domenica 22 ottobre 2017

Stivo On The Fogs 2017

La Oxeego Stivo On The Rock è la prima gara che ripeto due volte.
Credo che abbia a che fare con le sfide: con il fatto che sono fatto strano e che più una cosa si dimostra difficile, più mi attira.
Poi certo, la realtà me lo ripete tutte le volte, in maniera sempre diversa e creativa, che la corda si può tirare solo fino a un certo punto!
Non voglio dare la colpa al pilates…
Ma.
Credo che sia colpa del pilates.
Volevo fare pilates per migliorare la stabilità del busto e bla bla bla ecc ecc ecc. Oh, ho chiesto, trovato un posto, fatto una lezione di prova. Anzi due. Non sono scaramantico, no no. Ma quando dici di fare pilates e poi l’unico giorno di maltempo di un incredibile ottobre estivo coincide con il giorno della gara, beh. Dai la colpa al fatto di aver fatto arrabbiare gli dei, con la tua stoltezza.
“Come hai potuto sacrificare il tempo della corsa per il pilatesssss?! Che tu sia maledettooohh!!”
Sveglia alle 6: tiro su le tapparelle, metto fuori il naso, piove governo ladro. Lo zainetto, che ho preparato la sera prima, già lo prevede: spolverino, niente acqua tanto piove, guanti. Una barretta comprata ieri, un carbogel scaduto 4 mesi fa (e allora? fa schifo uguale). Colazione meno abbondante del solito, che la cena del giorno prima ancora stazionava nello stomaco.
Briefing poco prima delle 8: alla partenza Christian (ah, tra l’altro, organizzazione impeccabile! Chapeau!) ci mette davanti all’ennesimo dubbio della giornata (i primi riguardavano l’uso o meno delle mutande di lana)… a seconda del tempo che farà, quando i primi transiteranno al passo Bordala verrà deciso se tagliare la gara a 26km oppure se proseguire sui “geroni”.
Battaglia interiore.
La 26km è da boci. Eh però se piove e tira vento sullo Stivo son caxxi. Ma vuoi mettere fare i geroni? Ma vuoi mettere non fare i geroni! Io mi sono allenato per 36km. Non è vero una sega, la più lunga che hai fatto erano appunto 26km. Taci cosa ne sai tu. Lo sai che non ne tieni 36, meglio se tagliate per la corta. E allora parto come se fosse una 26km, e poi vediamo. Bravo mona. Taci ho detto.
Bam!
Soliti primi metri esagerati. La prima salita fa già selezione, al punto che alle trincee non si intasa nulla, almeno dove sono io. Su e giù, zigo zago, saltino e scaletta, tunnel e gradini, hop hop, insomma dopo alcuni km sono già sfinito e comincio a pensare che abbia ragione il mio altro io. Lo penso solo, perché in realtà sto tirando quasi come fossero solo 26. La mancanza di ossigeno al cervello si fa sentire con la immensa voglia di fare la dura salita del Biaena: e per qualche strano motivo, quando arriva la faccio anche volentieri. Molto umido, pioggia nebulizzata, che in realtà non ho mai sofferto. Sono ovviamente in maniche corte. Sul Biaena trovo a sorpresa Pipu che mi scatta foto di rito e poi giù.
Discesa rallentata dal bagnato, con radici scivolose, ma mi diverto uguale. Sicuramente meno brillantezza dell’anno scorso, decisamente meno allenato.
Verso Bordala abbiamo la news: si faranno i geroni! Te l’avevo detto, bravo mona: tira come se fossero 26, adesso sono 36, eh, come la mettiamo? La mettiamo che i geroni li facciamo con prudenza, ciccio.
Anche perché.
Chi conosce i geroni lo sa.
Il gerone si sgretola da sopra, e si ammucchia sotto. Il profilo segue un coseno iperbolico cosh(x), e se qualcuno ti dice “dai che spiana” non gli devi credere. Perché il gerone come minimo impenna come un puledro indomabile, e nell’esatto istante in cui sembra che ti stia disarcionando, finisce. Arrivo dopo un’oretta in cima, con lo spolverino (error, infatti ho caldo), accenno a riprendere a correre ma le gambe mi insultano con epiteti che non posso ripetere e quindi fino al ristoro ci arrivo trotterellando. Sento qualcuno che mi dice che sono intorno al 40esimo posto, beh benone.
Discesaaaa! Sempre un po’ di freno a mano tirato per il bagnato, ma i tornanti si susseguono veloci, sorpasso qualcuno, mi fermo pure a far plin plin senza che mi raggiunga nessuno. Sono già lì che mi dico vedi vedi che ce l’avevi la benza.
No. Nooooo.
Non appena la strada spiana, al km 23 circa per tornare in Bordala, sento una strana sensazione al muscolo pectineo. Che ho imparato di avere in quel momento, mio malgrado. Wikipedia l’ho consultata poi.
Impossibile spingere. Gamba destra fuori uso: stanchezza più pectineo rabbioso uguale rottame zoppicante. La maledizione del pilates. Riesco solo a sciogliermi in discesa, e faccio una decina di km in completa fisarmonica, mi superano in 10, forse di più, non lotto più, il tempo è oramai andato: devo finirla, con calma ma finirla. E mentre sull’ennesimo strappetto di salita predico sbuffando ma quando finirà mai sta salita, sento “ah ecco no som sol mi che no vago pu’ avanti”. Caniggia! Peccato che nonostante l’affermazione mi abbia raggiunto, superato, distaccato e asfaltato in pochi minuti. Vaiii tieni alto il nome dei potrellas!
Combatto col pectineo per gli ultimi km, convincendolo ad impegnarsi un cicinin di più, tanto poi potrà vendicarsi durante la settimana. La discesa dal santuario è così ripida che annulla in un attimo un dislivello ingannevole e fuorviante, e sono al gonfiabile dell’arrivo.
Tempo 5h49m, praticamente un’ora più dell’anno scorso.
Colpa del pilates. Quello che non ho fatto.
Colpa dell’allenamento. Quello che non ho fatto.
Abbiamo un conto in sospeso, Stivo.
La Oxeego Stivo On The Rock sarà la prima gara che ripeterò tre volte.

Credo che abbia a che fare con le sfide.

sabato 24 giugno 2017

Cortina Trail 2017: fatica al cubo

Questa volta vorrei parlare di una sensazione particolare. L’ho sentita molte volte, alla fine di un viaggio, o di una vacanza. Come la percezione di uscire da una piacevolissima dimensione ed essere sbattuti di nuovo nella realtà. E ti chiedi perché debba essere così diversa, la realtà.
Antefatto.
Da qualche mese, come direbbe un caro amico, “non sono più il ghepardo di una volta”… Se ne è uscito qualche fastidietto fisico legato alla corsa che insomma, ha rotto un po’. E poi, dopo la bella esperienza della Schio Ultra Jungle ho avuto un cambio importante sul lavoro che mi ha rosicchiato molto tempo libero. Infine infine, è arrivato il caldo, che io sopporto a fatica, a completamento di questa triade dell’abominio (cit). Risultato: un kilometraggio di allenamenti penoso, a ritmi lentissimi, e la consapevolezza di essere sempre più fuori forma. Vedi, effetti della triade dell’abominio.
E ora il fatto.
Metti cinque fedeli amici sportivi, una iscrizione di massa al Cortina Trail (48k 2600d+), un appartamento in Cadore per il weekend, una giornata di sole galattica. Shakerare bene il tutto, non può che uscire un ottimo cocktail!
Partenza da bulli il sabato pomeriggio con il RangeRover di Davide carichissimo, con arrivo a massima altezza per spaventare i vecchietti di paese, che ci salutano con riverenza. Per scendere dal RangeRover metto il paracadute. Recuperiamo i numeri, pacchi gara, e poi andiamo filati a casa a cenare con carboidrati di qualità, tanti, come raccomanda Caniggia. Diamo un’occhiata allo streaming live della partenza della LUT (Lavaredo Ultra Trail, sono 120km), alle 23:00, con un misto di “che invidia, che atmosfera” (Davide) e “ma io sul divano ora sto bene” (Julia) e “ma te pensi che, domani sera, mezzi di questi sono ancora in giro?” (Caniggia). Pre-prepariamo gli zaini, e poi a letto dopo aver puntato, con un po’ di ritrosia, Walter soprattutto, la sveglia alle 5.
Cinque, driin. Colazione, giro in bagno, mescola sali e acqua, caffè, giro in bagno, prepara le barrette, giro in bagno, mangia pane e marmellata, sbobba, raccogli tutto quello che serve. Di nuovo, saliamo sul RangeRover e bulli come sempre ci dirigiamo a Cortina, in zona partenza. Sgancia la borsa, selfie d’ordinanza, accendi il GPS. Circa 1600 iscritti, dicono.
Ecco: siamo pronti.
Il turbine di cose da fare svanisce.
Come polvere che si deposita dopo un tornado, restiamo, uno di fronte all’altro, io e il percorso. So di non essere pronto, ma lui non lo sa, forse lo riesco a ingannare. Accenno una battuta: “oggi il mio scopo è arrivare prima che si scarichi il GPS”.
Partenza dalle retrovie, va bene: oggi bisogna partire piano. Fa già molto caldo, sul primo pezzo piatto non scendo sotto i 5 al km, e poi in salita cammino. Mi superano in tanti, ma tengo a bada lo spirito agonistico: peccato perché in condizioni migliori, la prima salita sarebbe stata da correre tutta. Invece, faccio foto al paesaggio (fantastico). Dopo il primo scollinamento, principalmente in bosco, ricominciamo a salire gradualmente in una valletta circondata da montagne spettacolari, con le Tofane a sinistra. Parzialmente nell’ombra di questi giganti di pietra, passando da una parte all’altra del ruscelletto al quale la colonna di trailrunners ruba anche un poco d’acqua, continuiamo a salire fin a malga Travenanzes e non sento neanche troppa fatica. Ancora in su, fino alla forcella, masticando mezza barretta, e poi comincia la discesa: lascio 2 minuti di tempo alle gambe per sciogliersi con una corsetta modesta, e mi lancio giù. Al km 23 e qualcosa, incontro il primo ristoro: trovo un tifo incredibile, e dei tavoli fornitissimi con volontari gentili e sorridenti. Ed in più, il tempo è buono: sono a metà con circa 1500d+ già fatti, e il crono segna 3h07.
Capisco però che qualcosa comincia a non andare. Ho lo stomaco chiuso e riesco a buttar giù solo un quarto di banana. Ok, riparto. Incomincia la salita verso il rifugio Averau, ed ho subito la conferma che sono in palla. Le gambe non girano più ed il mio ritmo in salita diventa sempre più lento. Quando il sentiero si fa stretto, faccio coda, e devo spesso farmi da parte per far passare gli altri; se ho stimato bene, sono stato superato da più di 100 atleti su quei 3km di salita! Il sentiero è tutto esposto ed il sole picchia fortissimo: cerco di bere spesso ma per almeno tre volte mi devo fermare per alcuni minuti e sedere all’ombra di un albero isolato per evitare che mi giri la testa. Non sono l’unico: in una specie di staffetta disperata, supero trailrunners chiedendo se è tutto ok, e vengo superato da trailrunners che mi chiedono se è tutto ok.
Finalmente raggiungo il rifugio Averau, dove resto fermo almeno 5 minuti all’ombra per recuperare. Da lì parte una discesa per una strada sterrata sulla quale gradualmente riesco a prendere velocità senza stancarmi troppo, ma è solamente un’illusione della forza di gravità. Non appena il terreno si fa piatto o leggermente in salita, sono sostanzialmente fermo: riesco solo a camminare, lentamente, sbuffando, alzando gli occhi al cielo, e cerco di non pensare a quanto manca. Con la scusa di far passare gli altri, mi fermo mille volte per cercare di prendere fiato. Purtroppo gli incitamenti della gente al passo Giau rinfrancano solo lo spirito, mentre il fisico continua a dirmi di non voler mangiare nulla oltre al quarto di banana. Tenendo conto che si tratta di uno sforzo da più di 4000kcal, non mangiare è sostanzialmente una condanna della quale sono perfettamente consapevole! Termino con uno sforzo abominevole anche le ultime due salite, e cerco di affrontare la discesa. Con sorpresa, dopo un po’ di titubanza mi accorgo di riuscire a gestirla bene, almeno finché dura. Infatti al km 44 la strada spiana e io decreto la fine assoluta del carburante: non capisco se la corsa che riesco a tenere sia più lenta della camminata. E voglio capirlo perché deve finire prima possibile. Al km 44.8, il GPS lancia alcuni bip inconsulti, e si spegne, dando un’altra mazzata al mio spirito ormai sotto i tacchi. Qui la traccia monca. Arrivo in paese con un’andatura direi barcollante dove un vecchietto mi propone un bicchiere di rosso: nonnetto, tra un poco ne passa uno che ti darà soddisfazione, te lo assicuro. Ma io muoio! Sempre più lento, anche nella moderata discesa, arrivo finalmente ad un cartello che indica l’ultimo km. Raschio il fondo del barile e ci metto quel pizzico di orgoglio che serve sempre, un po’ come il sale, e ricomincio a correre – corricchiare – mentre mi addentro nel centro di Cortina. Gli spettatori ed il loro tifo sono eccezionali: mi incitano, leggono il pettorale e mi chiamano per nome, applaudono, di sicuro leggono la sofferenza sul mio viso, ma mi spronano. Quando vedo l’arrivo mi si inumidiscono gli occhi. Passo sotto l’arco, è finita. Finita. In setteoreediciannove, di cui quattroedodici annaspando. Poco dopo, arrivano anche quei due pazzi scatenati che vedete qui sotto nella foto assieme a me.

