io, pivello, primo ultra trail, preoccupatissimo della distanza. Distanza?? Qui nessuno ne parla, al massimo e' il caldo che li preoccupa. Mi rendo anche conto che molti avranno probabilmente un ritmo molto tranquillo, visto che fanno i conti col tempo massimo per concludere la gara. Baaah. Sono un po' scoraggiato, gia' la preparazione non l'ho fatta molto bene (sono arrivato al max a 36km con 1500m di dislivello, da li' in poi sara' nebbia), e poi con tutti sti matt... ehm, esperti, boh, non so se mi trovo in questo ambiente! Poi, la coca cola: nell'ambiente mezze e maratone, la birra va per la maggiore, una sola la sera prima e casomai dopo, a secchi. Tra i trailrunner, sono tutti cocacolisti. Boh.
La notte, in bianco. Rumori, fondo duro, caldo, e un russatore. Sufficiente per non dormire nulla. Ho letto che se si e' riposato bene la settimana, l'ultima notte non conta... speriamo, che si prospetta una giornata duretta. Mi alzo poco prima delle 5, comincio a tirare fuori le cose e riordinare un po'. Faccio colazione a succo di frutta, tanto, e fette di pane e cioccolata, tante. Attacco il numero, preparo lo zainetto, sono un poco lento, hanno finito gia' tutti e stanno andando a consegnare le sacche. Veloce veloce. C'e' tutto, anche di piu': 4 barrette, acqua, cambio, telefono, antipioggia, la frontale hanno detto che non serve.
Viaviavia.
Sacca consegnata, ok, un po' di calma.
Non faccio il riscaldamento, parto piano.
Mi metto in fondo, parto per ultimo, chissene.
Vedo un po' di quelli conosciuti la sera prima, in bocca al lupo!
Sono chiaramente emozionato. Cazzo. E chi l'avrebbe detto?
Oook mancano pochi secondi... e... noo non ho fatto partire il gps ecco ci mettera' due km a prendere.
Via!
Metto in fila all'altro i primi passi di 50km, il primissimo pezzo e' in paese e poi si inoltra nel bosco. Rapidamente si fa ripido, vabbe' sara' uno strappetto. Proseguo corricchiando, la pendenza e' impegnativa e molti degli oltre 300 rallentano fino a camminare. Scopriro' poi che al primo intermedio (circa 10km) passero' come 40esimo circa, il che mi sorprende. Positivamente, intendo. Comunque, strappetto un cavolo, qui continua a salire senza interruzioni con pendenza (letta a posteriori) fino al 40%. Infatti in 10km arriviamo sul Monte Tomba, facendo circa 800m di dislivello quasi tutti d'un botto, e mi unisco anche io a quelli che le salitacce le camminano. Prendo il tempo di fare un foto: il panorama e' spettacolare, si vede la valle del Piave mentre sorge il sole. I miei neuroni ancora apprezzano il paesaggio.
Al primo ristoro riempio la camel bag di acqua e sali, cosa che ripetero' per altre 4 volte. Estraggo una barretta e la mangio mentre riparto in leggera salita. Controllo dopo un po' e... no! Ho perso 2 barrette: dev'essere stato quando ho riempito la camel. Merda. Speriamo che nei prossimi ristori non ci sia solo acqua.
Via di nuovo, si sale fino a una specie di capitello e poi il percorso si fa meno pendente, un po' di respiro e la possibilita' di correre. Riprendo fiato e forze, il sentiero e' accidentato ma si lascia correre, a destra la montagna a sinistra un dirupo, tutto cosi' per almeno 4-5 km. Ad un certo punto mi giro, e vedo il fianco della montagna leggermente segnato da quello che e' il sentiero appena percorso fino a predersi quasi nella foschia, e mi sembra incredibile aver fatto tanta strada. Riparto, gia' gli altri runner sono molto sparsi e devo cominciare a stare attento alle indicazioni, non vorrei perdermi.
La salita torna subito e con un percorso in cresta - spettacolare - ci inerpichiamo per raggiungere Cima Grappa, a oltre 1700m. La salita e' di nuovo impossibile, per me, da correre. Spingo sulle ginocchia, e l'aria fresca (non c'e' sole oggi!) mi fa accorgere di quanto stia sudando. Energie ce ne sono ancora, ma al ristoro dopo la cima fortunatamente hanno le barrette, ne mangio una e preservo la mia rimasta per dopo.