Infine, la conclusione.
Dopo anni (credo siano cinque…) sostanzialmente ininterrotti di corse, dalle mezze alle maratone, dalle campestri ai vertical e ai trail, credo che sia arrivato il momento di fare una piccola pausa. Almeno fino a che la sopracitata “triade dell’abominio” perduri, impedendomi di trovare il giusto tempo e le giuste energie da dedicare a questo sport che amo.
Come dentro a delle scatole cinesi, la sensazione di essere sbattuti in una realtà che vorresti fosse diversa, torna.
Torna perché fermarsi anche solo un po’, sembra come chiudere un capitolo. E tornare a casa da lavoro la sera senza mettersi le scarpe da running, oggi domani e dopodomani, suona strano.
Torna perché comunque sia, è stato un bellissimo weekend tra amici in mezzo a dei paesaggi fantastici. E vorresti non dover tornare mai a casa.
Torna perché correndo fai parte di un insieme di persone che condividono una passione, è un po’ una famiglia. E se smetti, anche solo per un po’, ti senti un po’ fuori – non per colpa loro, s’intende.
Non so, forse ne posso approfittare per capire come trasformarla nuovamente, questa realtà.

Si ringraziano gli attori principali in ordine sparso:
Caniggia, l’approvvigionatore di cibo
Julia, l’esperta long-runner principiante
Davide, l’alchimista chiacchierone
Walter, il potrella per eccellenza

Hanno partecipato come guest stars in ruoli d’eccezione:
Liba, tracciatore folle da divano, El Maule, col parafulmini da mignolo, Christian e Jessica, quello forte, fin troppo forte e consorte, Simone e Silvia, lo stoico che non si ritira mai e consorte, Davide, l’ospite sul divano, e tanti altri, GenteFuoriStrada e non.

domenica 30 aprile 2017

Schio Ultra Jungle 2017, Summano Cobras rulezzzz!


Questo blog si chiama “NotOnlyRuns” e parla solo di corsa. Eh no, belli! L’interpretazione giusta è che la corsa non è solo corsa. Un esempio? La Schio Ultra Jungle: una corsa che è persone e passione.
Questa volta però inizio dal giorno prima: anzi, da una settimana prima. Sono consapevole che una partenza gara alle 7:00 a Schio significherebbe una levataccia, e quindi cerco un posto dove dormire. Vado al risparmio assoluto: AirBnb con ricerca fissata sul prezzo migliore, 12€ una notte solo posto letto. Fatta.
Ritrovo il giorno prima, bel gruppetto di agguerriti GenteFuoriStrada minacciosamente piazzati allo stadio, e via su per i tornanti della Vallarsa. Arriviamo alla consegna dei pettorali che è tardo pomeriggio, selfie d’ordinanza, e ci diamo appuntamento a Fabbrica Alta a Schio che ci aspettano le birrette. Porto Delacruz e MrGrey al loro albergo e io vado al mio centralizzzzzimo alloggio.
Terrore.
Condominio fatiscente, porte che non si chiudono, tapparelle rotte.
E il bagno… il bagno… non voglio nemmeno pensarci.
Sorriso di plastica, ringrazio il mio ospite, mollo solamente la borsina da bagno come segnaposto sul letto, prendo le chiavi e fuggo.
Dai che se sopravvivo la racconto.
La serata, tra Fabbrica Alta e Schio centro, due piatti di pasta al ragù, tra birrette e bacari, musica, tra Potrellas, Barbudos, Br1, Delacruz e MyGrey, chiacchiere, vino sardo e McThin, passa allegra e rapida, come rapida passa l’ombra della notte che dovrò passare nella mia temporanea dimora. Ci dormo (no, esattamente non dormo: mi ci surgelo) per 4 ore e mezza, mollo le chiavi e fuggo, per sempre stavolta.
Arrivo in zona partenza alle 5, siamo solo io e gli organizzatori, bene, mi bevo un caffè ed ascolto i loro commenti… il loro forte Rigodanza l’ha provata ieri, mettendoci 5 ore e un quarto circa ed arrivando… stanchino. Molto. Yeah. Mi rintano in macchina che fa freschetto, e faccio colazione: tre brick di succo alla pesca ed una scatola di cookies alla ciocco… calcolo qualcosa come 1262kcal in 15 minuti. Yeah. Recupero i due soci, arrivano gli altri. Poi è un vortice di preparativi.
Numero pettorale. Scarpe. Metto i guanti? Ma si. Ma no. Ma si. Tu stai in maniche corte? Col cavolo. Devo riempire la camelback! Prendi la frontale. Tolgo lo spolverino.
Pronti, stilosi come solo i GenteFuoriStrada sanno essere, incrociamo i Summaner, fighi da matti coi bermuda tropicali. Foto foto!! Sorrisi ovunque e calore umano, adrenalina e voglia di partire, e chi lo sente più il freddo? Io sono già in tenuta minimal, tutto attorno ci sono gli altri centocinquanta partecipanti alla Schio Ultra Jungle, sotto l’arco gonfiabile della partenza.
E via, senza pensare al fatto che mi aspettano come minimo sei ore sulle gambette. I primi km, dopo un po’ di asfalto, passano tra erba alta e acquitrini paludosi (eh, Jungle!!) alzandosi piano di quota senza salite impegnative. Esattamente al km 5, parte un fastidio al tendine, quello attaccato alla ‘nosetta’, che mi accompagnerà fino alla fine, quel maledetto. Circa al km 10 alzo lo sguardo e vedo un cartello “Attenzione! Percorso sbagliato, tornare indietro”. Porc… Mentre mi chiedo come avessero fatto a capire che avrei sbagliato, recupero il sentiero giusto. Al primo ristoro, km 12, a momenti neanche mi fermo visto che mi pare di aver appena finito la supercolazione. E lì inizia la salita per il monte Enna, niente di trascendentale fino a quando non appare un cartello “salita tosta”: guardo avanti e vedo un muro di fango. Yeah. Testa bassa, mani sulle ginocchia, pianta del piede piena per massimo grip, e su. Impegnativa, non lunghissima, quando finisce ho le gambe indolenzite; ma la discesa, tecnica e divertente, me la godo tutta a manetta. Dura poco: ricomincia la salita, leggermente meno dura ma decisamente lunga, quasi 6km che mi richiedono circa un’ora ed un quarto per un dislivello di 1000m. Devo ringraziare il mio temporaneo compagno di salita, Moreno, con cui mi sono distratto (dal male al tendine) a chiacchiere e che ha impostato un ritmo da metronomo. Dopo il km 25, in quota, in un continuo saliscendi che le gambe stanche percepiscono come salita, raggiungo e passo monte Caliano, monte Rione, Cima Alta, monte Novegno, infilando e sfilando i guanti perché fa freddo e fa caldo. Attraverso trincee e gallerie con la frontale, sentieri della guerra, ristori sorridenti e rifugisti che offrono il caffè (che ho ovviamente preso). Yeah.
Al km 30 sbaglio di nuovo strada, stavolta mi faccio 400m in più e mi ricongiungo alla strada giusta mentre passa la prima donna, a cui dico “Sono quasi finito! E sbaglio anche strada!”. E poi finalmente comincia la vera, interminabile, discesa. A tratti impegnativa, a tratti veloce, stranamente non mi sforza il tendine ed anche la stanchezza non sembra essere un problema. “Mi sembra che di energie ne hai ancora!” mi dice, mentre prendo velocità assecondando la forza di gravità. E mi diverto ancora, e come mi diverto! In realtà so benissimo cosa mi aspetta non appena la strada ricomincerà a spianare. E infatti al 35esimo la spia rossa è accesa fissa, rallento drammaticamente su pendenze irrisorie. Ai ristori non so più cosa prendere, lo stomaco non vuole nulla, ma mi fermo lo stesso a scambiare due battute: “Ecco un Gentefuoristrada! Dov’e’ il Liba??” mi chiedono, eh cavolo, Liba dovevi venire! Ancora un po’ di discesa su forestale, e poi inizia un’agonia di bitume e scalini, ultimo scherzetto di quei burloni dei Summano Cobras. Yeah.
Ma oramai è andata! Che si tratti di scalini, di piano, di discesa, tengo la stessa identica andatura trotterellante: se mi fermo non riparto più. E infatti nell’istante in cui taglio il traguardo e leggo 6:15:29 (che vale una sorprendentissima decima posizione!), tutte le energie mi abbandonano: mi trascino al bordo di una piccola aiuola, slaccio lo zaino e resto a fissare il bicchiere di cocacola che ho distrattamente preso dal ristoro.
Lo fisso per quasi venti minuti, svuotato.
Fino a quando sento lo speaker che annuncia i nomi di Delacruz e MrGrey… arrivo!! Riprendo un attimo di lucidità e corro a festeggiare con loro. Doccia per recuperare dignità, cibo per recuperare energie, prato musica e un fantastico sole ci fanno godere al massimo il terzo tempo organizzato dai grandiosi Summano Cobras.
Summano Cobras, che sprizzano passione da tutti i pori.
Summano Cobras, che si preoccupano di chiederci com’era il percorso, se ci è piaciuto, se era balisato bene.
Summano Cobras, che mantengono le promesse e offrono la birra ai Barbudos che hanno fatto la deviazione selfie-birra annunciata su Facebook.
Summano Cobras, che scelgono con cura le lettere da mettere nelle caselle dei controlli sul pettorale.
Summano Cobras, dei quali invidiamo i giubbotti-felpe e le bellissime supporter.
Summano Cobras, che hanno scelto come slogan “Life is a Jungle, live it with a smile”. Yeah. 

lunedì 17 aprile 2017

Dolomiti Beer Trail 2017 - il passo più lungo della gamba!

Quando ero piccolo mi piacevano quelle giornate in cui andavamo a fare una cosa qualsiasi con degli amici ed i miei decidevano che poi si poteva concludere mangiando una pizza tutti assieme. Avevo l’impressione che la bella giornata non finisse mai.
Ma andiamo con ordine.
Dolomiti Beer Trail: 45km 2400d+.
Alle 4:00 suona la sveglia: per la colazione dei campioni. Poi alle 5:15 passano a prendermi: destinazione Pedavena per il Dolomiti Beer Trail… imprudentemente, mente i vari GenteFuoriStrada faranno la corta da 24km, io ho optato per la lunga da 45km, un po’ sull’onda dell’entusiasmo che ti frega quando le iscrizioni le fai mesi prima. Molto prima di sapere quale sarà il tuo (scarso) stato di forma il giorno della gara.
Come al solito, preparativi all’ultimo, saluti agli amici, e arrivo in zona partenza giusto 3 minuti prima… d’altronde, vista la forma non eccezionale, fare del riscaldamento anche no.
Il fatto di non essere in forma, ovviamente, lo scoprirò più avanti. Adesso mi infilo nella bolgia, secondo me siamo più di 200.
La partenza è a bomba, al punto che stento a credere che stiamo partendo per una gara di 45km, ma ti pare, a sto ritmo? Ciononostante, effetto gregge e tutti a bomba. Solo i primi probabilmente sono partiti piano, ma ci stanno già distaccando. Alieni!
Primo pezzo per le strade dei paesi e poi ci inoltriamo su delle forestali e larghi sentieri. Tempo grigio: infatti non passa molto che sento piccole goccioline. Era previsto, ma aspetto ancora a tirare fuori lo spolverino. Le salite passano bene, il ritmo è buono, le corro quasi tutte perché le pendenze non sono impossibili. O sto semplicemente esagerando? Man mano che ci alziamo, entriamo in una nebbiolina umida, che a quanto pare circonda tutto il monte Avena (cioè, ho scoperto che Pedavena vuol dire ai piedi del monte Avena!!). Raggiunta la cima, con la classica croce che non capisco mai se sia un monito ai trailrunner, tiro un sospiro di sollievo: il grosso del dislivello è fatto.
La nebbiolina si fa fitta, con la visibilità di poche decine di metri: la strada che dobbiamo seguire è una debole traccia nell’erba dei prati e le balise giallo fluo sono l’unica certezza. A tratti, mi ritrovo da solo e superata la balisa mi viene da cercare subito con lo sguardo la successiva, che appare poco prima dell’ansia, in lontananza, nella nebbia. Finché c’è balisa, c’è speranza!
Le goccioline sparse di pioggia si fanno più insistenti e trasformano la discesa in un ring per lotta nel fango. In altre condizioni mi sarei divertito come un matto, ma qui sta diventando pericoloso. Alla fine del molliccio prato in discesa, mi accorgo che me ne sto portando dietro almeno metà, sotto le suole. Piove battente ora. Arrivo al ristoro al km 18 più alto di 2cm e bagnato come un pulcino e decido di mettere lo spolverino, approfittando del riparo. Ma è troppo tardi, acqua e freddo hanno fatto il loro sporco lavoro... Quando riparto, fitte allo stomaco mi attanagliano ad ogni passo e la discesa è un supplizio; devo procedere piano e limitarmi anche sui falsi piani per vedere se riesco a stare meglio. A più di 20km dalla fine, l’idea del ritiro si fa concreta; il pensiero di continuare così mi smonta psicologicamente. Al ristoro del 24esimo km prendo del the caldo, che fa il miracolo di attenuarmi il dolore ad un livello sopportabile. Ricomincio a concentrarmi su ritmo, fatica e mal di gambe piuttosto che sullo stomaco, ed è un cosa positiva! Strano vero? Riesco a fare una discesa come si dovrebbero fare le discese: a scavezzacollo.
Peccato che, anche se le fitte ora mi danno un po’ tregua, all’approssimarsi del km 30 cominciano ad abbandonarmi le gambe e le energie. Saliscendi e falsi piani potenzialmente facili, li faccio piano piano, preludio della spia rossa della riserva. Bip bip bip! Quando inizia l’ultima malefica salita, piazzata forse anche con un po’ di malvagità al 32esimo, devo camminare. Un po’ in dubbio se mettere alla prova lo stomaco o no, alla fine decido di giocarmi la mia superbarretta energetica al caffè: forse anche sperando nell’effetto placebo.  Realizzo che la benzina è veramente finita quando anche la discesa diventa un problema e comincio a piantarmi come un somaro al tramonto. E mancano ancora 10km! Esce il sole. Tolgo lo spolverino.
Con il poco ossigeno che ancora arriva ai neuroni metto in campo un complesso calcolo differenziale a quattro incognite: se vado a 7’ al km, quanto impiegherò ad arrivare all’arrivo? In altre parole, quanto durerà ancora questa sofferenza? Dopo un discreto tempo, riesco a fare 7x10=70’, e dopo un paio di minuti arrivo alla conversione 70’=1h10’. Scelgo di saltare la prova del nove e dare per buono il risultato, guardando il Garmin: 4 ore e 10 minuti. Più 1 ora e 10 minuti. Fa? 5 ore e 20 minuti.
Ma come? Devo aver sbagliato il calcolo. Rifaccio, no no è giusto. Con un obbiettivo tra le 6 ore e le 6 ore e mezza… realizzo immediatamente il perché mi stia sentendo così distrutto: ho ampiamente esagerato sulla prima parte. Ma c’è un ma: 5 ore e 20 mi piace e sento di potercela fare a tenere i 7min/km, forse per tutti i km che mancano.
A tratti provo ad accelerare ma mi è quasi impossibile, l’ultimo ristoro lo salto, tanto per inerzia arrivo lo stesso. E’ un sacco che sento la musica della zona arrivo, so che sto arrivando, non penso più a nulla. La meccanica della corsa il mio corpo la conosce, quello che importa è non interromperla e lui continuerà, finché non darò l’ordine contrario.
Testa completamente vuota, fino a che non arrivo in paese e comincio a riconoscere le strade, sento un volontario che dice “ancora 500m” e infine vedo l’arco dell’arrivo: 5 ore e 16 minuti! Fantastico, sopra ogni aspettativa, senza la preparazione giusta, senza i km nelle gambe.
Panino con salame, e birra (quello che si dice ristoro finale serio!).
Riposo. Doccia.
Dicevo, che da piccolo adoravo le giornate belle, quelle che non finiscono mai. Ecco, oggi, a distanza di anni, ho avuto la stessa sensazione: dopo ore di gara, mi sono seduto a tavola con gli amici, ed abbiamo tolto il nome al tempo e gli abbiamo tolto il diritto di limitarci. Ed abbiamo lasciato che la giornata scorresse come doveva scorrere, senza tempo, per stare bene assieme e per goderci i commenti sulla gara, la buona birra, la compagnia, e tutto quello che valeva la pena godersi.

venerdì 30 dicembre 2016

Il romanticismo del trailrunner




Potrei ganzarmi dei 64901m di dislivello fatti.
Potrei sbanfare sul fatto che ho percorso 2322km.
E che ci ho messo 220 ore e 13 minuti, in 198 uscite su 365 giorni.
Non lo farò, perché lo ho appena fatto... pardon, m’è scappato! Prometto che non lo farò più. Per quest’anno.


No, no, il punto di svolta sta in un nomignolo simpatico: GenteFuoriStrada.


Quest’anno per me è stato il mio primo anno da GFS. Mi è sembrato immensamente lungo, e terribilmente corto. Incredibilmente denso, stranamente non abbastanza. E’ stato tutto ed è stato niente. E quel che ho avuto è stato fantastico e ancora non mi basta.
Quand’è che ci si sente così? Quando si è innamorati.


Alcuni mesi fa, durante un chiacchierata ad un caffè, mi è stata fatta questa domanda: come ti vedi tra 5 anni? Tanto semplice la domanda, quanto difficile la risposta. Neurone tilt. Neurone off. Restart.


“Diverso.”


Torno indietro ancora un poco. Quando ho (ri)iniziato a correre, inizio 2012, non riuscivo a mettere in fila più di 5km piatti, l’obbiettivo era correre la Strongmanrun, prima edizione a Rovereto. Nel 2013 correre una mezza maratona sotto 1h30. Nel 2014 correre una maratona sotto 3h10 e migliorare il tempo sulla mezza. Nel 2015 un misto, un po’ di strada e provare il mondo del trail running.


Nel 2016 mi sono innamorato. Ed è stato un amore contraccambiato, nonostante avessi trascurato la mia spasimante per tanto tempo, che da tutt’attorno mi continuava ad osservare. La montagna ha pazienza, ha tempo, ed ha aspettato che io fossi pronto: e senza accorgermi, mi sono innamorato dei suoi sentieri, delle sue cime, dei sassi, delle foglie, del silenzio e della sua immensità.


Nel 2016 mi sono innamorato. L’ho lentamente scoperta, percorrendola timidamente un passo alla volta. Non volevo si spaventasse, non volevo che non mi considerasse all’altezza. Ho cominciato piano, percorsi corti e dislivelli modesti. Sbagliavo, sbaglio tuttora strada, torno sui miei passi, faccio più tardi del previsto, ma lei aspetta.


Nel 2016 mi sono innamorato. La montagna è una compagna difficile, perché non ti dice se sbagli. Devi accorgertene da solo, e non c’è sensazione che amo di più di quando sono solo e sperduto nelle sue braccia, a decine di km dalla civiltà con due gocce d’acqua e una maglietta di ricambio in uno zainetto da 30x10x5cm. Un misto di paura e onnipotenza, solitudine e libertà, esserino piccolo in cosa enorme. Mi sento capace di fare cose incredibili, e di essere annientato in un nanosecondo.


Nel 2016. Sono diventato un piccolo GFS, ed ho conosciuto tanti piccoli innamorati, la montagna ha abbastanza cuori per tutti. Ho conosciuto e riconosciuto in loro il rispetto per lei, che ti può spazzare via ma non si sa difendere dai piccoli dispetti. Ho conosciuto e riconosciuto la passione per le scarpe che scricchiolano sul nobile fogliame, saltano sui sassi e sfrecciano sullo sterrato. Ho conosciuto e riconosciuto la costanza che serve per riuscire a percorrerla fino in fondo, se un “fino in fondo” veramente esiste. Ho stretto amicizia con delle persone speciali, ma quella è un’altra storia che avrete forse già letto in uno dei precedenti post.


Mattina del 30 dicembre 2016, ultima corsetta dell’anno. Scelgo il “giro del fungo”, Rovereto-Ossario-Albaredo-Porte-Rovereto, 14km. Nell’ora e venti necessari per percorrerlo con calma, un sacco di pensieri mi si ammucchiano sul pavimento della mente. “Cosa hai combinato quest’anno?”. Schiaccio i cristalli di brina sul sentiero. “Che piani nuovi farai?”. Mi asciugo il sudore a zerogradi. “Sei veramente tu che scegli come vanno le cose?”. Schivo i sassi scivolosi, cerco appoggi asciutti. “Come ti vedi tra 5 anni?”. Come mi vedo tra cinque anni, come mi vedo…


Da quando ho ripreso a correre, inizio 2012, da quando non riuscivo a mettere in fila più di 5km piatti, da quando l’obbiettivo era correre la Strongmanrun, sono passati 5 anni. Come sono ora, dopo 5 anni?