Il sentiero continua in cresta, per la maggior parte esposta, ma il sole e' coperto. Bene. Anche perche' mi par di tentennare gia' cosi'... sono solo 20km e sono gia' passate ben 3 ore. Un poco di discesa mi risolleva l'umore, riesco a fare dei tratti tra 4 e 4:30 al km, zompettando tra i sassi. Mi piace moltissimo la discesa tecnica, e mi butto: solo un po' di attenzione su alcuni sassi umidi, giusto per non cadere. Dopo la breve illusione, il sentiero torna difficile e si sale ancora, meno duramente, ma ho come l'impressione che la mia soglia - ma anche quella di quelli che vedo - corsa/camminata si sia impostata su una pendenza decisamente inferiore. Ora, riesco a fare di corsa solo tratti di pendenza modesta, ciononostante supero ancora un po' di runner. Che strano. Lo paghero' poi. Quando arriviamo alla cima di Croce dei Lebi, dove un alpino saluta e incita i trailrunner, siamo circa al km 30. A questo punto mi rendo conto di aver finito le energie, perche' nonostante parta una leggera discesa, non riesco a darmi un ritmo decente. Le gambe non reagiscono, sono lente. Comincio ad inciampare spesso, senza cadere, e a darmi calci nelle caviglie involontariamente.
Tre quinti della gara, inizio della parte psicologica: da qui in poi, comanda (e inganna) la testa. Se ce n'e'. Il primo pensiero e' che non ce la faccio! Lo ricaccio indietro, non se ne parla, bene o male in fondo si arriva. A complicare le cose, sono in un tratto in cui, se e' vero che e' difficile sbagliare, e' anche vero che non vedo piu' nessuno dell'organizzazione, ma non ho neanche altri runner a vista d'occhio, ne' dietro ne' davanti. Percorro un km con la paura di aver sbagliato (e dover fare strada in piu'... in salita!!!), e un km a quel ritmo dura 7-8 minuti, finche' vedo un ragazzo con la maglia dell'organizzazione e tiro un sospiro di sollievo.
Al ristoro del 34esimo km decido che riposo un po'. Mi siedo, bevo, mangio un'altra barretta. Mi costera' circa 20 posizioni, ma la sosta e' necessaria: saranno stati 5 minuti, ma mi rialzo con qualche energia in piu'. Si procede in una discesa che sembra farsi sempre piu' ripida, ma ho il freno a mano tirato. I piedi sono troppo lenti, inciampano, danno calci a sassi e non si spostano all'ultimo momento per trovare l'appoggio migliore come fanno di solito. La parte che in altre condizioni mi avrebbe divertito, ora e' uno sforzo sovrumano, come sovrumani sono gli ultra-trail. Questo pensiero mi ritorna piu' e piu' volte durante questa discesa: sono 4 ore e poi 5 ore e poi 6 ore che sono partito, ed il limite del concepibile e' superato. Dovessi ascoltare il corpo, mi fermerei. Aspettando che qualcuno passi a prendermi. Ma c'e' l'orgoglio, la voglia di finire e poter dire di averlo portato a termine... si' ma per questo basterebbe anche camminare, invece no, lo voglio correre dove posso. Voglio limare ogni secondo dove posso. E allora quando il percorso torna ad essere meno in discesa e a presentare qualche piccola salita, continuo ad alternare camminata rapida e corsa, camminata rapida e corsa. E mi accorgo di una strana inerzia, per la quale se cammino faccio fatica psicologica a cominciare a correre, e se corro faccio fatica fisica a tornare a camminare. Come se, una volta avviato, il mio corpo fosse diventato cosi' sensibile da accorgersi che quando la pendenza e' buona, la corsa e' effettivamente un modo piu' efficiente di muoversi. Torna la discesa ripida, ci sono dei tornanti nel bosco: la reattivita' delle gambe e' tale che ad ogni tornante devo fermarmi, girare, e ripartire, come un robottino. Oramai non penso piu' a nulla che non sia mettere un passo davanti all'altro, e facendo molta attenzione che si trovi nella posizione giusta.
Improvvisamente, un uomo dell'organizzazione sul percorso dice ad un altro atleta che mancano solo 5km... solo?? Non mi torna! Sara' vero? Combattuto tra speranza e timore di essere illuso, stringo i denti per quelli che mancano, siano 5 o 7. E poi ricordo che il mio GPS non e' partito subito, ecco perche'! Rinfrancato nello spirito, anche se con il corpo svuotato, continuo a correre dove possibile, oramai basta una minima pendenza positiva per farmi camminare. Il sentiero si fa strada asfaltata, appaiono case, sento il telefonino nello zainetto che riceve messaggi, sto entrando in paese a Seren del Grappa!
Faccio l'ultimo km forzando un pochino, anche se non ce n'e' proprio piu', entro nel paese, comincio a vedere gente che incita anche se non mi conoscono.
Vedo l'arco del traguardo.
Vedo 7 ore e 17 minuti.
Vedo che sono 50km.
Vedo che ce l'ho fatta.
Che ce l'ho fatta.
L'ho fatta.