“Diverso.”
E innamorato.

lunedì 14 novembre 2016

Stivo On The Rock - ovvero, The Geroni Challenge


Mi ero ripromesso di fare poche gare importanti. Importanti per me, s’intende.
Ma quando il “nostro” Christian ha ufficializzato la sua Stivo On The Rock, beh, ho deciso che non potevo mancare. Lo Stivo tra l’altro era proprio l’ultima cima a portata di gamba – da casa – che mi mancava.
Mi sono iscritto subito e, a parte una scorribanda sul Biaena lì vicino, ho evitato lo Stivo proprio per avere una prima visione “running” il giorno della gara. Va detto: Christian ce l’aveva promesso, “ve fago patir”. Sono pronto.
Giorno prima della gara: tra chiacchierate con amici trailrunners e il briefing pre-gara, mi sale una voglia incredibile di correrla. Sono eccitato quasi come un bambino la vigilia di Natale, chiaro segno patologico di una malattia oramai inarrestabile. In particolare la sfida dei “geroni” dello Stivo: complice il racconto di un esperto trail runner che dopo averli provati, ha ammesso di averli trovati più impegnativi del vertical di Fully (Svizzera), considerato il più duro al mondo. O l’ultimissima news che proprio il giorno prima della gara han recuperato, con l’elicottero, due escursionisti bloccati a metà geroni… dal panico! Ogni tanto cerco di ricordare a me stesso che in salita ripida sono una pippa fotonica ma riesco sempre a prendermi per il culo. Anche sta volta ci sono cascato in pieno.
Quindi, gasato a bomba, domenica 13 novembre ore 8:00 sono a Mori (TN), con 0.5 gradi fuori, rintanato in un bar a bere il caffè pre-gara. Configurazione ultraleggera (da selvaggio punkabbestia, direbbe Michele), che i miei compagni di avventura disapprovano: pantaloncini corti, manica corta, copribraccia giusto per la partenza. Tanto mi scaldo... in altre parole, chi si ferma è perduto. Perduto e surgelato. Come sempre. Meglio muoversi: i circa 250 partecipanti si assiepano in zona partenza. Per l’occasione Christian ha messo assieme un parterre incredibile: lì davanti ci sono gli alieni, nel senso che vengono da un altro pianeta, o sono geneticamente ingegnerizzati per macinare km a warp speed. E in ogni caso, i terrestri ci sono tutti: c’è un super gruppone di GenteFuoriStrada (includente lo strano duo LibaMaule, gli stilosi Barbudos, e gli agguerritissimi Potrellas, di cui faccio orgogliosamente parte!), pure il president, e il tifo che si dislocherà lungo il tracciato.
Partenza: a manetta sotto i 4’ al km, un paio di km nel centro di Mori per raggiungere le trincee. Già non sento più il freddo! Le trincee sono bellissime, è una corsa varia, senza ritmo, salto giù, salgo scalette, zig-e-zag, rallenta e riparti, scalinate su e giù. Sbuchiamo nel paesino di Manzano, primo ristoro: non ho l’acqua, e quindi la strategia è un bicchiere e una manciata di uvette per ogni ristoro… basterà?!? Trenta secondi, via! Dentro per i boschi, pendenza moderatamente impegnativa ma corribile, e poi la salita al Biaena: è la seconda volta che la faccio. Dei bei tornantini ripidi, con vista mozzafiato sulla valle. Sto incredibilmente bene, che raggiunta la cima e superata la prima parte di discesa ghiacciata, mi butto come al solito e arrivo a passo Bordala con un’andatura da galletto.
Da Bordala riparte la salita e l’aggancio ai geroni, con la pendenza che gradualmente si impenna. Il galletto si trasforma rapidamente in polletto, un polletto lesso con un serissimo principio di crampo multiplo agli arti inferiori. E il polletto è anche un pochino preoccupato perché è solo il 15esimo km e ne mancano 20… La pendenza segue una parabola impressionante, che mi fa passare dai seguenti stati d’animo:
  • Ma se sono così, sono facili
  • Mmh per fortuna saliamo a zigzag che si fa ripido
  • Oh guarda adesso si sale dritti dritti… ahi, crampo
  • Bello c’è la corda, altrimenti chi sale più? Ahi, crampo crampo
  • Porc! Qui è come le scale in Olanda… crampo ziopooo, crampooo
  • Ok uso anche le due zampe davan… crampooo!
  • Moriremo tutti. Di crampi.
Tra un urlo “sassoooooo!” che prendo come scusa per fermarmi, e un tirone ad un muscolo tra il ginocchio e la parte interna della coscia (a che caz serve?), tra il trailrunner davanti che sbotta e poi dice “basta, io mi fermo qui”, e una pietra volante sullo stinco, la salita dura più di un’ora. Il polletto è ormai spolpato, tutto un crampo, e mi torna in mente la pippa fotonica che sono quando il ripido si fa ripido… beh, 50% di pendenza, insomma ripidoripidoripido. Mentre penso “moriremo tutti”, vedo che la cima è lì, e dopo aver motivato il signor BastaIoMiFermoQui a ripartire (e a bomba anche), cerco il guizzo – che non ho – salendo a quattro zampe: i geroni finiscono e percorro, con sollievo direi, una salitina all’osservatorio che porta sul punto più alto. Guardo il Garmin: 3h, uff, puntavo a passare a 2h45: le leggende sulle difficoltà dei geroni sono realtà! Tira un vento freschino e mi accorgo che in pantaloncini e maniche corte, tra i volontari bardati con giacche piumini guanti berretto sciarpe, sembro un po’ fuori luogo... chi si ferma è perduto! Ristoro al rifugio, anche qui trenta secondi e via. Per terra c’è neve, alcuni cm, e la discesa tiene benissimo sotto le mie suole nuove. E che devo dire, in discesa rinasco e torno galletto, riprendo pian piano tutti quelli (tanti) che mi avevano asfaltato sui geroni, uno pure mi grida “ma tu non avevi i crampi!?”… In effetti, sono al limite: un movimento leggermente più ampio, e rischio di accartocciarmi come un ragnetto. Finisce la neve, e serve più impegno. Giustappunto, visto che ancora manca il tentativo di infortunio, nei tornanti del single-track per scendere dalla cresta sbaglio assetto in curva, non lo recupero più e derivo verso il lato del sentiero, finendo appeso agli arbusti. Con estrema nonchalance mi tiro su, verifico di non essere stato visto – perfetto sono solo! – e riparto.
Riprendo la forestale e passo nuovamente da Bordala, decisamente meno galletto che all’andata, ma essendo che c’è il ristoro e un po’ di tifo, bisogna pur darsi un contegno! Cocacola e uvetta, riparto e noto che ci sono due runner che mi tallonano. Ta-da-daaaaa. Chi mi conosce sa che sono decisamente competitivo, e se in salita lascio passare chiunque, la discesa, eh no, la discesa è mia. In un tratto di saliscendi mi superano: i due, senza nessuna colpa, diventano degli acerrimi nemici da raggiungere e seminare. Oramai l’ossigeno al cervello è così scarso e i livelli di glucosio così bassi che riesco solo a fare ragionamenti primitivi, da pollo primordiale. Tipo: “Discesa! Spingiii!” oppure “Crampo! Rallentaaa!”. E riesco a riprenderli e a superarli con tratti di discesa sotto ai 4 min/km, stringo i denti su una salitella al Monte Faè, e giù di nuovo come se fossi indistruttibile, senza la benché minima coscienza. Ma sono ancora lìììì, dietro, a 50m!! Entriamo in paese e mi viene in mente un flash… Christian che dice: “e dopo la salitella che sale dietro al campo, c’è l’arrivo”. Salitella?? Oh merda! Eccola, la vedo. Calibro lo sforzo. Un secondo più veloce, e mi blocco per un crampo, un secondo più lento, e i miei acerrimi nemici mi supereranno! Mi sento come un alchimista che sposta piccoli pesetti sul bilancino per tenerlo in equilibrio, un passo dopo l’altro su per la salita, testa bassa, poi sollevo lo sguardo e vedo l’arco dell’arrivo… Fatta! 4 ore 51 minuti 43 secondi per 35km e 2500D+, con un 31esimo posto assoluto su 250. Vista la difficoltà del tracciato, per me sono dei gran numeri!
Tutto finito, e i nemici diventano amici con cui complimentarsi e stringersi la mano e battersi la spalla. Arrivano tutti, uno dopo l’altro, i Potrellas, i Barbudos, tutti i GenteFuoriStrada, tutti al ristoro, tutti a parlare della gara che verrà ricordata come “quella dei geroni del stif”, e poi c’è il terzo tempo e la birra e la musica e la compagnia: allora li sì, che diventiamo tutti campioni.

domenica 30 ottobre 2016

Discesa e adrenalina

(suggerimento: attaccate l'audio, la musichetta e' proprio carina)
L’adrenalina è un ormone e neurotrasmettitore che, prodotto dal surrene a sua volta stimolato dal sistema simpatico, genera una serie di capacità da superumani per un limitato periodo di tempo… come aumento della pressione, maggiore gittata cardiaca, produzione più efficace del glucosio da parte del fegato, un più veloce smaltimento dell’anidride carbonica, ecc ecc.
Quindi forse è sbagliato che io parli di adrenalina quando mi butto giù per una discesa, perché in tutti questi effetti non ci trovo la momentanea incoscienza che mi pervade. La goduria nel rischiare. La più totale noncuranza degli effetti disastrosi che un passo falso potrebbero avere.
L’ha descritto molto bene Kilian nel suo libro “Correre o morire” (titoletto, eh?), o almeno io mi ci sono ritrovato – decisamente ad un passo più lento – nelle sensazioni. La discesa nel trail diventa una sfida di equilibrio, una gara di riflessi. Innanzitutto bisogna essere riposati, le gambe devono essere reattive. E poi giù, si affronta il sentiero come un percorso ad ostacoli, dove ogni passo è un imprevisto che ti lascia pochissimi millisecondi per reagire: posizionare il piede, decidere che tensione dare al muscolo. Scegliere se l’appoggio di tallone sia più adatto di quello di punta per quel sasso lì, oppure provare ad allungare il passo per impattare sul terreno più soffice. Lo sguardo non troppo basso, ad anticipare gli ostacoli, ad analizzare i prossimi metri. In fretta, in frettissima, perché già l’altro piede sta aspettando i comandi giusti, che tra frazioni di secondo sarà il suo turno. La durata media di un passo quando si va a ritmo deciso è circa un terzo di secondo, sui 300 millisecondi. Centottanta decisioni al minuto, centottanta appoggi, centottanta potenziali infortuni.
E poi ci sono gli imprevisti. Il piede di appoggia ma il sasso non è stabile, il terreno non tiene, le foglie nascondono una radice. Trattenendo il “porc…” – di cui fortunatamente si occupa un sistema automatico di imprecazioni – immediatamente bisogna alleggerire il peso sulla gamba, anticipare l’altro appoggio, solo 200, 100 millisecondi per riguadagnare parte dell’equilibrio e cercare una superficie sicura... perché tanti passi insicuri in fila, beh… meglio non farli. Oppure un improvviso tratto lastricato di rocce umide, coperte di muschio, sull’intera larghezza del sentiero. La velocità non può andare a zero immediatamente: a 4min/km, cioè 15km/h si percorrono 4.2 metri al secondo! E allora freeride su per i bordi del sentiero, quasi come ci fosse una tavola da skate sotto i piedi. Hop hop! Da destra a sinistra.
Si prende il ritmo, si guadagna confidenza, usando tutto il corpo, gambe busto braccia e pure la testa per controllare l’equilibrio, e non so quale ormone cominci a circolare, ma è bello, e divertente, ed emozionante, una droga, e anche ci fosse della fatica, non si sente. La discesa può durare quanto vuole. Non mi stufa. Ma quando arrivo in fondo, rallento, riposo, ragiono e mi dico: “sei un coglione… ma anche oggi, è andata bene”.
Si dice che le gare si vincono in salita, ma si perdono in discesa.
Io, in discesa, perdo la testa.
Questo il video... e questa la traccia.

sabato 10 settembre 2016

Dolomiti di Brenta Trail 2016

Avvertimento importante: post lungo per gara lunga. Materiale obbligatorio: riserva d'acqua anche se non si legge ad alta voce, luce frontale se il display non è sufficientemente luminoso :)
È passato poco più di un anno da quando ho fatto il mio primo trail: un 50k, a pensarci bene ora, preparata male ed affrontata peggio, con implosione di energie già al trentesimo e sofferenza pura fino alla fine. "Mai più cosí lunga!" avevo detto...
Invece, come ogni buon criminale, non mi sono ravveduto e già a febbraio mi sono iscritto al Dolomiti Brenta Trail 45k (quella "corta", sí, è riduttivo), con un obbiettivo chiaro: questa è LA gara del 2016, da fare bene. Chi mi conosce sa quanto so essere metodico :)
Beh, lo sono stato: a manetta su tutti gli aspetti. Allenamento, alimentazione, equipaggiamento, tutto. Oh no, aspetta, non tutto... Ho tralasciato una cosa: la testa, la concentrazione, la motivazione, senza non arrivi in fondo a 45km con 2850m di dislivello. Ma quello non è mai stato un problema. Perchè dovrebbe esserlo?
Semplicemente perchè la vita è cosí, bastarda a sufficienza per andare a trovare il tuo punto debole, la piaga, infilarci il dito e girare e rigirare. Tanto bella quanto bastarda. Vero?
È sabato mattina, presto: ho tutto il materiale già pronto da un giorno, devo solo fare la supercolazione e partire entro le 6. La testa è invece da giorni che non c'è, si mettono assieme mille cose, a partire da un anno superstressante, alcuni obbiettivi mancati, l'impressione di non tenere il mio timone, pensieri vari, stomaci strizzati e rimbombo negli orecchi. Un disastro.
La voglia di correre c'è, e l'atmosfera a Molveno contribuisce a renderla più intensa: la gente che si raggruppa, la consegna pettorali, quell'aria fresca che a settembre ci sta. Incontro i miei amici GFS, ci scambiamo due impressioni su come sarà, comincio a fremere per partire (stai calmo che è lunga, perlamiseria), ma il rimbombo negli orecchi è sempre lí.
E mi viene in mente il mantra di una mia cara amica che ho recentemente fatto anche mio: salire in alto per vedere meglio le cose. È una illuminazione: il mio obbiettivo di oggi sarà salire in alto, e non prima, non dopo, solo lí in alto, "guardare" le cose come stanno. Trasformo il problema in un mezzo per (provare a) trovare la soluzione.
Il tempo vola, già è ora di partire. Countdown di rito, e quasi 300 trailrunner iniziano la propria gara. Primo pezzo di asfalto, sono in coda al primo gruppetto di una trentina di persone, chiaro segno che sto esagerando, ma sono cosí ansioso di arrivare in alto che mi convinco che andrò piano un'altra volta. Da Andalo comincia il sentiero che sale, alterno corsa a camminata a seconda della pendenza e sorprendentemente non vengo superato continuamente come al solito... che siano tutti i vertical che stanno facendo effetto?? Faccio anche un buon terzo del percorso allo stesso ritmo della fortissima Martina Valmassoi... che poi metterà il turbo e vincerà la gara femminile appioppandomi più di mezzora di distacco! 
Nei dintorni del rif. Graffer parte un saliscendi; tecnicamente sono denominati "mangia e bevi" ma per me si potrebbero benissimo chiamare "gioie e dolori"! Tralaltro il su-e-giù non contribuisce al mio arrivare in alto e il rimbombo negli orecchi si fa sentire. Mantenere la concentrazione è difficile ma fondamentale: i passaggi sono impegnativi. Si passa spesso su grosse rocce, il sentiero scompare e si capisce dove andare solo dai segni rossobianchi o dalle balise arancioni. Bisogna saltare, arrampicarsi, metterci le mani e stare attenti a non scivolare o inciamparsi. Molti escursionisti, impacciati con scarponi e zaino, ci guardano sbigottiti saltellare da un sasso all'altro con le nostre scarpette tecniche.
Passano i 20km e le gambe non sono più freschissime: alcuni movimenti estremi accendono dei crampetti qui e li. Al Tuckett scambio due battute con gli addetti al ristoro: devo proprio dirlo, tutti tutti tutti i volontari lungo il percorso sono sorridenti, gentili, ci incitano, rendendo una gara difficilissima un po' più facile. Grazie!
Da li si scende un po', il sentiero da pietraia diventa più verde, in mezzo a vegetazione bassa. Non sto andando in alto, ok, ma mi godo la discesa. Sciolgo le briglie, rischio di spaccarmi letteralmente la faccia ben due volte (alzare sempre bene i piedi, caxxo!) e forse, recupero un po' di energie.
Dal Brentei in poi inizia un sentiero in costa, panoramico e a strapiombo sulla valletta ex-ghiacciaio che porta alla forcella... infatti condivido il mio timore della salita su per i ghiaioni con altri runner, e uno mi dice "meglio correre finchè si può, che poi bisognerà arrancare". Sarà da malati, ma questo rimane il mio motto fino ai ghiaioni: cerco di correre tutto il tratto panoramico, anche se spesso sale deciso in su, e avvicinandomi al km 30, io e la stanchezza siamo la stessa cosa.
E poi arrivano. Inevitabili. Ci sono alcune enormi rocce da scavalcare, resti di frane che hanno rotolato fin lí, e poi loro, i ghiaioni. Ghiaia alla pendenza limite per cui si autosostiene: in soldoni, il mio passo altera l'equilibrio precario, ed è come salire su una scala mobile che gira al contrario. Ma si va in alto. Tanto, e su ci sono le risposte. La cosa difficile ora è proprio trovare la forza per un passo che va cosí in verticale, e ad ogni appoggio non penso altro che a concludere quel movimento. E quindi un altro. E un altro. E un altro ancora. So che, per quanto ci possa volere, se continuo cosí arriverò su. Attorno, le cime sono avvolte da una nebbiolina e sui versanti si vedono dei piccoli nevai. La temperatura deve essere bassa ma non la sento.
E finalmente, improvvisamente, si apre la vista e arrivo in cima alla forcella, appollaiati sulle rocce ci sono i sorridenti volontari che incitandomi mi dicono che il ristoro è a pochi minuti. Ma io mi guardo attorno, cerco le risposte, guardo da dove sono salito e... sí, sono lí proprio come il venticello che ti sorprende sempre quando arrivi in cima. Sono lí, ma le avevo appena assemblate, lungo tutto il percorso. E solo lí ho messo assieme l'ultimo pezzo. E il rimbombo scompare.
Riparto, gambe lesse e crampi pronti, ma spirito buono. Le salite difficili sono finite. La concentrazione c'è, il GPS segna già più di 30km, rif. Pedrotti in vista. Ultimo ristoro, riparto faccio 50m anzi no torno indietrooooo che ho dimenticato l'acqua! Troppa voglia di affrontare la discesa. Discesa supertecnica, salti da rocce, sentiero stretto, tornanti secchi. Poi evolve e sembra di scendere nel letto di un piccolo ruscelletto secco, si dirama e si incrocia continuamente con se stesso, cerco sempre le balise arancioni per evitare di infilare un bivio sbagliato: qui sono totalmente solo, nessuno davanti, nessuno dietro. Scivolo e inciampo alcune volte, mi insulto appropriatamente, gattonando per recuperare l'equilibrio, poi piego la caviglia oltremisura e partono improperi vari ma alla fine ne esco indenne. La discesa sembra infinita, e fa sempre più caldo, ho sempre più sete e il mio stomaco sempre meno voglia di ricevere acqua. Breve stop al Croz dell'Altissimo, via ancora. Incrocio altri trailrunner, credo di averne passati alcuni. Il mio grazie ai turisti che mi fanno spazio per passare sullo stretto sentiero è flebile. Sono quasi finito e mancano solo 5km all'arrivo. Alcune pendenze di minima salita mi mettono in difficoltà, partono crampi ovunque e devo controllare ogni falcata con troppa precisione, è sfiancante. Si scende ancora un poco nel bosco tra le radici che ti afferrano i piedi, e quello davanti a me grida "ma siamo ancora altissimi!", e vedo sulla sinistra il lago di Molveno, effettivamente proprio dall'alto. Come per compensare, la discesa si fa ripidissima e sbuca sulla strada: il percorso taglia violentemente i tornanti, tra prati e scalette, e precipitiamo perdendo rapidamente quota. La discesa non mi fa sentire la fatica e supero il mio momentaneo compagno di viaggio, fino a quando, arrivato improvvisamente al livello del lago, la pendenza si azzera. 
Mancano circa 2km o forse meno, sono piatti, lungo il lago, ma tutto il corpo mi frena appesantito e al tempo stesso svuotato. Tutta cosí è stata, alti e bassi, mangia e bevi, gioie e dolori, salite e discese. Ormai ci sono, tengo il ritmo migliore che riesco con quello che ho, tra i 5' e i 6' al km. Veloce e lento, correre e camminare, fermarsi e ripartire, tutta cosí è stata. La gente sul litorale applaude, mi dice cose bellissime, sorrido che voce non ne ho più, alzo il pollice, applaudo a loro, non ho fiato. Parli e ascolti, dai e ricevi, anche cosí è stata. 
Vedo l'arco dell'arrivo, sento la speaker, penso a quanto dura sia stata, ma non c'è più stanchezza, non sento il mio corpo, vedo solo che oramai è fatta: taglio il traguardo. 
Fermo il Garmin (qui la traccia). Che tempo ho fatto? Leggo 6h39'. Sono contento. Mi guardo attorno, c'è poca gente, ma come? Vado a controllare gli arrivi. Sono 25esimo. Sono contentissimo. Come stai? Come è andata? Bene, e tu? Da dove vieni? I'm from Belgium. E' stata durissima, vero? Bello il paesaggio eh. Hai visto che salita ai ghiaioni? Sono distrutto. Sono felice. Sono stanco. Sono arrivato.
Anche cosí, tutta, anche cosí è stata: piena di domande, e con alcune risposte.

domenica 24 luglio 2016

Di vertical e bella gente

Questo blog non si chiama forse "NotOnlyRuns"?
Magari non sempre si capisce, ma tra le righe, non c'e' solo corsa nei miei post. Ma in questo, in questo, lo dico, si parla di bella gente. Oltre alla corsa.
Occasione: vertical S. Giacomo - Altissimo. Per i non addetti ai lavori, sostanzialmente si va solo in su, di solito con 1000m di dislivello. Sto giro, 5km con 888m di dislivello.
S o f f e r e n z a   p u r a ! Mica puoi dire che spiana.
Organizziamo un bel gruppetto di GenteFuoriStrada, ritrovo in piazza alle 8 e poi su verso S. Jack. Schermaglie nel gruppo ("sei lento!") alternate a ritiro pettorali e caffe' e pitstop e riscaldamento e stretching e spunta e cavolo e' gia' ora di partire. Auguri a tutti - "ci vediamo su" - "se arrivi prima ordina un giro di birre" - "mi raccomanda lascia qualcosa al ristoro" - "daje ti mordo i talloni" - "tiragli il collo al president" - "parti forte e poi accelera" - "non superarmi troppo veloce"...
Pam! (c'era la pistola, una fissa delle gare fidal)
Primi 900m in leggera discesa, giusto per scaldarsi. Fatto sta che per alcuni secondi assaporo come sia stare nei primi 10, tanto poi inizia la salita e ritorno rapidamente nella porzione di folla che mi spetta. Inizia il vero vertical; il primo pezzo e' nel bosco e sono ancora nella fase in cui mi sorpassano tutti quelli che la salita la sanno fare veramente. Quando il bosco finisce ci sono prati, e il sole, seppure velato, si fa sentire. Sudo come un cammello! Ecco a questo punto, scopriro' poi, dietro di me si sta svolgendo un duello a tre, tra Caniggia, Franz e president, fatto di tattica, cadute, sghignazzate e fiato corto. Che sbalinai.
Rifugio Graziani: piu' o meno siamo a meta' strada, 3 su 5km, ma il dislivello piu' tosto comincia qui. Al ristoro prendo al volo un bicchiere d'acqua, me lo tiro in bocca, ok, forse un sorso e' entrato. Senza soffocare, che e' un fantastico risultato.
Il sentiero verso l'Altissimo sarebbe corribile. Sarebbe, perche' il vertical taglia su dritto per i prati! Testa bassa, accucciato come una scimmietta, mani sulle ginocchia a spingere (tranne quando il fotografo sul percorso mi dice tiratisutiratisu, ma non oso immaginare in che condizioni). E' gia' un po' che sono tra i miei simili: andiamo di pari passo, alti e bassi. Non fosse che ho un problema nel cervello: se qualcuno mi sta davanti, devo superarlo. Devo proprio. Scoppiasse il cuore - che tanto ha tenuto a ben peggio - devo. E questo si verifica due volte: la prima subito dopo il Graziani, con un tipo continuiamo avanti io avanti tu avanti io avanti tu. Sforzo disumano per guadagnare due metri. Fatta. E la seconda, a circa 200m dall'arrivo, ho davanti questo signore fortissimo: fortissimo perche' suppongo abbia 20 anni piu' di me e pesta parecchio e ce l'ho davanti. Appunto!! Avro' qualche rimasuglio di giovinezza? Niente battute, grazie. Scatta la modalita' orgoglio, do' fuoco alle polveri rimaste: e bastano giusto quel poco per fare il sorpassino ed arrivare in cima.
Bit! 53 minuti e rotti, per un 54esimo posto che e' gran cosa per uno come me, che solo poco piu' di un anno fa diceva di odiare la salita. Perche' non c'e' cosa piu' bella che guardarsi indietro e vedere che si e' stati capaci di cambiare, di ribaltare convinzioni ammuffite e provare nuove sfide. Perche' la corsa e' una maledetta copia della vita, e se c'e' una fottutissima salita, beh, la fottutissima salita va fatta. Ok, chiudo con la parentesi filosofica. Magari ci torno su un'altra volta.
In pochi minuti arrivano tutti quelli del gruppo unendosi a quelli gia' li', e sono pacche sulle spalle. Invadiamo senza ritegno il tavolo piu' grande... E sono birre. Ed e' pasta. Sbrisolona. Birre ancora. Altra sbrisolona. Foto. Battute. Si ripercorre il duello epico di cui sopra e le strategie, le sensazioni, le spariamo grosse e tanto lo sappiamo che le spariamo grosse. E altro giro di birre, esce anche il sole quando le previsioni erano pessime. Perche' le belle giornate non si devono rovinare. E quando si fa ora, zainetto in spalla e giu' per i prati, mezzi brilli e mezzi birilli, a salutare le mucche, a salutare i cavalli, a prendere per i fondelli lo stereotipo dell'escursionista con le adidas di finta pelle bianche, a parlare del grip delle scarpe, a ridere...
Che a me, stare con questa bella gente, fa venire queste sensazioni, dateci un'occhio: Alt-J Left Hand Free
E tutto il resto e' storia, ma e' la storia piu bella.

domenica 5 giugno 2016

Vigolana Half Trail 2016

Quando si dice che una cosa e' una metafora della vita. Lo sostengo spesso della corsa, e piu' ci penso meno riesco a distinguere se l'una e' l'altra o l'altra e' l'una. Chiaro no?
Fatto sta, che decido che la Vigolana e' una di quelle gare dove voglio "fare bene", nelle mie possibilita' ovviamente. Che significa pianificare un poco gli allenamenti, le distanze, i riposi. Come quando nella vita hai un progetto a cui tieni e prepari tutte le condizioni al contorno per farlo andare bene. Quindi ci ho provato nelle settimane prima, ad essere un po' metodico, e ad essere sinceri gia' da qualche giorno prima avevo il sospetto di aver sballato un paio di cose (ma so gia' che non sapro' mai quale sia stato il loro reale effetto).
E per concludere bene la preparazione fino a poco prima della gara, mi concedo di arrivare in anticipo la mattina stessa: chi mi conosce sa bene che e' piu' facile combinare quella cosa della cruna dell'ago e del cammello, piuttosto che sperare in un mio anticipo. Quindi, infilato il cammello, ritiro il pettorale, mi preparo, con calma mi porto in zona spunta, poi in zona partenza, due chiacchiere e un selfie gentefuoristrada con Valentino e Matteo. Sole si, sole no. L'organizzazione e' impeccabile, anzi tanti complimenti! Nel mentre il cammello sta bene, eh.
Sono 35km 2000D+, e anche se e' il percorso "corto", per me e' decisamente lungo, diciamo che in quei dintorni si colloca il burrone dell'incognito. L'ultimo tracciato piu' lungo e' gia' stato cancellato dalla corta memoria delle mie gambette.
Con il pensiero in testa di non avere tutti i 35 nelle gambe, si parte. Primo pezzo pendenza facile, corribile, strada che si trasforma in forestale. Lo so che e' troppo bello, il dislivello non lo copriremo mai con questa pendenza: come nella vita di tutti i giorni, se le cose vanno troppo bene, abbassiamo la testa tra le spalle aspettando lo scapellotto. Infatti dopo circa 8km, arriva il salto di qualita', si sale per raggiungere il Becco di Filadonna con una pendenza media di circa il 25%, salendo di 800m in 3km.
Beh.
Che dura ragazzi.
Una fatica boia! Ben piu' di una volta affronto qualche metro a quattro zampe (si, quelle del cammello) in certi passaggi, e man mano che ci avviciniamo ai 2000m abbondanti del punto piu' alto, tira un'arietta gelida nel paesaggio particolare fatto di arbusti secchi piegati dalla neve ormai sciolta. Lunare. Post-atomico. E la nebbietta aiuta.
Sul punto piu' alto scambio una battuta coi volontari sul percorso... che ringrazio anche da qui!! Via. Discesa non troppo impegnativa per 1km, e poi arriva un po' di "riposo". Ed ecco, porcammiseria, non puoi distrarti un attimo che il destino cerca di fregarti. Saranno state le gambe stanche dalla salita, il calo di tensione nel trovare un po' di sentiero tranquillo in costa, quel sassetto traballante ma la conclusione e' che la caviglia sx fa "pieg", anzi "pieg un poc trop". Qualche insulto al solito cammello, ma poi realizzo che piu' o meno l'arto funziona ancora, con dolore costante ma neanche troppo fastidioso. Ovviamente, contro qualsiasi buon senso, decido che e' proprio il caso di correrci sopra per altri 20km. Il cammello e' oramai rassegnato.
Breve salitina a cima Cornetto, facile, e parte una discesa che presto incontra i boschi e prati. Qualche crampo come optional. Ogni singolo passo, adesso, e' massima concentrazione: preparo ogni passo destro per un appoggio ultrasicuro con il sinistro. Non vorrei azzoppare il cammello. Evoluzione della specie.
Certo mi accorgo che non posso tenere il solito ritmo epico da pazzo furioso in discesa, e non so se e' un bene o un male. In ogni caso l'impegno e' comunque estremo e infatti quando riparte la salita il cammello si impunta. Ma di brutto brutto. E voglio vedervi a spingere un cammello stanco su per la salita della Ceriola. Ma in cima si passa di botto da un +30% a un -30% (che sia per quello che li chiamano "becchi"??) e vedo la discesa ripidissima che si immerge nella nebbia. Un attimo di meraviglia seguito da quasi terrore: un passo mal posizionato ti puo' far scendere di 2-3 tornanti al colpo, qui, posto che ti fermi. Col cammello oramai in spalle (si, la famosa camelback!), i crampetti che oramai mordicchiano in polpacci da un po', e la caviglia che vorrebbe gonfiarsi ma non ne ha tempo, scendo con inusitata prudenza, strana quanto il mio anticipo di stamattina. Rifiuto la generosa offerta di infilare un altro cammello nella cruna per festeggiare la stranezza.
Mentre medito che e' la prima volta che non sono contento di percorrere una discesa, la strada si trasforma e il tratto semi-impossibile finisce. Per lunghi tratti non vedo nessuno, e chiedo spesso al cammello se abbiamo sbagliato strada, ma lui mi indica sempre una balisa in lontananza che mi tranquillizza. Inizia una discesa eterna, praticamente 10km: in altre condizioni avrei esultato, ma sono troppo provato, a causa delle tre C (cammello, caviglia, crampi). Ritmo sostenuto ma non troppo, e man mano che passano i km realizzo che effettivamente i 35 non li avevo tutti nelle gambe, visto che bastano minimi tratti di pseudo salita per farmi sentire le gambe di cemento. Daaaaai che manca poco. Arrivo anche a prendermi in giro: secondo me il GPS ha sballato, vedrai che adesso arriviamo, stai buono. Beh, mai stato cosi' preciso: arrivo che segna 34.9km.
Riesco a fare anche un bullo sorriso a pochi metri dal traguardo per il Liba che mi fotografa per le news live gentefuoristrada (siamo organizzati eh).
Perche' e' cosi', come la vita: ti impegni tanto e poi le cose ci provano ad andare storte. E cosa fare? Una reazione e' d'obbligo. E ogni tanto, non ce la fanno a rovinarti i piani, perche' in fondo ci ho provato e sono arrivato nelle mie 4 ore e 35 minuti che mi soddisfano, i crampi oramai non li sento piu' perche' si sono stufati prima loro, la caviglia e' bella gonfia ma ho gia' un piano per recuperarla prima delle ferie (sarebbe a dire, 3 giorni), e da oggi ho un cammello per amico.
Vado a saccheggiare il ristoro, ciao.


mercoledì 27 aprile 2016

Night Trail Rovereto 2016

La gara sociale.
Presuppone la presenza di una società.
Quella in questione è GenteFuoriStrada, ormai lo sapete, l’ho detto e ridetto. Ma!
Credo che piuttosto che “società”, sarebbe più corretto definirla una squadra, un team. Quando mi sono iscritto, facendo quello un po’ materialista, ho chiesto al buon Michele quali vantaggi avrei avuto. E lui – scherzando? ok, mi ricredo – mi ha detto “farai parte di una élite!”… A distanza di qualche mese, non posso che dargli ragione. Non sono stati gli sconti nei negozi, o la maglietta, ma le persone, a restituire moltiplicato il costo dell’iscrizione. Non “élite” con senso di superiorità, ma come gruppo selezionato in base ad una specifica passione che puoi condividere. Nuove conoscenze e nuovi amici, che poi vanno oltre la corsa e porca miseria, ne vale la pena.
La gara sociale.
Rovereto Night Trail, 12k 400D+.
Da settimane prima il gruppo già è in fibrillazione. Si avvicendano le prove, in gruppo, gruppone, gruppino o da soli. Il sentiero si affossa sotto i passaggi, la chat whatsapp è bollente, gli dei del Monteghello scalpitano. Iscrizioni in massa, ripetute in salita, devo comprare la frontale: quella che ho serve solo per consumare pile. Smarono infinitamente il mio collega finché si iscrive. Da una settimana prima check giornaliero del meteo, che sembra peggiorare di giorno in giorno, quel maledetto. Smarono tutti finché mi dicono in bocca al lupo. Tre giorni prima un po’ di fartlek e poi riposo, che non fa mai male.
La gara sociale.
Maglietta GFS, frontale accesa.
Più di 300 runner si assiepano in piazza S. Marco, altrettante lucette, ed è tutto un battere pacche sulle spalle e salutare e dire “sei pronto?”. Qui sì, ci si conosce veramente quasi tutti, ecchè, vuoi mancare proprio a questa? Dal più forte al più tranquillone. Che poi è una gara non competitiva :) … oooookey, lo sappiamo tutti che non c’è competizione più intensa di quella tra compagni di squadra, che si sono spesso allenati – ed osservati – assieme, tenendo d’occhio il ritmo in salita, la tecnica in discesa, e si azzardano pronostici e tattiche. La migliore resta sempre quella di partire a bomba, e poi, a metà, accelerare! E la salita, affrontarla sempre come se fosse l’ultima. Che poi, la gara non sarà competitiva, ma io si: con me stesso, in primis, e poi con quello che ho davanti, chiunque sia. Mi piace così.
La gara sociale.
Il giro del Monteghello.
Il via viene dato sotto le prime gocce della tanto temuta quanto puntuale pioggia. Breve tratto sul porfido umido, quanto basta per qualche scivolone, e la tattica del partire a bomba sembra essere adottata universalmente. L’illusione dei 4’ al km sfuma per tutti non appena raggiunto il castello di Rovereto: breve scalinata e poi la salita dell’acquedotto, che raffredda i bollenti spiriti con la sua pendenza finale del 25%. Sto bene, la fase è ancora quella confusionaria dove superi e ti superano, e ancora non capisci se stai esagerando o frenando. Ma raggiunto Campolongo al km 2,5 la salita ha già sparpagliato il gruppo e mi trovo a fare tira e molla con altri due-tre runner: siamo “a regime”. Dopo un poco finisce finalmente l’asfalto ed inizia il sentiero, e come al solito soffro in salita e tiro il fiato in piano: per la discesa devo aspettare il Monteghello. Che arriva, alle tante: passo di lì in un gruppetto, mi pare isolato, di cinque o sei. Iniziata la discesa mi ricordo che piove perdindirindina, e comincio prudente. Tempo tre secondi… parte l’adrenalina e sgancio i freni. Le scarpe tengono, ma anche il gruppetto! Rimaniamo compatti ma quando si presenta la seconda breve salita per arrivare al Bosco della Città, per alcuni la stanchezza si fa sentire e restiamo in tre. Là davanti si stanno scannando, penso, perché  non si vede nulla all’orizzonte!! Provo ad alzare il ritmo in discesa sfiorando i 2’50 al km che mi sembra di volare, ma siamo ancora in tre, tanto vale tenersi per il piano finale, rallento e mi metto in mezzo. Lasciamo la forestale per un sentiero, improvviso cambio di pendenza e terreno, e scalcio un grosso sasso con l’alluce sinistro. Sbam! “Ouch!” “Tutto bene?” “Si, grazie!” anche se vado di prudenza per alcuni secondi come aspettando il secondo dolore, quello definitivo. Che non arriva, bene! Discesina lastricata, l’ultima, e poi parte l’ultimo km su corso Bettini, tutto orizzontale, da sparare a palla. Quello davanti a me ne ha, e lo vedo allontanarsi. Ma non sento più passi dietro, quindi cerco di tenere il ritmo alto e non guardo neanche il Garmin ma ascolto le gambe. Quasi in apnea! Su leggermente, ultimo sforzo e poi bit! Circa 50:50, aveva ragione il Franz.
La gara sociale.
Il terzo tempo.
Non c’è due senza tre. Non so cosa sia il secondo, ma il terzo tempo… parte integrante della gara! Grazie al favoloso supporto logistico di Walter possiamo cambiarci in breve tempo e passare in modalità festa. La pioggia non ci impedisce di farci il nostro giro col buono pasto e birra. Resistiamo un po’, ma poi optiamo per un posto caldo. Un posto caldo dove, seduti in buona compagnia, possiamo parlare di salite, discese, sassi, runner forti e runner meno veloci ma forti lo stesso. Possiamo complimentarci e fare gli sbanfoni, aggiungere una sedia ogni 5 minuti ed ordinarne “un altro per lui/lei!”. Ci possiamo prendere in giro per quando ci siamo superati, e fantasticare di piani futuri e prossime gare, in compagnia dell’ultima birra, che non finisce mai.
Perché le gare, sotto sotto, sono tutte sociali.

mercoledì 9 dicembre 2015

Trail Autogestito da Mori al Monte Altissimo

Quando si dice coincidenza.
In vista del ponte dell'8 dicembre, consultate le previsioni meteo, ho deciso di fare una cosa che penso da tempo: salire sul Monte Altissimo di corsa, da casa. Totalmente ignaro dei sentieri pero'! Ma il fato aiuta gli audaci e... traaak! Cosa mi esce su Facebook? Una uscita di gruppo organizzata da GenteFuoriStrada proprio sull'Altissimo.
Cosa che mi permette di mettere a tacere immediatamente tutti i "tu sei matto", "va a finire che ti perdi", "poi mi tocca mandarti i soccorsi", ecc ecc ecc, nonché mi da' pure la possibilità di imparare il sentiero a sicurissimo uso futuro, per Rove-Altissimo-Rove.
Pero' pero' pero'... Mi prende l'ansia da inverno. Mi spiego: quando faccio strada, non mi preoccupo dell'abbigliamento, se ho freddo tiro di più ed il problema si risolve - torno comunque grondante di sudore a -4 gradi. Ma in montagna è diverso e sono un po' (tanto) novellino. Quindi la sera prima stipo nel microzainetto il necessario per la salita all'Everest, mettendo a dura prova le sue cuciture. Che poi, essendo costato 14.99 euro direi che tengono bene. Sveglia puntata, nanna.
Ore 6:00 parte Citizen Erased, Muse: una certezza, non ti riaddormenti più. Sbircio dalle tapparelle e non si vede nulla, e' buio. Colazione a manetta. Risbircio e nel bagliore dell'alba vedo delle nuvolette proprio verso Polsa-S.Valentino e Altissimo, ecco ecco vediiiii, ma riesco a dirmi: "Matteo, se stai cercando una scusa per tornare a letto, questa è patetica. Oggi arrivi là, chiaro?". Finisco di preparare e poi via.
Mori, ore 8:15. Arrivo, c'è già qualcuno e man mano se ne aggiungono altri. Non conosco quasi nessuno, mi presento e dimentico tutti i nomi immediatamente: un classico. Nel giro di 20 minuti partiamo e rapidamente non sento più il freddo, salendo con calma verso Festa di Brentonico. La cosa bella, anzi una delle cose belle di correre in montagna, è che mentre vai in salita metti un piede davanti ad un altro, senti la fatica e ti concentri sulla regolarità del passo. Ma, a un certo punto, si rompe la bolla in cui stai e ti guardi indietro: e vedi un lungo sentiero ("siamo venuti di lì, vedi"), vedi un incredibile panorama ("ci siamo già alzati di un bel dislivello!") e ti guardi i piedi e pensi che possono veramente portare dappertutto, proprio dove vuoi. Anzi, lo stanno già facendo.
Festa, ore 9:45. Secondo gruppo! Loro partono da qui e diventiamo ufficialmente tanti, più di 30. E ci avviamo tutti quanti a conquistare il Monte Altissimo. Tutti tuttissimi. Perché di recente ho letto un articolo dove un trailrunner si "lamentava" che tempo fa il trail running era uno sport per pochi coraggiosi, che venivano visti come dei supereroi (matti, ok, ci sta), e che adesso invece lo fanno tutti, e chissà se ha ancora senso, bla bla bla. Beh, sai, se qualcuno ha perso lo spirito giusto, quello sei tu. Trovarsi in un gruppo eterogeneo, diversi ritmi, abitudini, allenamenti, diverso tutto, ma che parte dicendo "arriviamo là", e' semplicemente l'essenza dello spirito del trail running. Guardi la cima e dici arriviamo là. A me pare puro e semplice, bello.
Il ritmo e' tranquillo, nei punti ombreggiati accelero un po' per non aver freddo ma mi rendo conto che la mia attrezzatura da gelo polare non servirà. La risalita dei 2000 metri complessivi procede senza pretese, le fermate per le fotografie sono senza pretese, l'arrivo al rifugio e' senza pretese (e il pranzo al rifugio una goduria). La giornata è formidabile in questo inverno che non arriva, e lì per lì non vedo modi migliori per passarla. Ecco, due "eccheccazzooooo" mi escono quando ricordo di aver messo la maglietta di ricambio sotto, in fondo, compressa da tutta l'attrezzatura per sopravvivere a 25 sottozero, ma mica rovinano l'atmosfera, che non siamo mica dei santi trailer. Tra un "minchia che figata di panorama", l'osservazione che alcuni hanno il GPS che segna il ritmo a litri/km (di birra, s'intende), e il far finta di correre l'ultimo pezzo per fare i fighi, si sta bene e basta.
Per finire, nell'ultimo pezzo della discesa da Festa a Mori, ultimi 5 runner rimasti a sole ormai sceso, vediamo un vecchietto correre davanti a noi. Lo raggiungiamo, mica subito eh, e scopriamo che e' come noi: e che a 60 anni si faceva qualcosa come Castione-Altissimo in 47 minuti. Da mat. Arriva a casa e la moglie "te sarai anca suda', va a farte na docia", non dopo averci fatto vedere le sue sculture di marmo.
E me lo immagino, che mette fuori la testa dalla finestra, guarda in alto verso una cima puntando il dito, e dice alla moglie: "oggi arrivo là", e parte.
Questo, e' lo spirito del trail running.

domenica 8 novembre 2015

Mezza maratona di Riva: il km della verità


Giornata stratosferica, per essere novembre.

Ho pensato potesse essere una buona gara per concludere l’anno, il percorso è veloce e potrei provare a fare il personale. Ok, non sono stato per niente costante ultimamente con gli allenamenti ma la forma mi pare ci sia. Proviamo.


Vengono anche Mauro e David, il primo lo passo a prendere mentre col secondo ci troviamo lì. So – sappiamo –  già che ognuno farà la sua gara: David avrà la maratona a breve e dovrà andare calmo, Mauro prova il personale e quindi lo vedrò scomparire all’orizzonte. Sensazioni abbastanza buone, facciamo tutto con calma e pure un riscaldamento come si deve, anche se fa un caldo boia e sudiamo come i cammelli. Poi alla partenza, assiepati tra 4000 persone con importante effetto stalla, mi pare sia estate. Lo starter ha una fretta incredibile e da’ la partenza con alcuni minuti di anticipo! Via via via.

Solita ressa: il primo km è uno zigzag a elastico, piano paletto veloce salta marciapiede motorino parcheggiato male aiuola veloce scalino piano tombino.

Complice la leggera discesa, il tempo è abbondantemente sotto i 4min/km, che va bene fintanto che spiana. Intanto vedo i palloncini dei pacer, e mi dico: “perfetto: saranno quelli dell’1:29, devo raggiungerli e superarli pianino e il ritmo sarà quello giusto”. Detto fatto, mi avvicino con calma anche se con discreta fatica: insomma, sembrano a due passi ma mi pare di giocare all’asino e carota (sono l’asino, ndr). D’altronde, i pacer solitamente cercano di recuperare il tempo perso nel primo km e poi è noto come quelli di Riva arrivino sempre in anticipo (causando notevoli perdite tra gli ignari runner). Nel mentre, i km scorrono e il GPS mi segna in modo altalenante delle velocità un poco esagerate, ma dò la colpa al tunnel dove ha decisamente perso i satelliti e da quel momento pare essere impazzito. In un tratto con forte vento contro mi avvicino ancora di più al gruppo coi pacer per ripararmi un poco.

Ed è così che al km 8 con un’occhiata al numerino sul palloncino, scopro che sto seguendo il gruppo da 1h24.

Sono morto.

Altro che GPS impazzito! Mi stava gridando “vai piano pirla”!

Piano B: faccio salire il ritmo a 4:15-4:20 per recuperare, giusto un paio di km, tanto ho fatto i primi 8km a palla.

Attorno al km 11-12 provo a tirare un po’ più il ritmo, per rimettermi in linea con i piani iniziali. Sembra possibile. Continuo.

E invece no. No, perché nella mezza, il km 15 è lì che ti aspetta: ti aspetta, e ti dice cosa succederà. Ti dice se sei andato troppo forte, giusto, o troppo piano. E di conseguenza ti spiega che scoppierai, che puoi continuare così, che puoi accelerare. E dice sempre la verità, quel maledetto, puoi far finta di non ascoltarlo ma poi non dire che non t’aveva avvisato. Il km 15 è il km della verità. Non ci sono palle.

A me, il km 15 ha detto così: “caro mio, dove pensavi di arrivare tirando a 4 al km per mezza gara? Mettitela via, sarà dura arrivare in fondo”. Porcamiseria se aveva ragione. E come nella profezia, mantenendo il tentativo di spingere al limite, la velocità si fa progressivamente più bassa, e il ritmo alto: 4’20, 4’25, e mi superano dappertutto. Legnata psicofisica, sensazioni metafisiche.

Tento una accelerazione di orgoglio, faccio il 18esimo km a 4’10, e provo a convincermi che si può. Naaaa. Vengo automaticamente ripagato con una legnosità immediata agli arti inferiori e gran calo nel finale, con 25 bei secondi in più al km, giusto per mantenere gli equilibri nell’universo.

Ultimi km, ultimo scatto di orgoglio: non superare l’ora e mezza… e ci manca poco! 1h29m11s in realtime… puff…

Mh.

Cosa avevo detto? Personale? Concludere l’anno?

Adesso vado a vedere se c’e’ una bella gara nei dintorni, prossimamente. Senza pacer da 1h24!

lunedì 28 settembre 2015

Trail Re del Bosco 2015

C'è un gruppo di appassionati di corsa in montagna nella mia città che si chiama "Gente Fuori Strada"... e dall'anno scorso ha cominciato con entusiasmo ad organizzare alcuni eventi, ai quali per un motivo o per l'altro non sono mai riuscito a partecipare. Ma quest'autunno, presa la svolta da stradista a mezzo trailer, non potevo farmi mancare il trail "Re del Bosco" che va proprio a (ri)scoprire il bosco e la montagna sopra Rovereto.


La data l'ho segnata in agenda da inizio estate, giusto per evitare di prendere impegni. La preparazione ci dovrebbe stare perché il battesimo del fuoco (e fuoco fu, proprio) del trail sul Grappa mi ha fatto capire di che genere si parla, quando si parla di trail. Si parla di fatiche tutte diverse, si parla di riuscire a gestire con prudenza le energie, si parla di mettersela via e rassegnarsi a camminare quando necessario, si parla di fare in modo che all'inizio della discesa le gambe abbiano ancora qualcosa da dire. Quindi mi sento pronto.


Sveglia alle 5:30 di mattina, sicuramente non facilitata dalla gran seratona fatta il giorno prima con gli amici. Ma sono sicuro che conti di più l'ottimo umore che mi ha lasciato, piuttosto che l'alimentazione sconsiderata! Comunque. Parto col rituale: cremina idratante sui piedi, calzini tecnici subito su, e colazione abbondante. Guardo l'ora, il mio amico Davide passerà a prendermi alle 6:50, devo ancora fare la borsa e in particolare lo zainetto: dubbi termici, caldo, freddo, boh. Rischio, maniche corte, guanti in saccoccia per sicurezza. Davide mi manda una foto della cima Finonchio per ricordarmi gli obiettivi, ok, ho capito, è fuori che mi aspetta! La partenza è al Bosco della Città, si sale al Moietto dove il trail breve torna giù (lui fa questo), mentre il lungo, da 33km, raggiunge un dislivello positivo di 2000m fino alle antenne sul Monte Finonchio, e poi di ritorno in direttissima.


Arriviamo e prendiamo il pettorale, fa piuttosto fresco e aspetto a cambiarmi. La gente pian piano arriva e c'è una bellissima aria di festa, di compagnia, si scherza. Mi sale la voglia di correre, al punto che ho voglia di prepararmi: metto il pettorale, mi cambio, tiro fuori lo zainetto e sono pronto anche se mancano più di 20 minuti. Non riesco a star fermo, ho proprio voglia di andare; decidiamo di scaldarci un po' anche se piano, teniamo le energie per quando servono. Ma il tempo è inesorabile ed arriva il momento di partire: niente musica tunza-tunza, solo il silenzio del bosco ed il mormorare amico della gente, e un conto alla rovescia.








Via! Sono in coda a circa 200 persone e mi mancano un po' di riferimenti, la partenza è in leggera salita e cerco di non esagerare. Piccolo pezzo di strada, poi parte il sentiero: correre in mezzo al bosco è fantastico, non so descrivere bene la sensazione, ma ha qualcosa di giocoso e vario che mi piace. Il percorso indugia tra saliscendi vari, tutto con salite perfettamente corribili, e funziona da perfetto riscaldamento per rompere il fiato. E poi, bam! Attorno al km 8 parte la salita, quella vera. Il sentiero è la scorciatoia più ardita verso il Moietto, un taglio perpendicolare alle isoipse con pendenza media del 30% ma che arriva anche al 45%: ogni passo è un morso alle ginocchia. Ovviamente cammino, il ritmo scende a 20min/km e mi aiuto con le braccia spingendo sulle gambe. Non sento più il freddo, anzi sto sudando al punto che sono completamente fradicio, complice anche l'umidità. Un km così, e poi il ristoro al Moietto: rabbocco la borraccia e via.




Le distanze tra runners si sono allungate da un po' ma è subito dopo il ristoro, dove la 16km si separa dalla 33km, che mi ritrovo solo e mi rendo conto che devo cominciare anche a prestare attenzione ai nastri che indicano il percorso. E' da li a un po' che inizia uno dei pezzi più belli del trail, un percorso vario che si sviluppa in parte nel bosco e in parte in single-track in costa alla montagna con un paio di passaggi impegnativi: del tipo, un passo falso e vengono a prenderti in elicottero. Si alza un po' di nebbiolina (o noi ci siamo alzati al livello della nebbiolina?) e sento freddo... porc... non avrò mica sbagliato abbigliamento? Ed ho anche un piede indolenzito... mmmh... Avanti tutta. Non faccio in tempo a percepire il freddo che riparte un altro vertical: 1km in cui si salgono più di 400m. Cammino a braccia, e grondo sudore come se fossi appena uscito da una piscina... il che mi ricorda di continuare a bere il più possibile i sali che ho nella camelback. Mangio anche la barretta, sai mai... Fisicamente, questo momento è il più difficile: la stanchezza accumulata mi manda il cuore a mille, le gambe sono indurite e il piede destro è quasi insensibile. Decido di fermarmi e allentare la scarpa... accidenti era quello: riparto e ricomincia a girare il sangue, e per 5 minuti buoni il piede mi fa decisamente male, ma poi si normalizza. Quelli con i bastoncini hanno chiaramente una marcia in più e pian piano mi superano in 10-15: le gambe sono meno reattive e comincio a guardare il Garmin per capire se, come, e quanto posso spingere, visto che mancano ancora circa 4-5km di ulteriore salita. Provo anche a fare i conti di quanto sono in ritardo per le 4h, ma non spicco per lucidità in questo momento. Mi pare di dover recuperare qualcosa come 20 minuti in discesa, beh ci credo, sto facendo 22min/km. Mi pare fattibile e prendo un po' di coraggio.




Piano piano la salita si addolcisce e il bosco si apre lasciando spazio ai prati: allora calibro metro per metro l'andatura a seconda della pendenza, passando dalla corsa al passo e viceversa, continuamente, anche in pochi secondi. Si cominciano a vedere le antenne del Finonchio, ma ad un certo punto il percorso fa uno scherzetto e piega in giù, gira attorno al dosso perdendo quota per poi risalire fino al punto più alto, ultimo strappetto maledetto che però affronto con più convinzione perché so che è l'ultimo. Ristoro: non riempio la camelback, voglio stare leggero, bevo il tè caldo e mangio una manciata di uvetta. Mentre mastico, mi siedo e riallaccio forte tutte e due le scarpe per evitare di rimetterci unghie e piante dei piedi durante la discesa. Ok, mi alzo, guardo in giù facendo un respiro profondo e mi butto.





La discesa. Cerco di capire subito lo stato delle gambe, reagiscono bene e quindi so di poter pretendere. Il primo pezzo è a scapicollo giù per il prato, a rischio scivolata, trattengo un po' finché parte una sterrata con pendenza modesta dove posso tenere un buon 4:20/km con la sensazione di recuperare del fiato. Presto però il percorso abbandona la strada e si getta nel bosco. E qui, è adrenalina.






La pendenza negativa aumenta ed il percorso cambia natura in modo rapidissimo: erba, radici, terra, sassi, si alterna di tutto ed è un continuo saltare alla ricerca dell'appoggio buono. Uno sguardo all'appoggio e in simultanea un'occhiata a cosa mi aspetta il metro successivo, alcuni pezzi riesco a scendere sotto i 4min/km e mi diverto un mondo. E comincio a vedere davanti a me altri trailrunners che hanno a cuore le proprie articolazioni più di quanto ne abbia io: uno, due, tre, ... sorpasso, perdo il conto ma credo di aver riguadagnato il "distacco-racchette" perso in salita. A tratti, troppa concentrazione sul sentiero mi fa dubitare di non aver visto i nastri che lo segnalano, ma regolarmente appaiono rassicuranti in lontananza prima che mi salga la preoccupazione. Inesorabilmente, però, i km si accumulano e anche la discesa stanca: al livello del Moietto, circa a 26km, comincio a sentire piccoli crampi ai polpacci che mi obbligano a rallentare: ricomincio a bere (mannaggia, i sali, i sali, dovrei saperlo oramai) e faccio due soste a fare un veloce stretching, prima che il muscolo parta del tutto. Anche il discesone non è infinito e ricomincia parte dell'indugiare che mi aveva visto passare alcune ore prima. Ormai i crampetti prendono un po' tutta la gamba ma sembrano ancora sotto controllo, anche perché ora in salita abbandono proprio, camminando anche pendenze modeste; sono alla frutta insomma. Non dovrebbe mancare molto: è un po' che incrocio nuovamente i checkpoint dell'organizzazione e sono circa 2km che mi dicono che ne manca uno. Ad un certo punto, sono lì che cammino su una pendenza ridicola, la dovrei correre... quando Serena, una trailrunner decisamente forte che però non ha partecipato, risalendo per incitare chi sta arrivando, mi dice "dai, non mollare adesso!". Cioè, è banale no? Eppure. Eppure. E' sfacciatamente vero. Se avessi anche solo un fondo di energia rimasta, per cosa me la voglio riservare? Per raggiungere le docce? No! Il momento giusto in cui dare fondo alle riserve, beh è adesso. Lo sforzo è enorme ma riguadagno agilità e poco dopo comincio a riconoscere bene dove sono e ad immaginare quanto manca. Vedo in lontananza l'arco di arrivo, vedo gli amici che aspettano, che incitano, arrivo, 4 ore 5 minuti e qualcos'altro, ed è bello ed è solo gioia e soddisfazione e non c'è più male alle gambe.


C'è solo festa, gente, gente fuori di testa, gente fuori strada.